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Sergio Flamigni ricorda il PCI

PCI CENTANNI

 Alessandro Mazzoli, già Deputato, ha raccolto questa intervista per UNOeTRE.it

sergioflamigni 390 min

Sergio Flamigni è un politico, scrittore e partigiano italiano. È stato un parlamentare del PCI dal 1968 al 1987, nonché membro delle Commissioni Parlamentari d'inchiesta sul caso Moro, sulla Loggia P2 e Antimafia. Oggi è considerato l'autore per eccellenza di approfonditi studi sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro. (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

  1. Il PCI COSA ERA E PERCHE' FINI'?
  2. Il PCI e gli altri PC
  3. Il PCI di Berlinguer

Che cosa ha significato il PCI e poi la sua cancellazione per la storia del nostro paese? E cosa ha portato alla fine del partito?

Il PCI è stato l’opposizione piu’ importante alla dittatura fascista, e’ stato la forza piu’ numerosa nella Resistenza ed e’ stato determinante per la vittoria dell’opzione repubblicana. Tutto questo e’ stato possibile perche’ il Pci, nel corso della sua storia, ha superato le posizioni settarie e ha reso protagonista la classe operaia e le classi subalterne della vita sindacale, sociale e politica del Paese.
Operai, braccianti, mezzadri, piccoli proprietari poveri nonche’, specie nella Resistenza, i giovani e le donne sono stati tolti dallaPartigiani Garbatola di Nerviano 600 min passività in cui li aveva relegati il fascismo e resi soggetti attivi della liberazione e della ricostruzione del Paese.
Il legame ideale, morale e organizzativo degli operai, degli intellettuali e degli strati poveri col partito ha resistito alla scomunica della chiesa cattolica, alle discriminazioni e ai licenziamenti sul lavoro, alle pressioni e alla propaganda internazionale.
Questo perché quel legame era il frutto della forza degli ideali di solidarietà, di libertà, di fiducia nel socialismo e nell’Urss, che aveva vinto il nazismo con l’armata rossa; ma era il frutto anche della capacita’ del gruppo dirigente del Pci di accompagnare alla forte dialettica nella discussione, una sostanziale unita’ al momento della decisione e dell’ applicazione della linea politica.
Era il risultato della capacita’ del partito di rinnovarsi continuamente con l’evolvere della societa’, di essere cioè, al contempo, il soggetto del cambiamento come del proprio rinnovamento culturale e dei quadri dirigenti. Questo legame era il risultato, anche di comportamenti morali, sociali e organizzativi di dirigenti e attivisti del partito. C’era anche l’esempio.

 

Che cosa ha portato alla fine del partito?

Un complesso di eventi attinenti sia alla situazione internazionale, a quella nazionale e allo stesso partito.
Per quanto riguarda il partito, un elemento da prendere in considerazione, perché porto’ al suo indebolìmento, fu la rottura del gruppo dirigente, della sua solidarieta’ e moralita’. Il riferimento è alla sostituzione del segretario Alessandro Natta. Colpito da infarto le dimissioni gli vennero imposte mentre era in ospedale con modi poco urbani.
L’annuncio del cambio del nome del partito e della sua politica fu dato da Occhetto alla Bolognina, all’insaputa degli organi di direzione. Sicuramente ne erano all’oscuro la direzione, i segretari regionali, di federazione e i gruppi parlamentari. Il metodo scelto non favori’ il libero dibattito, in quanto gia’ lo condizionava e soprattutto rompeva la già, all’epoca precaria, unita’ del gruppo dirigente.
Ne risentì anche il livello del dibattito che non approfondì temi essenziali quali quelli dell’esperienza del mondo socialista, del ruolo avuto dal Pci nel movimento operaio internazionale, delle trasformazioni in atto nell’assetto economico, sociale e politico del mondo capitalista e le conseguenze della nuova situazione ecc. ecc. Ne nacque un lungo e travagliato dibattito incentrato sui temi del partito che irrigidì le posizioni fino alla scissione.

