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Anatomia della "deforma" costituzionale

Italicum 350 260di Achille Migliorelli - La riforma costituzionale in "pillole". Credo sia opportuno dedicare questo intervento alla legge n. 52/2015, che, attualmente, disciplina l’elezione della Camera dei deputati. E’ vero che essa non è oggetto del referendum, ma le ragioni che dirò più avanti mi spingono a ritenere essenziale il suo esame. Ciò, per due ordini di motivi: perché considero tale legge come il provvedimento che veramente interessa all’attuale Presidente del Consiglio e, poi, perché il sistema elettorale della Camera dei Deputati, in unione con la revisione delle norme relative alla composizione ed alle funzioni del nuovo Senato, produce il cambiamento della forma di Stato e, nello stesso tempo, crea il presupposto per investire direttamente il premier di poteri, che giudico incompatibili con la centralità del Parlamento. (dopo aver eletto la pagina intitolata  "(dopo aver eletto la pagina intitolata  "Il Comune" cliccate sul titolino "La convinzione di Renzi e..." per leggere il resto dell'articolo)" cliccate sul titolino "La forma di governo" per leggere il resto dell'articolo)

  1. La convinzione di Renzi e...
  2. La forma di governo

La convinzione di Renzi e...

Invero, siffatta conclusione poggia sulla convinzione che a Renzi – ed ai due dioscuri Boschi e Verdini – le oligarchie economico-finanziarie abbiano affidato il compito di completare lo stravolgimento dell’assetto costituzionale tramite un intervento sulla residua sovranità popolare, mirato ad orientare “le candidature, gli incarichi, ogni accesso centrale o laterale al sistema politico”.
Una dottrina assai interessante – con la quale concordo – ritiene, infatti, che l’attivismo di Renzi non è stato tanto rivolto al buon governo del Paese quanto a cambiare le regole del gioco. E, tra queste, rientra certamente il concepimento di un sistema elettorale, che crei una situazione funzionale alla gestione “padronale” dell’accesso agli incarichi pubblici. (Quanto accaduto recentemente in materia di nomine RAI e, in precedenza, nell’attribuzione di “prebende” in materia di aziende pubbliche ed in numerose altre manifestazioni di familismo amorale, ne è la riprova.)
E’, perciò, evidente che, per l’esponente più prestigioso del “giglio magico fiorentino”, l’intesa sulle regole del gioco ha reso “servente” e secondaria la modifica stessa della Costituzione. Questo a dimostrazione del fatto che la gestione dell’accesso agli incarichi pubblici, favorita da una determinata legge elettorale, ha assunto la veste di snodo della stagione delle riforme. Ed è tanto vero ciò che i leader di partito – fino a quando non è intervenuta la sentenza di annullamento di alcune parti della legge elettorale vigente, il famoso “Porcellum”, – hanno condotto una “melina” autentica sulla riforma di quel sistema di elezione allo scopo di assicurarsi il controllo delle candidature attraverso lunghe liste bloccate e preconfezionate. Ai premi di maggioranza è toccato di completare l’opera.
Orbene, la sentenza della Corte Costituzionale n. 1/2014 (14 gennaio 2014) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della legge n. 270 del 2005, essenzialmente perchéItalicum cos'è? – violando il principio della sovranità popolare sancito nell’art. 1 Cost. – dava eccessivo valore alla governabilità in danno della rappresentanza. La cennata sentenza era preceduta e seguita, a breve distanza di tempo, da importanti accadimenti quali l’assunzione, da parte di Renzi, della carica di segretario del Partito Democratico (8 dicembre 2013), il “Patto del Nazareno” stretto dallo stesso Renzi con Berlusconi e Verdini (18 gennaio 2014), la conquista renziana di Palazzo Chigi, con la defenestrazione di Enrico Letta. Tali fatti venivano utilizzati dall’allora (ancora) Sindaco di Firenze per dare il massimo impulso al varo della nuova legge elettorale ed al rilancio del progetto di revisione della Costituzione. Il “soccorso” decisivo è maturato proprio nel corso dell’incontro-inciucio di quel memorabile 18 gennaio. Con il “Patto del Nazareno”, infatti, riguardante sia la legge elettorale che la riforma del Senato, vengono portate avanti le scelte che, nel 2005, erano state di Berlusconi e che la Corte Costituzionale e la netta maggioranza del popolo italiano avevano raso al suolo con la sentenza citata e con la sconfitta del Caimano nel referendum del 2006.
L’aspetto più grave della vicenda è che, ora, è il leader del P.D. ad essere individuato come il protagonista della svolta autoritaria.
Nasce così la legge n. 52 del 2015, l’Italicum. Il perno del nuovo sistema elettorale è il premio di maggioranza, e, cioè, proprio il meccanismo censurato dalla Corte.

