fbpx
Menu
A+ A A-

Nell'arcipelago della sinistra

c'è vita a sinistradi Fausto Pellecchia, da L’Inchiesta 28/3/2017 - Nostalgie - viaggio nei movimenti a sinistra del PD.
Anni fa, in un celebre sketch televisivo, Corrado Guzzanti, nei panni caricaturali di Bertinotti, antesignano della sinistra “cashmere e martello”, ne benediceva le scissioni come una nuovissima strategia di moltiplicazione per partenogenesi politica che, come per gli insetti monocellulari, avrebbe reso praticamente indistruttibili e onnipresenti i movimenti comunisti. Quell’indicazione umoristica è stata presa sul serio. Nel vasto arcipelago di acronimi che, in seguito alla metamorfosi renziana del PD, gremiscono il turbolento mare della sinistra, quasi non passa giorno senza il battesimo di una nuova sigla.

Tante sigle e linguaggi

Se appena l’anno scorso, si potevano contare ben 18 sigle di movimenti e partiti neocomunisti, dei quali almeno 14 non hanno superato l’1 % nei consensi elettorali, in questi primi mesi del 2017, dopo la scissione del PD, all’arcipelago polinesiano della sinistra si sono aggiunte nuove aggregazioni. Per limitarsi alle isole potenzialmente più significative, oggi si contano almeno altre 4 nuove formazioni : Possibile di Pippo Civati, Sinistra italiana ( che raccoglie i vendoliani di SEL e alcuni militanti di Rifondazione comunista, con segretario Nicola Fratoianni), Articolo Uno (movimento democratici e progressisti, che raccoglie gli esuli “bersaniani” del PD e di SEL - Roberto Speranza, Enrico Rossi, Arturo Scotto e Massimiliano Smeriglio, con l’appoggio “esterno”di Massimo D’Alema) e Campo Progressista di Giuliano Pisapia. Queste neoformazioni, peraltro, riecheggiano ed amplificano, nei loro manifesti fondativi, alcuni temi contenuti nella piattaforma programmatica dei due candidati segretari, alternativi a Matteo Renzi per le primarie del PD, Michele Emiliano e il ministro della giustizia, Andrea Orlando.

Ce n’è abbastanza per alimentare la confusione e lo spaesamento che la molteplicità di queste opzioni provocano nel popolo della martoriata sinistra italiana, anche a voler tacere delle continue migrazioni verso i lidi pentastellati di Beppe Grillo. Tuttavia, benché apparentemente contigue, le 4 formazioni a sinistra del PD adottano nei loro rispettivi intenti programmatici formulazioni e stereotipi che permettono di tracciare significative differenze. È sufficiente lasciarsi orientare dall’analisi della cifra linguistica dei loro manifesti. In tutti, prevale nettamente la grammatica della negazione, che insiste su ciò che non si vuole e non si deve fare, dal momento che, com’è ovvio, le politiche e il metodo del renzismo offrono a tutti un comodo contrassegno del contesto che ci si propone di abbandonare. Sia pure con diversa intensità, tutti si richiamano ai problemi drammatici del diritto al lavoro e della disoccupazione, alla difesa dei ceti più disagiati, alla riconquista della centralità della Scuola pubblica e dell’Università, alla difesa del welfare, ecc. pur senza avanzare proposte programmatiche definite. L’altra polarità negativa, indicata come lo scoglio da evitare ad ogni costo, è la logica identitaria, che ne relegherebbe il progetto nello stagno asfittico della mera testimonianza, politicamente velleitaria e ineffettuale. Nonostante il riferimento al carattere aperto di “movimento”, dunque intenzionalmente (o provvisoriamente) privo delle strutture organizzative (e delle delimitazioni) proprie della forma-partito, tutte le sigle puntano a costituire un’area politica sensibilmente più vasta del nucleo di partenza, in grado di candidarsi al governo del Paese.

L'inciampo...