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Situazione internazionale, su questo aspetto si erano registrate da tempo differenze importanti fra il partito comunista italiano e quello sovietico. Una prima distinzione si era avuta con la critica di Togliatti, mossa nell’intervista a Nuovi Argomenti, alla “destalinizzazione”, all’attribuire al solo Stalin e al culto della sua personalita’ tutte le tragedie emerse dal rapporto segreto di Cruschev. Nel Memoriale di Yalta, del 1964, Togliatti ribadiva le vie nazionali al socialismo, il pluralismo delle esperienze all’interno del movimento operaio internazionale e dissentiva dalla scomunica dei dirigenti cinesi. Le divergenze erano proseguite con la condanna, da parte del Pci, dell’invasione della Cecoslovacchia e, infine, si erano palesate con la rivendicazione, da parte di Berlinguer, della democrazia come valore irrinunciabile per i partiti comunisti.
Negli anni ‘70, per il partito comunista italiano erano di fondamentale importanza il superamento della divisione del mondo inberlinguer mosca lo strappo 355 min blocchi contrapposti, e l’affermarsi della politica della distensione, quale condizione per aprire nuove prospettive ai partiti comunisti dell’Europa occidentale, di diventare forze di governo. Un momento importante della politica di distensione si era avuto alla conferenza di Helsinki sulla sicurezza europea, convocata da Aldo Moro durante il semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea, a cui partecipo’ anche l’Urss e registro’ una certa ostilita’ kissingeriana. Purtroppo rimase un fatto isolato e proseguì il confronto militare fra l’Urss e gli Usa i quali prevedevano per l’Europa la politica di assoluto rispetto delle aree di influenza. In questo confronto -secondo i sovietici - i partiti comunisti europei dovevano sostenere le scelte militari dell’Urss rinunciando alla loro autonomia.

Da questa impostazione derivava l’ostilita’ del Pcus verso la strategia di Enrico Belinguer di unire i partiti comunisti nella politica di distensione e di conciliazione fra democrazia e socialismo.
La strategia sovietica contrastava e indeboliva quella del partito comunista italiano e ebbe riflessi negativi sul caso Moro che, come è noto, rappresentò la fine della strategia del compromesso storico.
Nonostante la situazione internazionale e la fine della politica di solidarieta’ nazionale, dopo la morte di Moro, Berlinguer non rinunciò ad una autonoma elaborazione con al centro la terza via fra socialismo reale e socialdemocrazia e quale obiettivo il socialismo. Nell’immediato la strategia perseguiva il completamento del disegno costituzionale, che già aveva condiviso con Moro, di rinnovare i partiti e la politica.

La sua intervista del 1981 sulla questione morale delineava nuovi rapporti fra i partiti e lo Stato col fine di rinnovare sia quelli che questo. Si rendeva conto della degenerazione in atto nella vita politica italiana e delle sue conseguenze.
Attento alla modernizzazione della società, nella sua strategia inserì nuovi soggetti, che affiancavano la classe operaia quali protagonisti della trasformazione della società: le donne, il mondo dell’ecologismo e dei diritti. Soggetti tutti di una grande alleanza per introdurre elementi di socialismo nell’economia capitalista.
Berlinguer mantenne sempre forte il legame con la tradizione socialista e comunista di rendere protagonisti nella società i soggetti sociali colpiti dalle ingiustizie e dalle alienazioni proprie del sistema capitalista.
Berlinguer non rinuncio’ a pensare il Pci come soggetto della trasformazione socialista della societa’ italiana.

Purtroppo quando nell’Urss si avviò un processo di profondo rinnovamento, con la elezione di Gorbaciov alla segreteria del Pcus, Berlinguer era gia’ morto, e purtroppo sia il Pci che gli altri partiti europei non seppero essere di aiuto al nuovo segretario nella sua politica, e, anzi, si affidarono a lui e sperarono in un esito positivo del suo rinnovamento. Non seppero individuare strategie e iniziative per aiutare Gorbaciov.