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La forma di governo

Il sistema prevede che alla lista che ottiene almeno il 40 per cento dei voti siano assegnati 340 deputati. Se nessuna lista raggiunge tale percentuale si effettua il ballottaggio tra le due liste più votate. A seguito del ballottaggio i 340 deputati sono attribuiti alla lista che ha ottenuto più voti. Una vistosa incongruenza è data dal fatto che non è prevista una soglia minima di accesso al ballottaggio, per cui una lista che, al primo turno, abbia riportato almeno il 3 percento dei voti (estremizzando, il 3,0001% dei voti), se vittoriosa, avrà comunque diritto a 340 seggi. Simile previsione altera il “circuito democratico definito dalla Costituzione, basato sul principio fondamentale di eguaglianza del voto” (Corte costituzionale, sentenza n. 1 del 2014). Ne consegue che: “La mancanza di una soglia di accessibilità in caso di ballottaggio rende poi il sistema potenzialmente ancor più distorsivo di quello della legge Acerbo di fascista memoria (con il 25 per cento dei voti, i due terzi dei seggi) o della legge ‘truffa’ del 1953 (65 per cento dei seggi a chi avesse superato la metà dei voti espressi: un partito con il 20 per cento dei consensi (ma potrebbero anche essere il 3,0001 per cento) può aggiudicarsi 340 seggi.)” (A. Algostino).
Ma le riserve non si fermano qui. Esse investono anche la forma di governo, che scaturisce dalla relazione tra la nuova legge elettorale (l’Italicum) e la riforma del Senato. Ebbene, ho sostenuto reiteratamente, in via primaria e pregiudiziale, che il combinato tra i due testi legislativi realizza la centralizzazione del potere nel Governo (ovvero, nel premier) e che simile scelta è funzionale alla creazione di una “democrazia di investitura” dell’uomo solo al comando. Sono stato vivacemente contestato in ordine a questa convinzione. Ribadisco, ancora una volta, che, per dire un SI o un NO alla conferma della legge di riforma costituzionale, occorre stabilire se è vero o meno che l’attuazione delle due leggi produce il mutamento della forma dello Stato democratico e trasforma la Repubblica da parlamentare a presidenziale.
Che la mia richiesta non sia “peregrina” ed infondata, è comprovato da quanto scrive l’ispiratore dell’Italicum, il Prof. Roberto D’Alimonte. L’illustre suggeritore del trio Renzi-Boschi-Verdini afferma: “L’introduzione di un sistema maggioritario forte come l’Italicum non resterà senza conseguenze sul piano del funzionamento delle istituzioni. L’elemento centrale del nuovo sistema è il ballottaggio, che ne sarà la modalità di funzionamento normale. Solo in casi eccezionali ci sarà un partito o una lista che riusciranno a vincere le elezioni al primo turno raccogliendo il 40% dei voti. Sarà invece molto più frequente il caso in cui le due liste più votate al primo turno si sfideranno al ballottaggio. Questa sfida a livello nazionale mette nelle mani degli elettori l’enorme potere di scegliere chi comanda. Capo del Governo e maggioranza parlamentare saranno decisi da noi al momento del voto e non dai partiti dopo il voto. E sarà una scelta chiara, ben visibile., senza alibi né per gli elettori né per i partiti. Questa è l’essenza dell’Italicum”.Italicum vignetta
Ora, considerato che, ai sensi dell’art. 2, co. 8, di tale legge “i partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata coma capo della forza politica”, mi sembra abbastanza pacifico che, così procedendo, l’elezione del Parlamento si trasforma (anche) nell’elezione del Presidente del Consiglio dei Ministri, in contrasto con l’art. 92, co. 2, della Costituzione, che affida al Presidente della Repubblica la sua nomina.
Insomma, l’Italicum sostanzialmente riprende, con quasi perfetta continuità, la legge “Porcata” di Calderoli: tramite il meccanismo dei capilista bloccati e delle candidature plurime ed in forza del gioco delle opzioni, il “60-70 per cento dei deputati risulterà non eletto, ma nominato dai partiti (ovvero dai segretari dei partiti, n.d.r.) attraverso la collocazione a ‘capo della lista” (Zagrebelsky e Pallante). I medesimi Autori fanno, altresì, notare: “L’abnorme premio di maggioranza unitamente alla mancanza di una soglia di accesso al ballottaggio rende l’Italicum chiaramente incompatibile con il principio costituzionale della rappresentatività del Parlamento e con il rispetto della sovranità popolare di cui all’art. 1 Cost.”.
Concludendo: tutte le osservazioni svolte sulla nuova legge elettorale e sulla relazione della stessa con la riforma costituzionale del Senato costituiscono il motivo “dirimente” per esprimere un “NO” forte e chiaro al momento del referendum confermativo d’autunno.

 

 
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