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Una storia che non è trascorsa inutilmente

PCI centanni 

100 anni della storia non di una sigla elettorale, ma di parte consistente di popolo e idee

di ANPI Frosinone
anpi BANDIERA 350 260 minFlaiano diceva che il passato è bello perché è passato. E non aveva torto, specie se questa massima viene applicata ad un popolo dalla proverbiale memoria corta come quello italiano (preziose eccezioni fatte), perché la memoria debole, unita al cinismo, consente di ritinteggiare le pareti della storia a proprio gusto, dando luce a ciò che ci piace e ombra più o meno fitta ad angoli scomodi nei quali inciampiamo contrariati.

Accade così che i detrattori della storia non solo del PCI ma del movimento operaio e democratico nel suo complesso, persone per lo più dedite alla coltivazione di idee e concezioni della politica e della società contro le quali il PCI si batté insieme ad una vasta parte della società italiana, nel deridere quella storia ne salvano pezzi e aspetti ancora troppo popolari per essere denigrati. E' il caso di chi sfotte i comunisti o i loro discendenti (eredi è troppo impegnativo, non ci piace usarlo con leggerezza) ma salva Berlinguer, straparla di presunti attentatori alla libertà regalataci dagli anglosassoni e si accredita come prosecutore e propugnatore delle lotte e degli obiettivi che di quel partito furono caratteristica politica, etica, programmatica.

Ma tant'è. Se lo sconcio cui ci fanno assistere i massimi detentori delle deleghe di potere quando abbiamo occasione di sbirciare i loro comportamenti nelle sedi istituzionali non bastasse, il dilagare delle banalità e della propaganda senza fondamento, del pensiero politico da tweet risicati e smozzicati fa il resto.

I cento anni della storia non di una sigla elettorale, non di un club di salottieri ma di una parte consistente di popolo, di idee e pratiche progressive, di progetto e di lavoro per una società che rompesse l'ordine vecchio per costituirne uno nuovo fondato su basi opposte a quelle vigenti cambiando davvero e radicalmente lo stato di cose esistenti, la stessa fine di quell'esperienza con il mutare delle condizioni di organizzazione della società (modo di produzione e scambio della ricchezza, concretamente) dovrebbero essere l'occasione per riprendere un filo di ragionamento in grado di rimettere in campo non certo antiche scelte strategiche o tattiche buone per altre fasi storiche, ma l'esigenza di comprendere fino in fondo questa fase, questa crisi, e su quella comprensione fondare scelte e strategie utili ad orientarla.

Se quell'esigenza fosse di nuovo riconosciuta e coltivata si scoprirebbe che non di nostalgia si tratta, ma di lettura del lascito prezioso della storia per utilizzarne la lezione. Si capirebbe, cioè, che la fine di quella esperienza non ha segnato la fine gioiosa delle cause per cui era nata: non è finito lo sfruttamento, non siamo al sicuro da nuove o vecchie forme di autoritarismo, non abbiamo risolto le contraddizioni dello sviluppo economico (men che mai del progresso), non sappiamo più nemmeno chi siamo, noi lavoratori.

La poderosa ristrutturazione capitalistica che va sotto il nome semplicistico di globalizzazione ha polverizzato quella che faticosamente cominciava a riconoscersi e organizzarsi come classe, ha reso quindi vane tutte le ricerche di "vie nuove" da percorrere per costruire l'egemonia sui processi produttivi e quindi sulle forme di organizzazione della società in un ambito democratico rappresentativo.

E chi oggi ha la presunzione di lavorare politicamente nell'interesse delle "fasce" più fragili lo fa sapendo di non poter contare sulla partecipazione, che è figlia dell'organizzazione, non della delega. Fra questi soggetti ce ne sono in buona e in mala fede, ma tutti al di sopra o al di fuori della materia per cui dicono di lavorare.

Ma se anche i detrattori di quella storia (non solo di quella, per la verità) sono costretti a fare i distinguo di cui parlavamo prima, vuol dire che essa non è trascorsa inutilmente. Anzi, ha lasciato tracce profonde nella nostra società, tracce che nonostante gli sforzi non si riescono a seppellire. E questo perché quel partito, come altri coevi, era un partito di massa, partecipato, nel quale si viveva, si abitava, si cresceva.

Non sta a noi, e non lo faremo, tessere lodi o anatemi su organizzazioni altre. Quello che diciamo, da profondi democratici ed antifascisti, lo diciamo per affermare anche in questa occasione, che ciascuno sentirà e vivrà come vuole, che la conoscenza di ciò che è avvenuto è uno strumento indispensabile per ideare il nuovo. E che chi disprezza la storia (la storia, non il PCI) ha qualcosa da nascondere: magari l'ha tradita, forse sa di non esserne degno, vai a capire.

Quello che vorremmo esprimere è invece un pensiero grato a coloro che in quella storia (stavolta quella del PCI) si sono spesi in modo disinteressato, con sacrificio, a volte con un po' di infantile illusione, ma hanno lottato come hanno potuto per un bene che fosse di tutti, che non conoscesse particolarismi. Vorremmo che quei vecchi militanti sapessero che siamo grati delle loro sofferenze, delle loro illusioni, delle loro conquiste come della loro commozione, del loro stesso spaesamento quando quella storia finì. Sappiamo che essi ne coltivavano un'idea perfino irrealistica, mitica, convinti che essa fosse indistruttibile, eterna perché fondata su questioni reali, concrete. Sappiamo che questo bastava loro per sentirsi protagonisti, e che quando finì si sentirono orfani, soli perché sapevano bene che senza organizzazione non avrebbero più potuto immaginare la lotta per i loro diritti. E' accaduto a tanti, di tante organizzazioni. Ma forse, se li abbiamo conosciuti bene, per i comunisti fu di più. Gelosi della loro storia, dei grandi dirigenti della clandestinità, della resistenza, delle lotte del dopoguerra da un lato per i diritti immediati e dall'altro per le condizioni che ne rendevano possibile la conquista e l'applicazione, non riuscivano a concepire la loro vita di cittadini, di uomini sociali senza l'effettiva condizione della partecipazione organizzata. A loro siamo grati, a cento anni dall'inizio della loro esperienza, per tutto quello che hanno saputo affrontare in tutte le condizioni che la storia ha messo loro di fronte.

L'ANPI non coltiva parentele politiche con nessuna delle sensibilità particolari che compongono il vario e ricco mondo dell'antifascismo. Riconoscere però che i comunisti furono allora tra i principali organizzatori e combattenti della Lotta di Liberazione non è un complimento ma una mera constatazione di un contributo di idee e di sangue senza il quale la Resistenza non sarebbe stata quello che fu, né la Repubblica avrebbe avuto il carattere universalistico e solidale che ha assunto con la sua Costituzione. Forse, la Repubblica non sarebbe nemmeno nata.

 

 

 

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