Per completare il quadro, mentre il mondo del socialismo reale conosceva profonde trasformazioni, anche il capitalismo, dopo leBerlinguer e Moro 225 lotte economiche e sociali degli anni ‘60 e la crisi petrolifera del 1973, stava subendo grandi cambiamenti tecnologici e di deindustrializzazione nella produzione, di finanziarizzazione nell’economia, di affermazione del liberismo con la Teatcher e Reagan in politica.
Di fronte alla complessita’ dei problemi che il partito aveva di fronte la svolta della Bolognina, nel momento della caduta del Muro di Berlino, si presento’ come una semplificazione. Sul piano internazionale si prevedeva un mondo nel quale si sarebbe affermata la distensione e raggiunti nuovi traguardi di civilta’, su quello interno, con il cambio del nome del partito, si prevedeva la caduta della convention ad escludendum e quindi una nuova dinamica politica, che avrebbe reso il nuovo partito, erede del Pci, protagonista della lotta per il governo del paese.

Anzi, la governabilita’ divenne un valore in se. Non si colse lo scollamento dei partiti rispetto alla societa’, visto invece da Moro e da Berlinguer, e di li a tre anni si ebbe il crollo del sistema politico legato al progetto costituzionale. Della situazione internazionale andata in un senso completamente diverso da quello previsto e’ inutile dire. La svolta andava operata ma mantenendo tutta la complessità della situazione, l’unita’ del gruppo dirigente e nel solco della prospettiva berlingueriana.

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E’ possibile oggi attualizzare e rivitalizzare la lezione del Pci, dalle lotte sociali alle rivendicazioni sindacali, a fronte dei cambiamenti sociali e della diversa coscienza politica popolare? E con quali mezzi?

La storia del socialismo e del partito comunista italiano sono la storia di partiti che hanno reso le classi subalterne e marginali protagoniste del loro miglioramento sociale e del loro futuro. In questo vi e’ un grande insegnamento. Le classi subalterne per essere protagoniste devono essere educate alla politica, e l’educazione alla politica si fa con le iniziative, con l’organizzazione capillare sul territorio e con le lotte, con le quali si impara a valutare i rapporti di forza e il realismo. Prima di tutto pero’ e’ necessario sapere chi si e’ e dove si vuole andare e soprattutto con chi. La storia del pci da questo punto di vista e’ ricca di insegnamenti.
Su come cambiare la societa’ basata su nuove alienazioni, derivanti da consumi esasperati e da nuovi mezzi di comunicazione di massa, non posso essere io l’esperto.

 

Berlinguer avanzo’ la proposta di unificare tutte le forze comuniste europee, possibilita’ denominata poi eurocomunismo. Quanto e’ rimasto dell’idea di una sinistra europea unitaria?

Prima di tutto vi e’ da dire che e’ cresciuto il bisogno di Europa. Nel tempo della globalizzazione le singole nazioni non sono in grado di affrontare in modo efficace i problemi economici, culturali e sociali nonche’ sanitari, vedi pandemia.
Berlinguer pensava all’eurocomunismo come a una forza democratica per la distensione e per la espansione della democrazia, laBerlinguer giustizia sociale e avendo come riferimento il socialismo.
Purtroppo il partito socialista europeo e’ un gruppo parlamentare e non vive nella societa’. Non vi sono esperienze di soggetti sindacali, sociali e politici veramente europei, almeno io non colgo nella esperienza quotidiana questa presenza.

I comunisti italiani diedero un contributo fondamentale per la conquista e il mantenimento della democrazia in Italia. Come si predispose il Pci per fronteggiare la strategia della tensione?

