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Le 3 carte: crisi si, crisi no, crisi come?

matteo salvini ditioalzato350 mindi Antonella Necci - «Non può essere un gioco delle tre carte», dice Matteo Salvini alle parti sociali, nel giorno in cui fa a pezzi tutte le misure dei Cinque Stelle, rottama gli 80 Euro, disconosce Tria e la sua manovra a costo zero e torna a minacciare elezioni anticipate. Eppure è proprio lui, il Capitano leghista, il dominus assoluto della politica dell’estate 2019, il principe dei trecartari, in un governo di trecartari. Perché nessuno, nemmeno Berlusconi, nemmeno Renzi, è riuscito a vendere una realtà così diversa da quella che ha promesso, e farla andar giù agli elettori, prendendosi persino gli applausi.

È il re dei trecartari, Salvini, perché cambia i nomi alle cose e non se ne accorge nessuno. L’abolizione della Legge Fornero che diventa Quota 100, e che invece è un piccolo club di prepensionamenti con penalizzazione. La Flat Tax - tassa piatta, aliquota unica - che diventa un blando sconto fiscale, peraltro pagato abolendo un altro sconto fiscale, gli 80 euro di Renzi, dove di flat, di piatto, c’è solamente il vantaggio dei contribuenti.

È il re dei trecartari, Salvini, perché vende come un successo, ciò che successo non è. I porti chiusi che in realtà sono aperti per tutti tranne che per le organizzazione non governative, soprattutto per gli sbarchi fantasma che nei porti non attraccano. I rimpatri che sono meno di quelli dei governi di centrosinistra e soprattutto molti meno di quelli che hanno luogo da mesi dalla Germania all’Italia, che continua a rimandarci diligentemente indietro i migranti privi dello status di rifugiati che hanno varcato illegalmente il confine. Il terremoto sovranista in Europa, che in realtà si è rivelato esattamente il suo opposto, con Macron e Merkel che hanno condotto le danze senza particolari problemi, e il peso dell’Italia, che si è drasticamente ridotto.
Invoca più sicurezza perché la gente è stufa, ma il ministro della sicurezza è lui. Chiede a gran voce solidarietà europea sui migranti, ma quello che non si presenta alle riunioni europei dei ministri degli interni è lui

È il re dei trecartari, Salvini, perché non risponde di nulla. Un suo compagno di partito tratta finanziamenti illeciti con dei sedicenti uomini d’affari russi e lui prima finge di non conoscerlo, poi dice che non sapeva fosse lì con lui, poi che non era sullo stesso aereo, roba che Bill Clinton e i suoi rapporti sessuali impropri sono acqua fresca. Suo figlio sale su una moto d’acqua della polizia e due agenti minacciano pesantemente un giornalista di Repubblica che stava filmando la scena, e lui dice che non si usano i bambini nella battaglia politica, salvo poi strumentalizzare l’indagine in corso a Bibbiano per la campagna elettorale delle prossime elezioni regionali in Emilia-Romagna.

È il re dei trecartari, Salvini, perché è bravissimo a scaricare il barile, a spogliarsi di ogni responsabilità, a non rispettare i patti da lui stesso presi. Invoca più sicurezza perché la gente è stufa, ma il ministro della sicurezza è lui. Chiede a gran voce solidarietà europea sui migranti, ma quello che non si presenta alle riunioni europei dei ministri degli interni è lui. Incontra le parti sociali e gli attori dell’economia, promettendo loro più crescita, dimenticandosi che da quando è in carica il governo Conte l’economia è crollata, anche grazie a provvedimenti da lui votati, contenuti in un contratto da lui controfirmato. Dove, per la cronaca, c’è scritto nero su bianco che il governo si impegna “a ridiscuterne integralmente il progetto” del Tav Torino-Lione. Alla faccia di quello che ha una parola sola.

Minaccia una crisi di governo imminente ed elezioni anticipate, ma finora non è riuscito nemmeno a ottenere un mini rimpasto

È il re dei trecartari, Salvini, perché le sue minacce sono cannoni di coriandoli. Minaccia di far saltare Tria dal 1 giugno del 2018 e il mite ministro della realtà è ancora lì al suo posto, protetto dal presidente Mattarella come fosse l’ultimo baluardo prima della follia. Minaccia manovre espansive e guerre all’arma bianca contro la Commissione Europea, promettendo investimenti alle parti sociali come se non ci fosse un domani, ma non dice come neutralizzerà l’aumento dell’Iva previsto da clausole di salvaguardia da 26 miliardi di euro. Minaccia una crisi di governo imminente ed elezioni anticipate, ma finora non è riuscito nemmeno a ottenere un mini rimpasto

È il re dei trecartari, Salvini, perché nonostante tutto ha il 30 e rotti percento dei consensi di elettori che si credono furbi. E se riesci in questo capolavoro senza avere tre telegiornali e qualche quotidiano di proprietà, vuol dire che un applauso te lo meriti. E che semmai il problema è chi si fa fregare, senza battere ciglio.

MA CHI C'È DIETRO A MATTEO SALVINI?

Si parte dalla Russia: delle simpatie per Putin, Salvini infatti non ne ha mai fatto mistero. L'ufficiale di collegamento si chiama Sergey Zheleznyak, 47 anni, delegato del Cremlino ai rapporti con i partiti europei. È lui l'uomo che per conto di Vladimir Putin ha sancito l'alleanza ufficiale con Matteo Salvini lo scorso marzo a Mosca. Un patto raggiunto dopo quattro anni di corteggiamenti, visite, prove di fedeltà.

