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Le chiacchiere stanno a zero

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chiacchiere machedici e chefaidi Aldo Pirone - "Vinciamo in Emilia Romagna, e poi cambio tutto. Sciolgo il Pd e lancio un nuovo partito". "Convoco il congresso con una proposta politica e organizzativa di radicale innovazione e apertura. In questi mesi la domanda di politica è cresciuta, non diminuita. E noi dobbiamo aprirci e cambiare per raccoglierla. Non penso a un nuovo partito ma a un partito nuovo, un partito che fa contare le persone ed è organizzato in ogni angolo del Paese". "Magari cambiamo anche simbolo e nome", "Dobbiamo rivolgerci alle persone, non alla politica organizzata. Dobbiamo aprirci alla società e ai movimenti che stanno riempiendo le piazze in queste settimane. Non voglio lanciare un'opa sulle Sardine, ci mancherebbe altro rispetto la loro autonomia, ma voglio offrire un approdo a chi non ce l'ha". Sono le frasi principali dell’intervista di due giorni fa a Repubblica di Nicola Zingaretti. Ieri le hanno riportate un po’ tutti i principali giornali.

Per chi ha vissuto altri e più lontani momenti della vita politica della sinistra, a cominciare dalla svolta occhettiana dell’89 e conseguente scioglimento del Pci, queste frasi hanno un suono vecchio. Per usare un’espressione famosa, si potrebbe dire che la tragedia occhettiana di allora, Zingaretti la ripropone oggi come farsa. Perché non c’è paragone fra il Pci di 30 anni fa - che proprio in questi giorni si apprestava a un drammatico e appassionato Congresso, il primo dei due che ci vollero per demolirlo - e il Pd di oggi. Un partito, questo, il cui andamento farsesco è attenuato solo dal ciarlatanismo dei suoi avversari e anche di qualche alleato di governo. Sta di fatto che espressioni di cambiamenti epocali, di rivoluzioni copernicane, di rifondazioni ab imis se ne sono sentite tante. Ma tutte hanno segnato un declino, mai una ripresa della sinistra che, alla fine, sfinita da cotanto rinnovamento, è caduta nel pozzo nero del Pd. Si comprende perciò lo scetticismo con cui un vecchio e storico dirigente comunista come Emanuele Macaluso abbia accolto l’uscita zingarettiana.

Tuttavia, che di una rifondazione della sinistra ci sia urgente bisogno nel nostro paese. è indubbio. Ma di tutta la sinistra non solo del Pd. Intanto sul terreno dei contenuti politici e programmatici. Qui il discorso si fa necessariamente lungo. Ma, certo, il Pd non pare essere in sintonia con quel popolo che vuole riconquistare, finito nel centrodestra di Salvini e Meloni. Per esempio, se invece di mettere in primo piano le questioni della precarizzazione del lavoro (sfoltimento delle 47 forme di rapporto contrattuale vigenti) o il salario minimo o un nuovo statuto dei lavoratori o una riforma equa delle pensioni, come suggerito dai sindacati, ecc., ci si incaponisce sulla prescrizione come battaglia di civiltà, peraltro interna alla maggioranza, allora si è non fuori strada, ma fuori dal mondo.

Ma prendiamo pure in parola Zingaretti. Lui dice: “Dobbiamo aprirci alla società e ai movimenti che stanno riempiendo le piazze in queste settimane”.

Bene. Per farlo bisogna eliminare radicalmente le spesse incrostazioni di ceto politico clientelare che ostruiscono in periferia, nei Comuni e nelle Regioni, il rapporto con i movimenti e l’associazionismo presente nella società civile progressista. Da quello sindacale, in senso lato, a quello culturale, civico e del volontariato laico e cattolico. E allora occorre inventare una nuova forma partito. Zingaretti dice che non vuole fare un nuovo partito, ma un “partito nuovo”. Forse sa che un “partito nuovo” lo fece a suo tempo Togliatti.

Era un partito organizzato di massa che aveva il suo fulcro nella sezione popolare, nelle cellule e nelle sezioni organizzate sui luoghi di lavoro. Agiva, ovviamente, in un altro mondo economico e sociopolitico. La struttura organizzativa del “partito nuovo” servì a corrispondere, in qualche modo, a quel mondo. Inoltre, gli aderenti al partito, soprattutto i suoi militanti, animati da una robusta passione politica e civile – rivestita da un'ideologia che si confondeva con gli ideali – erano chiamati a fare politica, non soltanto propaganda, negli ambiti territoriali e produttivi (fabbriche, uffici, artigianato, commercio, professioni in genere) in cui si trovavano ad operare.

Nel mondo digitale di oggi come si organizza un “partito nuovo”? Come si organizzano i propri aderenti nella società di oggi? Come ci si collega organicamente con nuove forme organizzative ai lavoratori, ai movimenti ambientalisti, al civismo progressista? Anzi, come si fanno diventare tutti costoro strutture portanti del “partito nuovo”? Come si evita che i propri militanti si riducano a fare solo i galoppini elettorali per questo o per quel candidato? Come s'impedisce che i circoli superstiti svolgano solo funzioni di comitati elettorali a sostegno del capobastone di turno?

Quando Zingaretti darà risposte concrete a questi quesiti, allora lo scetticismo per i suoi proclamati intenti, più che giustificato visti i precedenti, potrà essere superato dai fatti.
Perché, come si dice a Roma, per adesso “le chiacchiere stanno a zero”

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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