Nel contesto della guerra fredda la strategia della tensione e’ stato il modo di agire dei servizi segreti anglo americani, della Nato, della massoneria, di apparati dello stesso Stato italiano, che non disdegnarono di usare anche la destra eversiva italiana come manovalanza, per perseguire l’obiettivo di emarginare il partito comunista, di limitare le forze progressiste e la stessa democrazia in Italia. Di fronte a questa strategia il Pci contrappose una politica di mobilitazione unitaria delle forze democratiche di tutto l’arco costituzionale, con la formazione dei comitati antifascisti e per la difesa dell’ordine democratico. Lo stesso compromesso storico rafforzava lo schieramento democratico per il rinnovamento dello Stato. Vedi riforma della polizia, organi elettivi dell’esercito ecc. La risposta fu concepita in termini politici di rafforzamento dello schieramento costituzionale e antifascista e di rinnovamento dello Stato.

L’intuizione del compromesso storico aprì un grande dibattito nel Pci. Che cosa rappresentò nel confronto interno la proposta di Berlinguer, poi stroncata con il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro?

Il compromesso storico è proposto da Berlinguer dopo il colpo di Stato in Cile. Il concetto principale era che in Italia le forze socialiste non potevano governare con il solo 51 per cento dei consensi, ma dovevano costruire uno schieramento piu’ ampio che coinvolgesse le forze cattoliche.
Le ingiustizie e gli squilibri della societa’ dovevano e potevano essere risolti, ma per vincere le resistenze delle forze conservatrici e reazionarie, che erano non solo italiane ma anche internazionali, salvaguardando e rafforzando il contesto democratico, era necessario uno schieramento molto ampio di forze comprendenti dal punto di vista politico la stessa Democrazia cristiana.
L’incontro con la Dc era possibile perche’ aveva solide basi costituzionali. Si trattava di dare piena attuazione al dettatoRipartire dalla stagione di Berlinguer 390 min costituzionale, di riconoscere funzione di governo in un contesto unitario, al principale partito di opposizione, che godeva del consenso di un terzo del popolo italiano.
La strategia del compromesso storico si prometteva di rafforzare la democrazia italiana e di rinnovare la società in una situazione in cui le grandi potenze internazionali erano decise a mantenere un sostanziale e immutato assetto politico nei paesi europei e soprattutto di impedire al Pci di diventare forza di governo.
Non va dimenticato che gli organi di informazione quali la Repubblica, gli stessi socialisti craxiani, chiedevano al partito di rompere con la sua tradizione, in qualche modo di abiurare il passato, di rinunciare alla terza via berlingueriana e alla prospettiva del socialismo. Berlinguer non volle invece mai rinunciare a questa prospettiva e la sua proposta aveva quale obiettivo di rendere protagoniste le masse popolari anche in quella complicata fase.

Per quale motivo la sinistra di questo secolo ha ritenuto che la globalizzazione sarebbe stata una grande occasione di progresso, cedendo a una cultura liberista democratica? Ed attualmente la sinistra ha conservato la capacità di leggere i nuovi scenari prodotti dalla globalizzazione?

Con la svolta della Bolognina si rinunciò non solo al nome di partito comunista ma alla stessa prospettiva socialista che Enrico Berlinguer aveva tenacemente tenuta aperta nella sua elaborazione. Al contempo si allentarono i legami organizzativi con la classe operaia e le masse popolari, i loro bisogni, esigenze e aspirazioni. Inoltre, la governabilità divenne un valore in se più che uno strumento di cambiamento. La prospettiva degli eredi del Pci divenne quella di contenere gli eccessi, gli squilibri, di prestare una qualche forma di aiuto ai perdenti della concorrenza capitalista senza contestarne le logiche. Si accettò la progressiva liquidazione dello Stato sociale come affermazione di diritti: al lavoro, a tutti i gradi dell’istruzione, alla sanità, ci si fece egemonizzare dalle teorie liberiste.
La capacità della sinistra di incidere nella concreta situazione ecologica, sociale, del lavoro ecc. sembra limitata e questo è il frutto anche di una ridotta capacità di analisi della situazione concreta.

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