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Composizione e funzioni del futuro Senato – 3ª Parte

di Achille Migliorelli - AnaulaSenato 350cora sulla composizione e sulle funzioni del futuro Senato – III^ Parte. Il  referendum costituzionale “in pillole”
1) In seno all’Assemblea Costituente fu vivacemente dibattuto il tema della elettività diretta o indiretta dei componenti della Camera Alta. La discussione si concluse, come è noto, con l’approvazione dell’ordine del giorno secondo cui: “L’Assemblea Costituente afferma che il Senato sarà eletto con suffragio universale e diretto col sistema del collegio uninominale”. L’art. 58 (ora abrogato dalla legge di revisione costituzionale) recepì l’o.d.g., sancendo che: “I senatori sono eletti a suffragio universale e diretto dagli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di età”.
Nell’ultimo trentennio ci sono stati diversi tentativi diretti a modificare il sistema di elezione del Senato della Repubblica. L’ultimo di essi risale al 2013. In tale occasione, con Relazione del 17 settembre 2013, la Commissione per le riforme costituzionali, nominata dal Governo Letta, ebbe modo di affrontare anche il problema dell’alternativa tra l’elezione diretta e l’elezione indiretta del futuro Senato. Tra le altre vennero valutate due opzioni: la prima, con l’accoglimento della ipotesi della elezione indiretta, vide la prevalenza dell’opinione “che i senatori vengano eletti fuori dal Consiglio regionale per evitare che le stesse persone ricoprano contemporaneamente due funzioni legislative, una presso il Consiglio regionale e l’altra presso il Senato”; la seconda, favorevole alla elezione diretta da parte dei cittadini in concomitanza con le elezioni regionali invece che contestualmente all’elezione della Camera, mostrò particolare interesse, in un quadro di bicameralismo differenziato, alla rappresentanza dei territori. Il vantaggio di questa opzione, secondo la Relazione, “sarebbe quello di avere soggetti legati al territorio in maniera più forte di eletti in secondo o terzo grado, responsabilizzati di fronte ai cittadini, probabilmente di livello qualitativo migliore e non necessariamente appartenenti ad un circuito partitico. Senatori eletti direttamente diventerebbero da un lato interlocutori della Camera politica, dall’altro interlocutori dei vertici regionali, che hanno bisogno di interlocutori forti anche essi rappresentativi dei territori”. Questa opzione, oltretutto, “favorirebbe un maggior ricambio nella classe politica nazionale e locale”; “non comporta il mantenimento del bicameralismo paritario, ma prevede che in ogni caso il rapporto fiduciario debba ricadere sulla Camera dei Deputati”. Appare di tutta evidenza che sia l’una che l’altra opzione avevano una dignità significativa, anche se – a guardare bene – la preferenza sembrò andare alla seconda.
Con la caduta del governo Letta ed il subentro del Governo Renzi il disegno di legge fu abbandonato. In effetti, il “Patto del Nazareno” e l’inciucio Renzi, Berlusconi, Verdini impedì la conclusione di un ottimo lavoro, portato avanti da 35 esperti esterni al Parlamento con il fiancheggiamento di un Comitato di redazione composto da altri sette giuristi. Da tale scelta è scaturito il “pasticcio”, che si prepara a ricevere il responso degli elettori italiani in autunno.

Il parere del prof. Alessandro Pace

2) A questo punto, mi tocca chiamare in causa la sapienza giuridica del Prof. Alessandro Pace, al fine di trarre le prime conclusioni in merito alle modalità di elezione dei nuovi senatori. L’Illustre Professore, dopo aver affrontato criticamente “l’attribuzione al Presidente della Repubblica della nomina per soli sette anni di cinque senatori ... (i Senatori “del” Presidente?”), scrive: “L’elezione dei restanti 95 Senatori è ancor più discutibile: a) perché la funzione di revisione costituzionale e la funzione legislativa verrebbe esercitata da soggetti non eletti dal popolo e quindi non responsabili nei confronti del popolo; b) perché è scandaloso il poco tempo dedicato alle funzioni senatoriali da parte di soggetti che dovrebbero nel contempo svolgere anche le funzioni di consigliere o sindaco; c) perché è stato francamente inopportuno ‘promuovere’votoNO 350 260 i consigli regionali e provinciali a collegi elettorali dopo tutti gli scandali che anche di recente hanno caratterizzato i consigli regionali. E’ quindi francamente difficile comprendere la ratio di questa scelta, a meno di non pensar male, e di ritenere che, anche sotto questo profilo, Renzi, in quanto segretario del PD, abbia voluto riservarsi un potere di influenza sulle segreterie locali e sulle candidature, che egli non avrebbe avuto qualora fossero stati i cittadini ad eleggere i senatori”.
E, dopo aver tratteggiato le differenze con le modalità di elezione dei senatori secondo la legislazione tedesca (per il Bundesrat) e francese, il Prof. Pace ha concluso nel senso che, “in Italia i consiglieri regionali e provinciali ... sarebbero poco più di mille in 21 sezioni elettorali di poche decine di persone: sarebbero designazioni tra colleghi, non elezioni serie”.

Elezione squilibrata durata della carica diverse

3) Desidero, inoltre, evidenziare la criticità rappresentata dagli inconvenienti connessi alla rappresentanza proporzionale di ogni Regione nella composizione del futuro Senato. Bene: secondo un certo calcolo la Lombardia sarebbe rappresentata da 13 senatori, la Sardegna soltanto da due. Il rischio è che le regioni con più popolazione mettano assieme la loro forza numerica con quella dell’appartenenza politica, per cui le regioni meno popolate potrebbero sentirsi sempre meno coinvolte, determinandosi, così, una progressiva disaffezione nei confronti del Senato.
4) Ma c’è di più: non può sfuggire all’attenzione degli studiosi e dei politici che il futuro Senato sarà composto da senatori, il cui mandato avrà la durata della carica di consigliere regionale o di sindaco. Sarà, dunque, un organo a carattere permanente (e a rinnovo permanente), con possibilità che, nel corso della loro permanenza in carica, cambino le maggioranze politiche. In tal caso, la composizione della Camera Alta sarà caratterizzata da uno “schema schizofrenico” (G. De Vergottini). Infatti: “I rappresentanti delle autonomie (i consiglieri regionali e sindaci chiamati a ricoprire la carica di senatori, n.d.r.) permarrebbero in carica seguendo la durata del mandato locale, che quindi potrebbe risolversi in periodi diversificati di durata di quello senatoriale. I componenti presidenziali addirittura avrebbero durata sorpassante quella della durata della generalità dei componenti di provenienza regionale e locale”.
Lascio immaginare l’influenza negativa che tali evenienze potranno esercitare sulla funzionalità operativa e legislativa dell’Istituzione Senato: in particolare in occasione di quei procedimenti legislativi, che continuano a richiedere l’approvazione delle leggi da parte di entrambe le camere.

 
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