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Il PCI, tratto distintivo saliente della storia del 1900

PCI centanni

Fausto Pellecchia risponde alle domande di UNOeTRE.it  Oggi pubblichiamo solo le prime 2 risposte*

1) Che cosa hanno significato il PCI e poi la sua cancellazione per la storia del nostro Paese e dei subalterni?

Fausto Pellecchia
La sala del 5 Congresso del PCI 390 min«Il PCI, se consideriamo complessivamente i 100 anni della sua evoluzione nella storia italiana ed europea, resta un modello insuperato di coesione teorico-pratica dell’azione politica e, al contempo,un esemplare punto di coagulo per una pluralità di ascendenze culturali, che lo resero una vitale fucina di esperienze democratiche nel movimento operaio internazionale.
Dopo i burrascosi, contraddittori avvenimenti successivi al “biennio rosso” che portarono alla costituzione del Partito comunista d’Italia di Amadeo Bordiga, al Congresso di Livorno del 1921, è con la rifondazione del partito al congresso di Lione (1926) ad opera di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti che inizia la storia del PCI. La linea strategica di fondo sottesa all’esperienza teorico-politica di Gramsci e Togliatti è la determinazione della specificità della “via italiana” al comunismo, emancipata dal rigido ossequio ai dogmi della III Internazionale; una specificità nella quale lo sbocco rivoluzionario costituiva sostanzialmente l’orizzonte ideale di un concreto processo di democrazia compiuta. In questo senso, la prassi politica del PCI fu costantemente guidata da una genuina ispirazione socialdemocratica. Fu questo il solco fecondo lungo il quale crebbe e si sviluppò l’idea di un partito di massa, capace di rappresentare e organizzare le istanze progressiste di ampi strati della società italiana (operai, contadini, piccola e media borghesia) unificandoli nel segno di una cultura politica “nazional-popolare”.

In questo senso, il partito comunista italiano, la più cospicua formazione comunista dell’Occidente, è stato un tratto distintivo saliente della storia del 1900, come lo sono state le guerre mondiali e le crisi economiche, come i regimi di massa e lo sviluppo della democrazia, come testimonianza di un’utopia concreta, orientata alla liberazione dalla miseria di milioni di esseri umani.
Nel panorama del bipolarismo dei blocchi, sancito nella Conferenza di Jalta, l’idea gramsciana, ereditata da Togliatti e proseguita – sia pure con le oscillazioni e gli inevitabili compromessi dettati dalle congiunture storiche attraversate dall’Italia- da Enrico Berlinguer, ha reso possibile, sia il protagonismo dei comunisti nelle lotte partigiane di liberazione antifascista con la leale adesione al CLN, e con la conseguente partecipazione ai lavori dell’Assemblea costituente e alla fondazione della Repubblica italiana; sia, nei decenni successivi, la costruzione di un’opposizione democratica e sociale ai governi a direzione democristiana, nonché l’egemonia culturale nel movimento operaio e nelle organizzazioni sindacali dei lavoratori. Si tratta, dunque di una lunga storia complessa e complicata, che ancora suscita passioni e provoca reazioni, a volte isteriche a volte commosse, sospese tra rabbia e nostalgia, che accende i cuori e, allo stesso tempo, suscita timori, come nessun’altra storia di formazione politica in Italia e in Europa.

Rispetto a questa complessità e a questa sapienza politico-strategica, lo scioglimento del PCI appare oggi come un’operazione frettolosa e riduttiva, imposta dalla nuova congiuntura internazionale determinatasi con la fine del bipolarismo e dell’URSS. Il film di Nanni Moretti, La cosa (1990), documenta lo smarrimento ma anche le indomite speranze, sopravvissute allo sgretolarsi politico del comunismo “reale”, che accesero il dibattito sulla sinistra post-comunista in Italia e in Europa. La svolta del Congresso di Rimini (1990) ha infatti rappresentato l’inizio di un disorientatamento e di un vuoto, quasi un’ orfanezza di matrici culturali e strategico-politiche, che ancora stenta ad essere assorbita e sviluppata dalla sinistra italiana attraverso la trasformazione in una nuova entità organizzata all’altezza del mutato panorama internazionale. Di qui, l’ingenua fiducia nelle aperture innovative promesse dalla globalizzazione dei mercati e l’arrendevole subalternità alle logiche del capitalismo finanziario, che hanno accentuato a dismisura l’assetto leaderistico e correntizio dei movimenti politici con la conseguente liquidazione del conflitto sociale in termini di negoziazione preventiva.»

È possibile oggi attualizzare e rivitalizzare quella lezione, a fronte delle trasformazioni non solo sul piano sociologico e della composizione sociale, ma anche su quello delle forme di coscienza? E con quali mezzi?

