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Il futuro Senato della Repubblica – 1ª Parte

aulaSenato 350di Achille Migliorelli - Il Referendum costituzionale in “pillole”. Il futuro Senato della Repubblica – 1ª Parte
Mi accingo, adesso, ad affrontare la tematica inerente la natura, la composizione e le funzioni del “nuovo” Senato. Intanto desidero fare una premessa.
Credo di poter dire che il dibattito su una legge di revisione costituzionale richiede il coinvolgimento delle diverse forze politiche presenti in Parlamento. Nell’approvazione della legge di riforma del Senato, invece, ha avuto la meglio non il confronto spassionato e approfondito tra le diverse posizioni in campo, ma una mera “logica numerica”, che ha spinto una maggioranza raccogliticcia – confezionata “su misura” dal trio Renzi-Boschi-Verdini con ricatti, promesse e facendo sistematico ricorso a parlamentari voltagabbana – a fare affidamento esclusivo sui numeri e non sulla “qualità” del progetto. Atteggiamento, questo, due volte sbagliato: primo, perché contrario allo spirito dell’art. 138 Cost., che, attraverso la doppia lettura conforme, vuole favorire proprio la più ampia discussione e la maggiore condivisione possibile; secondo, perché portato ad avvalersi di circa 300 parlamentari ottenuti dal P.D. nelle elezioni del 2013 come “premio di maggioranza”, in forza di una legge elettorale dichiarata incostituzionale, in riferimento proprio a quel meccanismo premiale.

Nel merito si osserva

1) Tenendo presente la “natura” del nuovo Senato, colpisce la contraddittorietà tra quanto affermato nell’art. 55, co. 5 (“Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali”) e quanto in concreto stabilito.
In primo luogo, va evidenziato che la invocata rappresentanza, con le letture della legge che si sono susseguite dinanzi alla Camera ed al Senato, si è andata progressivamente riducendo. Di ciò costituisce sicura testimonianza la netta compressione delle prerogative autonomistiche assicurate, nel 2001, dalla riforma del titolo V. Si pensi, infatti, all’eliminazione della potestà legislativa concorrente ed all’introduzione della clausola dell’interesse generale, che consente di avocare allo Stato anche competenze esclusive delle Regioni, quando il Governo ritiene che ciò necessita per tutelare l’unità giuridica ed economica o l’interesse nazionale. In questo momento si può solo immaginare il contenzioso che nascerà dinanzi alla Corte Costituzionale. Voglio ricordare che, per gli estensori della legge di riforma, il contenzioso doveva essere limitato con l’accentramento delle funzioni.
Inoltre, lo stesso art. 55, co. 5, assegna al Senato il compito di concorrere all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione Europea. Il che è foriero di altro contenzioso tra le Regioni e la “nuova” Camera Alta.
Come pure va rilevato che alcune materie di interesse regionale e territoriale “sono sottratte al procedimento legislativo ‘non paritario rafforzato’, limitando il possibile intervento del Senato alle sole forme eventuali e non paritarie di cui al terzo comma del novellato art. 70.” (G. Azzariti).

2) Obiettivo prioritario della riforma costituzionale era il superamento del c.d. “bicameralismo paritario”. Ricordo che esso costituiva uno dei punti meno controversi della riforma stessa.
E’ bene chiarire, da subito, che il superamento del “bicameralismo perfetto” è un fatto positivo, anche se, per onestà intellettuale, va riconosciuto che i tempi – spesso lunghi – per l’approvazione dei disegni di legge dipendono, il più delle volte, dalla litigiosità dei partiti e dall’assenza, al loro interno, di un agire compiutamente democratico.
Cosa c’entra, infatti, la “navetta”, cioè il passaggio di un disegno di legge da una Camera all’altra insito nel bicameralismo, con i tempi occorsi per l’approvazione della legge sulle unioni civili? Non dice nulla che questa legge è stata approvata parzialmente – dopo vari decenni – in ragione della diversità di vedute tra le forze politiche (anche) di maggioranza?
Si può seriamente pensare che l’inserimento del reato di tortura nel codice penale o la riforma del processo penale con una nuova disciplina della prescrizione – da adottare necessariamente onde evitare che un gran numero di reati continuino ad essere dichiarati prescritti – dipende dal bicameralismo? Certamente il ritardo non è attribuibile all’esame paritario del provvedimento da parte della Camera e del Senato.
E’, invece, dimostrato che, quando i partiti – che compongono una maggioranza – sono d’accordo tra loro, occorrono solamente dai 100 ai 150 giorni per varare una legge. Tutte le statistiche dicono questa verità. E dicono anche un’altra verità: l’Italia è il Paese più dotato di leggi. Solo che esse rimangono spesso inattuate. Al riguardo, ricordate il falò sbandierato da Calderoli?

3) E’ bene ricordare che, sullo svolgimento di funzioni paritarie da parte della Camera e del Senato, si soffermò l’attenzione della stessa Assemblea costituente. Già allora si pensò alla differenziazione delle stesse fra le due assemblee. Negli anni successivi costituzionalisti, studiosi del diritto e politici hanno auspicato l’aggiornamento della Costituzione del ’48 o abolendo completamente la Camera Alta o provvedendo a differenziarne le funzioni rispetto alla Camera dei deputati. Qualunque soluzione fosse stata adottata doveva, però, fare salve due condizioni imprescindibili: che il Senato continuasse ad essere un organo di garanzia e di controllo (dotato dei relativi poteri e composto da un numero adeguato di componenti) e che fosse garantita la centralità del Parlamento.
Ciò soprattutto a causa della non omogeneità delle materie trattate.
Ora, in disparte che, a mio parere, non è un disvalore avere due Camere paritarie (più esami di un disegno di legge garantiscono, certamente, una legge migliore), è certo che il bicameralismo assicura di per sé una limitazione del potere costituito e consente l’approvazione di leggi più rispettose dei valori costituzionali. Non è, perciò, serio omettere di ritenere che la riforma approvata disattende proprio le condizioni richiamate in precedenza. Dalle soluzioni adottate per il superamento del bicameralismo perfetto, infatti, non solo esce enormemente rafforzato il ruolo dell’Esecutivo in danno del Legislativo, ma vengono altresì depotenziati i contrappesi, per effetto dell’indebolimento del Senato, della mancata garanzia delle opposizioni e della riduzione della Presidenza della Repubblica alla mercè della maggioranza. Per di più, le funzioni attribuite al “nuovo” Senato – come vedremo meglio quando discuteremo dei diversi procedimenti legislativi – sono confuse e disomogenee.

 
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