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La crisi si sta avvitando su se stessa

poverta bigdi Fabrizio Salvatori, da controlacrisi.org - Crescono ancora le sofferenze nelle banche: negli ultimi 12 mesi sono cresciute del 22,7% arrivando a sfiorare i 150 miliardi di euro a novembre scorso. A dirlo è il Centro studi Unimpresa. La crisi, quindi, si sta avvitando su se stessa. E' questo il segnale che arriva dalle banche, in un momento in cui come dicono altri numeri il settore sta per essere ristrutturato attraverso il controllo della Bce. Tutti i discorsi sulla ripresa, quindi, sono nulli quando cozzano contro la granitica verità di questo dato. Anche perché, intanto lo spettro della deflazione avanza e, nello stesso tempo, l'impiego dei capitali insiste sui settori finanziari speculativi.
La fetta maggiore di prestiti che non vengono rimborsati regolarmente agli istituti di credito è quella delle imprese (103,1 miliardi). Le "rate non pagate" dalle famiglie valgono più di 31 miliardi, mentre quelle delle imprese familiari quasi 13 miliardi. Superano il tetto dei 2 miliardi, poi, le sofferenze della pubblica amministrazione, delle assicurazioni e di altre istituzioni finanziarie. Complessivamente le sofferenze adesso corrispondono al 10,54% dei prestiti bancari, in aumento rispetto all'8,20% di un anno fa. Alla fine del 2010 le sofferenze ammontavano a 77,8 miliardi: in meno di tre anni, quindi, sono quasi raddoppiate sfiorando un incremento percentuale di 90 punti. Centro studi Unimpresa.
Secondo lo studio dell'associazione, basato su dati della Banca d'Italia, in totale le sofferenze sono passate dai 121,8 miliardi di novembre 2012 ai 149,5 miliardi di novembre 2013 (+22,76%) in aumento di 27,7 miliardi. Nel dettaglio, la quota delle imprese è salita da 81,6 miliardi a 103,1 (+26,31%) in aumento di 21,4 miliardi. La fetta relativa alle famiglie è cresciuta da 27,5 miliardi a 31,5 miliardi (+14,34%) in salita di 3,9 miliardi. Per le imprese familiari c'è stato un aumento di 1,7 miliardi da 11,1 miliardi a 12,9 miliardi (+15,38%). Le "altre" sofferenze (pa, onlus, assicurazioni, fondi pensione) sono passate invece da 1,4 a poco più di 2 miliardi (+39,42%) con 581 milioni in più.
"Siamo allarmati - commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi - di fronte alla sempre maggiore difficoltà, sia delle famiglie sia delle imprese, nel pagare le rate dei finanziamenti, assistiamo a un atteggiamento di superficialità da parte del Governo di Enrico Letta, che poco sta facendo per risolvere la questione del credito. Altrettanto preoccupante è la posizione dei rappresentanti delle banche che cercano di sminuire il problema, interpretando i numeri affinché non si punti il dito contro l'industria creditizia". Complessivamente le sofferenze adesso corrispondono al 10,54% dei prestiti bancari, in aumento rispetto all'8,20% di un anno fa. Alla fine del 2010 le sofferenze ammontavano a 77,8 miliardi: in meno di tre anni, quindi, sono quasi raddoppiate sfiorando un incremento percentuale di 90 punti.
Le erogazioni degli istituti di credito sono scese, complessivamente, del 4,46% nell'ultimo anno. Resta particolarmente grave il quadro per le imprese: nell'ultimo anno le aziende hanno assistito alla riduzione dei finanziamenti di tutti i tipi di durata. Sono calati i prestiti a breve termine (fino a 1 anno) per 32,9 miliardi (-9,85%) da 334,9 miliardi a 301,9 miliardi, quelli di medio periodo (fino a 5 anni) di 5,1 miliardi (-3,97%) da 129,9 miliardi a 124,8 miliardi e quelli di lungo periodo (oltre 5 anni) di 18,9 miliardi (-4,63%) da 409,1 miliardi a 390,2 miliardi.
Giu' anche il comparto mutui casa con le erogazioni degli istituti calate di 4 miliardi (-1,12%) da 365,9 miliardi a 361,8 miliardi: il mercato immobiliare, cosi' rilevante per il prodotto interno lordo italiano e per le prospettive di crescita economica, resta dunque privato della liquidita' necessaria a ripartire; la contrazione dei finanziamenti non consente al business del mattone di rimettersi sul sentiero della crescita. In totale, lo stock di finanziamenti alle famiglie e' calato in un anno da 611,1 miliardi a 602 miliardi co n una diminuzione di 9,1 miliardi (-1,49%).

Crisi, i lavoratori poveri in Italia sono più del 12%. Fmi: "Nel Sud Europa ripresa fragile". Se l'Italia continua a "conquistare" posizioni nella classifica della disoccupazione, soprattutto giovanile, per quanto riguarda gli occupati non si può dire che la crisi dispensi doni. Nel Bel Paese oltre il 12% (12,5%) degli occupati non riesce a vivere del suo stipendio. Solo Romania e Grecia fanno peggio (oltre il 14%). Ma la loro situazione era grave gia' nel 2008.Come sottolinea uno studio Ue sull'occupazione, dal 2010 mentre gli stipendi delle famiglie in Ue sono diminuiti, "i cali sono stati particolarmente profondi (oltre cinque punti percentuali in due anni) in Grecia, Spagna, Italia, Irlanda, Cipro e Portogallo". Prima della crisi, ovvero nel 2007, in Italia la quota dei lavoratori poveri era intorno all'11%. In compenso c'è da tener conto che la crisi ha lasciato sul terreno quasi un milione di posti di lavoro tra dipendenti, precari e lavoro nero.
In generale in Europa dal 2008 al 2012 il numero di persone a rischio di poverta' ed esclusione sociale e' salito di 7,4 milioni, ovvero oggi e' un quarto della popolazione europea (125 milioni) ad essere a rischio indigenza. E Italia, Grecia e Irlanda sono i Paesi dove la situazione si e' deteriorata maggiormente, cioe' hanno visto salire il numero delle persone in difficolta' di oltre cinque punti percentuali in quattro anni. Dato il quadro fosco della situazione sociale in Ue, la Commissione conclude che "nonostante i primi timidi segnali di ripresa economica, mercato del lavoro e situazione sociale restano una grande sfida e il carattere inclusivo della possibile ripresa e' incerto". A battere sullo stesso punto è anche l'Fmi. Per il capo economista Olivier Blanchard, il Sud Europa ''continua a essere la parte dell'economia mondiale piu' preoccupante". Quindi, se da una parte per il 2014 è prevista una crescita positiva, e in alcune aree del pianeta addirittura superiore alle attese, sarà "fragile'' per l'area del Sud Europa. Fragile vuol dire che la disoccupazione rimarrà ai livelli attuali. Se da un lato le esportazioni sono forti dall'altro la domanda interna e' debole e risente del legame fra attivita' debole, banche deboli, societa' deboli e la necessita' di risanamento di bilancio. ''Una crescita sostenuta richiedera' la rottura di questi legami e l'appoggiarsi piu' sulla domanda esterna e interna', conclude Blanchard.

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