Ed è qui che si incontra la prima pietra d’inciampo. Tanto il Campo progressista di Pisapia, quanto Articolo Uno, uniscono contraddittoriamente, ad una serrata critica del renzismo, la riproposizione dell’alleanza con il PD, assunto come asse insostituibile per la ricostruzione di ciò che viene evocato nostalgicamente come Centrosinistra o Ulivo. In pratica, ci si lascia guidare dalla cieca rimozione del discrimine politico che l’esito referendario del 4 dicembre ha reso inoppugnabile: il PD renziano ha rottamato e definitivamente sepolto il progetto di governo dell’Ulivo, relegandone il fantasma negli archivi della storia politica italiana. Le formazioni nate dalle costole scissioniste del PD – alcune peraltro, come Campo progressista di Pisapia, già coinvolte nella sconfitta al referendum costituzionale - nel frettoloso richiamo ad una vocazione maggioritaria in funzione della governabilità, si condannano senza scampo all’alleanza con il partito che hanno appena abbandonato come inagibile. È questo il caso di Articolo Uno- mov. democratico e progressista, che guarda al Campo di Pisapia come luogo della propria cointeressenza politica. Entrambi finiscono infatti per collegare la rottura con il PD a preoccupazioni autoreferenziali, relative alla consistenza dei gruppi parlamentari e alla definizione delle candidature elettorali, subordinando ad esse le strategie d’intervento nella crisi del paese reale.
Del resto, assai fragile è la speranza di approfittare del probabile indebolimento del PD e del logoramento della leadership renziana per spostarne gli equilibri, in accordo con la sua minoranza interna (Orlando ed Emiliano). Poiché infatti la stella fissa della politica di Renzi e della sua corte è l’occupazione delle stanze del potere, è molto più verosimile la riedizione di un patto di “grande coalizione” con il risorto Berlusconi -in nome della comune avversione al “populismo” avanzante del M5S- che non piuttosto l’alleanza a sinistra con Pisapia e Articolo Uno, le cui percentuali, stando ai sondaggi, non consentirebbero la formazione di una maggioranza di governo. Senza contare che proprio l’ipotesi di rilancio della “grande coalizione” costituirebbe un ulteriore, vistoso regalo d’immagine per la rendita di posizione del M5S.

Fuori dall'inciampo, ma con tanta fatica davanti...

Da questo punto di vista, più ambiziosa appare la proposta di Possibile e di Sinistra italiana, il cui progetto si presenta, tanto nei contenuti quanto nelle strategie, come risolutamente alternativo al PD. Qui, semmai, il problema è costituito dai tempi e dai metodi di organizzazione. La consistenza politica di questi due movimenti, infatti, rimanda a processi di lunga lena e di paziente radicamento territoriale, nonché ad un’opera di profondo rinnovamento dell’ispirazione politica e degli orizzonti strategici, che diano sostanza alla loro comune opzione anti-liberista: radicale revisione delle analisi della composizione sociale delle classi subalterne e del controllo delle dinamiche del capitale finanziario, finalizzati all’equità fiscale e alla giustizia sociale; rapporto con l’Europa e riforma dei trattati dell’Unione; rilancio di un piano industriale complessivo e definizione delle compatibilità ambientali, in dialogo con le forze sindacali per la lotta alla disoccupazione. Grandi temi che richiedono nuove elaborazioni teoriche ed esigono un deciso “cambio di verso” rispetto al renzismo. Ma, soprattutto, richiedono una rottura con il circuito autoreferenziale della sedicente “sinistra di governo” e l’avvio di una diversa prassi politica: rapporto realmente aperto e costante con le associazioni e i movimenti di base, un capillare insediamento nelle periferie metropolitane e nelle province devastate dalla delocalizzazione capitalistica, un’efficace trama di iniziative che sappia offrirsi come sostegno e soccorso nel panorama di disagio e di sofferenza di chi ha subito e ancora subisce gli effetti disastrosi della crisi economica. Tutto ciò richiede tempi lunghi, impegno e fatica di nuova militanza. E, soprattutto, la consapevolezza che gli sbocchi parlamentari e le vittorie elettorali non costituiscono il fine ultimo del lavoro politico, ma i canali e le forme che ne veicolano il senso e gli obiettivi reali all’interno delle istituzioni democratiche.

Torna in alto
Bookmaker with best odds http://wbetting.co.uk review site.

Privacy Policy

Privacy Policy

Sezioni

Pagine di...

Notizie locali

Strumenti

Chi siamo

Seguici