Gianluca Savoini è, invece, il delegato italiano a mantenere i rapporti con la Russia. Ex giornalista de La Padania, 54 anni, per qualche tempo suo (di Salvini, ndr) portavoce personale, per raccogliere imprese-amiche Salvini ha scelto proprio lui, che vanta parecchie conoscenze nel mondo russo, e negli ultimi anni si è recato di continuo nella Federazione. Insieme ad altri leghisti ha creato l'associazione Lombardia-Russia, il cui presidente onorario è Aleksey Komov, dell'associazione ultracattolica World Congress of Families, responsabile internazionale della Commissione per la Famiglia del Patriarcato ortodosso di Mosca e grande amico dell'oligarca Konstantin Malofeev, già molto attivo nei rapporti tra il Cremlino e i francesi del Front National.

L'appoggio più visibile in Italia Salvini lo ha trovato però in una organizzazione russa. La sede è a Palazzo Santacroce, un elegante edificio barocco nel centro di Roma, a due passi dal ministero della Giustizia. Si chiama "Rossotrudnicestvo", in italiano Centro Russo di Scienza e Cultura, controllato dal ministero degli Esteri.

Anton Shekhovtsov, politologo che insegna in Austria all'Institute for Human Sciences, è uno dei massimi esperti delle relazioni fra Mosca e i movimenti politici europei. Secondo Shekhovtsov, "Rossotrudnicestvo" è oggi «il maggior strumento usato dalla Russia per esercitare soft power in Paesi stranieri», presente in almeno 25 nazioni e con 600 dipendenti all'attivo. Una rete politico-diplomatica che può contare sui generosi fondi del Cremlino.

Negli stessi anni in cui tesseva la rete di rapporti per sfondare il fronte russo, la truppa leghista si è data da fare anche per mutare pelle in politica interna. Dall'indipendentismo al nazionalismo. Per farlo è stato necessario trasformare la Lega in un partito presente in ogni regione, anche al Sud. Con il movimento Noi con Salvini, il leader del Carroccio, ha gettato le basi per contare sempre di più a livello nazionale, il collante che ha legato Palermo a Milano, Reggio Calabria a Varese è la guerra totale all'immigrazione.

Il primo banco di prova sono state le Regionali siciliane, dove insieme a Fratelli d'Italia ha ottenuto il 5,6 per cento. Un risultato che ha aperto per la prima volta le porte dell'Assemblea regionale a un deputato leghista. Non esattamente un volto nuovo, bensì un riciclato dei vecchi partiti della clientela democristiana. E già indagato.

Non l'unico trasformista in Sicilia. Il segretario nazionale di Noi con Salvini e responsabile della Lega sicula è Angelo Attaguile. Suo padre Gioacchino è stato sottosegretario e ministro nei governi Rumor e Colombo, lui, democristiano da una vita, è legatissimo a Raffaele Lombardo, l'ex presidente di Regione condannato in appello per voto di scambio. Attaguile si è speso molto per la causa, al punto da mettere a disposizione, come racconta L'Espresso, l'abitazione romana di via Cesi dove risulta tuttora registrata la sede del movimento incubatore della Lega nazionale.

In Calabria, invece, Salvini ha puntato sulla destra sociale, sovranista. Con lui, infatti, si è schierato l'ex governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti, condannato per abuso e falso e sotto inchiesta della procura antimafia di Reggio Calabria. Non sarà candidato per evitare imbarazzi al capo leghista, ma non ha rinunciato a infilare in lista sue pedine. È, invece, in lizza per un posto da deputato Domenico Furgiuele,segretario della Lega-Noi con Salvini in Calabria. Suo suocero è un imprenditore con i beni sotto sequestro dall'antimafia. E non solo.

Infine ricordiamo cosa scrivono di lui i giornali filo-leghisti:
“Quando, nel dicembre '94, Umberto Bossi attuò il ribaltone, sottoscrisse una mozione di sfiducia al governo Berlusconi I, da lui prima sostenuto: non firmò in solitudine, perché si alleò con il Pds e il Ppi". Pure stavolta il Carroccio presenta una mozione di sfiducia al governo fino a un giorno addietro appoggiato: però la sottoscrive in solitudine. E in solitudine Matteo Salvini annuncia di volersi presentare alle urne.

Premesso che, non essendovi alcuna certezza sullo svolgimento delle elezioni anticipate, ogni ragionamento rischia di essere annichilito, il Capitano da un pezzo persegue il leopardiano intento «io solo/ Combatterò, procomberò sol io». A Pescara, dopo la rivendicazione di volersi esporre «da solo a testa alta», ha concesso: «Poi potremo scegliere dei compagni di viaggio».

Per quanto possa essere acquisita da Salvini la sicurezza di ottenere il 38% e sia viva la speranza di arrotondare un 2% tramite la continuazione della campagna elettorale che conduce da gennaio, dovrebbe essergli chiaro che il molto teorico e insicuro 40% appannaggio del Carroccio, senza soci, non gli garantirebbe la maggioranza dei seggi.

I «compagni di viaggio» sono facilmente identificabili: Giovanni Toti e Giorgia Meloni. E Silvio Berlusconi? Salvini non ha alcun interesse a partire riesumando il vecchio centro-destra: quanto al nuovo, è persuaso dell'autosufficienza della Lega in grande spolvero e dei «compagni», in grado l'una e gli altri di assorbire masse di elettori azzurri, anche tramite la propaganda sul voto utile. Se proprio dovesse a un certo punto accorgersi della necessità (anche per le elezioni regionali) di aggregare un Cav depotenziato, solo all'ultimo si deciderebbe a pallide concessioni.   (da ItaliaOggi del 10 agosto 2019).

12 agosto 2019

 

 

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