«Naturalmente, la riproposizione delle esperienze novecentesche del PCI, ovvero i futili tentativi di “resurrezione” o di “rifondazione”, in assenza di nuove idee-forza paragonabili a quelle scaturite dalla raffinata elaborazione teorico-politica di Gramsci e Togliatti, appare del tutto inappropriata e residuale: la nostalgia si è sempre rivelata una pessima musa da cui trarre ispirazione per una prassi politicamente efficace.

La rivoluzione tecnologica digitale, le inquietanti problematiche ambientali del pianeta, le prospettive ancora inadempiute dell’Unione politica dei popoli europei, così come le preoccupanti insorgenze autoritarie che alimentano la reazione antidemocratica di strati sempre più ampi della società, dovrebbero consigliare la costruzione di un nuovo modello di partito, capace di organizzarsi unitariamente e di contendere criticamente con il dominio economico-politico del liberismo planetario, sperimentando forme inedite e mezzi adeguati di resilienza sociale e politica.

L’odierna crisi della democrazia che investe l’intero Occidente costituisce, infatti, una sfida per le formazioni tradizionali della sinistra obbligandole a ripensare e a verificare nuovi percorsi e nuovi progetti di emancipazione e di giustizia sociale. Il punto di partenza non può non essere un’analisi del mondo del lavoro, prendendo finalmente coscienza dell’irreversibile declino dei vecchi ordinamenti e della diversa composizione delle classi sociali, un tempo incentrata sulla questione del salario e del welfare, oggi profondamente coinvolta e stravolta dai ritmi vertiginosi della mobilità occupazionale, del precariato e dell’accelerazione dei cicli e dei tempi di lavoro.

Limitiamoci a qualche esempio: da troppo tempo è stata abbandonata la rivendicazione di una necessaria riduzione deIl lavoro prima di tuttoll’orario di lavoro a parità di salario, ampiamente giustificata dall’aumento esponenziale della produttività resa possibile dalle innovazioni tecnologiche. Eppure su questa problematica e sugli effetti creativi stimolati dall’estensione dell’otium, esiste una lunga tradizione teorica che va dai Grundrisse di Marx al pamphlet di suo genero, il cubano Paul Lafargue, autore de Il diritto all’ozio, dall’opraismo di Mario Tronti e Renato Panzieri, fondatori dei Quaderni rossi ai Quaderni piacentini (con gli interventi di Alfonso Berardinelli, Sergio Bologna, Guido Viale, Franco Fortini ecc.), fino alla recente indagine sociologica di Domenico De Masi, Il lavoro nel XXI secolo (Feltrinelli, 2018).

Sul piano dell’organizzazione politica la via da battere è, a mio parere, una nuova territorializzazione dei partiti della sinistra, con una più attiva ed efficace distribuzione territoriale dei circoli e delle associazioni democratiche monotematiche, anche attraverso l’uso di video-conferenze e delle reti social, che rendano possibile, in tempo reale, l’ascolto dei bisogni sociali e la discussione delle proposte di soluzione. Si può immaginare la creazione di una sorta di “patronato” permanente con sportelli virtuali per l’assistenza sociale, legale, sanitaria delle persone in difficoltà; e, last but not least, la riapertura delle scuole di formazione politica (ripresa a livello territoriale della Scuola delle Frattocchie) con un programma di interventi, relazioni e dibattiti sulle questioni emergenti nel panorama della cultura politica nazionale e internazionale.»

 

*Quelle che seguono sono le domande poste da UNOeTRE.it
1 - Che cosa hanno significato il PCI e poi la sua cancellazione per la storia del nostro Paese e dei subalterni? (domanda posta nazionalmente da Futura Umanità)
2 - È possibile oggi attualizzare e rivitalizzare quella lezione, a fronte delle trasformazioni non solo sul piano sociologico e della composizione sociale, ma anche su quello delle forme di coscienza? E con quali mezzi? (domanda posta nazionalmente da Futura Umanità)
3 - Per quale motivo la sinistra di questo secolo ha ritenuto, forse acriticamente, che la globalizzazione sarebbe stata una grande occasione di progresso, cedendo a una cultura liberista democratica?
4 -  Cosa rimane di quella storia che ha attraversato in 100 anni la storia del paese?
5 - Che pensa del PCI nella provincia di Frosinone: è stato protagonista di lotte che hanno segnato la storia di questo territorio. Le più significative sono state quelle contadine per l'affrancazione delle terre e la presenza organizzata in alcune fabbriche più grandi. Il significato di quella esperienza ha oggi ancora un valore politico?
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