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Il futuro Senato della Repubblica – 2ª parte

aulaSenato 350di Achille Migliorelli - Il Referendum costituzionale in "pillole". Il futuro Senato della Repubblica – 2ª parte
Proseguendo nella trattazione della composizione e delle funzioni del “nuovo” Senato, aggiungo le considerazioni che seguono. (dopo aver eletto la pagina intitolata "La maggioranza “drogata” dall’Italicum" cliccate sul titolino "Un saldo negativo per la democrazia" per leggere il resto dell'articolo)

  1. Maggioranza “drogata” dall’Italicum
  2. Saldo negativo per la democrazia

 La maggioranza “drogata” dall’Italicum

1) Va innanzitutto, precisato che uno degli ostacoli maggiori allo svolgimento delle funzioni senatoriali è dato dalla drastica riduzione del numero dei senatori. Basta tenere presente che il loro peso, nelle decisioni più importanti, è praticamente inesistente. Ciò si deduce agevolmente da quel che può accadere in occasione delle riunioni del Parlamento in seduta comune per la elezione del Presidente della Repubblica. In tal caso, la netta prevalenza dei deputati consente, a partire dal settimo scrutinio, di eleggere il Capo dello Stato con il voto favorevole dei tre quinti dei votanti anziché dei tre quinti della Assemblea. Il che comporta la pratica ininfluenza del voto espresso dai 100 senatori. L’ulteriore conseguenza è che la massima Autorità dello Stato viene posta alla mercè della maggioranza “drogata” assicurata dall’Italicum. Fondamentalmente errata è, dunque, la tesi di coloro che sostengono che, per eleggere il Presidente della Repubblica, occorrono non meno di 435 voti. In effetti, questo quorum vale dal quarto scrutinio sino al sesto incluso (quando è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dell’Assemblea composta da 730 deputati e senatori). Dal settimo scrutinio, in base all’art. 83 Cost. riformato, la percentuale dei tre quinti si calcola – come si è visto – sui votanti, che possono essere benissimo in numero – anche di molto – inferiore ai 435. Tale evidente “mostruosità” legislativa è frutto di una riforma del Senato che, in virtù dell’intreccio perverso con l’Italicum, riesce a trasformare una minoranza di elettori in una maggioranza di parlamentari.
E’ bene far notare che, con la percentuale di voti favorevoli richiesta dalla legge attuale, invece, il Presidente della Repubblica, per essere eletto, dovrebbe ottenere non meno di 366 voti (cioè la maggioranza assoluta dei 730 componenti l’Assemblea). Il che vuole dire che, con la revisione della Costituzione, una maggioranza – costituita dai tre quinti dei votanti, assoldata al Presidente del Consiglio (oggi Renzi, domani non si sa) – diventerebbe protagonista della elezione del Capo dello Stato. Analogo discorso può essere fatto per l’elezione dei membri laici del CSM.

2) I senatori, da 315, diventano 100: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 nominati dal Presidente della Repubblica. votoNO 350 260Questa diminuzione del numero è stata ascritta dai moderni riformatori a merito della maggioranza parlamentare. Lo stesso Renzi ha detto di essere riuscito “a mandare a lavorare due senatori su tre”. Trattasi, come è facile comprendere, del più becero qualunquismo. A mio parere è un falso storico che una così dirompente riforma costituzionale sia stata fatta per abbattere i costi della politica. Ed è semplicemente demenziale che la carica di senatore venga ricoperta da un consigliere regionale o da un sindaco “a mezzo servizio”. Si può, infatti, seriamente ritenere che una stessa persona possa assolvere, con profitto ed onore, ad entrambe le funzioni? Solo chi ha scarsa considerazione del lavoro politico e amministrativo e si ritiene un unto del Signore può avere la “faccia tosta” per rendere il nuovo Senato assimilabile ad un dopolavoro o ad un “camerino” per comparse. Assolutamente pertinente è, perciò, l’osservazione di coloro i quali sostengono che il futuro Senato si presenta come un organo svalutato (basti pensare al fatto che i senatori sono tali solo part-time, quasi in spregio all’importanza, che dovrebbe possedere il loro ruolo). E’, invece, chiaro che una scelta siffatta è dovuta unicamente alla volontà di procedere ad ogni costo alla revisione costituzionale, malgrado questa integri più uno stravolgimento della Carta che una ragionevole ristrutturazione di essa. Se, infatti, si fosse veramente perseguita la riduzione dei costi della politica, si sarebbe potuto benissimo procedere attraverso una sensibile diminuzione del numero dei deputati (da 630 a 400) e dei senatori (da 315 a 200), accompagnata da una, seppure contenuta, riduzione delle indennità parlamentari. I risparmi sarebbero stati ben più consistenti e non avrebbero provocato un così violento depotenziamento della Istituzione.

(continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino "Un saldo negativo per la democrazia")

Un saldo negativo per la democrazia

Al riguardo, trovo perfetta l’argomentazione della Prof. A. Algostino, che insegna diritto costituzionale presso la Università di Torino. Dopo aver precisato che i risparmi non sono, poi, così consistenti, essa aggiunge che il dato della diminuzione del numero “presenta di per sé un saldo negativo rispetto alla democrazia. Minore il numero dei rappresentanti meno ampio lo specchio della rappresentanza, cioè minore il pluralismo politico presente nelle assemblee parlamentari e, quindi, la possibilità per il cittadino di eleggere un rappresentante che rispecchi la propria visione. Una scelta che invece di tentare di contrastare la crescente disaffezione nei confronti del circuito politico-rappresentativo, facilmente aumenta l’astensionismo come scelta politica”.
3) Ma l’ostacolo maggiore allo svolgimento delle funzioni da parte della Camera Alta viene dalla esclusione dei cittadini dall’elezione dei futuri senatori. Al riguardo va, con immediatezza, rilevato che l’art. 57 della legge costituzionale – la cui promulgazione, come è noto, è subordinata alla vittoria del SI al referendum d’autunno – stabilisce (co. 2) che i senatori vengono eletti dai Consigli regionali e dai Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano, “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge di cui al sesto comma” (co. 5). votoNO 350 SnapseedOra, a parte la contraddittorietà “insanabile” tra la previsione portata dal co. 2 (dove si prevede che i senatori vengano eletti dai consigli regionali ...) e quella contenuta nel co. 5 dell’art. 57 (dove si parla di elezione in conformità delle scelte degli elettori ...), appare ictu oculi il contrasto tra queste previsioni e quanto, invece, ha sancìto la Corte Costituzionale nella sentenza n.1/2014, che ha bocciato il Porcellum. Ebbene, la Corte ha avuto modo di affermare che “il voto costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare”. Trattasi di “Principio desumibile dall’articolo 1 della nostra Costituzione, che pacificamente costituisce uno dei ‘principi costituzionali supremi’ che nemmeno una legge di revisione può modificare.” (A. Pace). Viene, all’uopo, chiamato in causa il principio della “sovranità popolare”, insito nel citato art. 1. Da questo punto di vista, è lecito dubitare, persino, della costituzionalità della legge, di cui stiamo discutendo. Ed è privo di pregio l’argomento – portato, a confutazione della possibile incostituzionalità di tale tesi, da taluni fautori del SI (C. Fusaro) –, secondo cui “le seconde camere non elettive e/o non interamente elettive concorrono serenamente, da sempre, al processo legislativo: dappertutto. Austria, Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Spagna e chi più ne ha più ne metta”. La risposta è arrivata immediata e puntuale. Il Prof. Pace, rifacendosi al compianto Prof. Elia ed alla Consulta, ha chiarito che “un enunciato come quello del nostro art. 1 – che proclama non solo la titolarità, ma addirittura l’esercizio della sovranità popolare – non lo si rinviene in nessun’altra Costituzione”. Non a caso, infatti, noi consideriamo la nostra Carta come la più bella del mondo.

 

 

 
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