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«Fame di pane e rose»

lotte per il lavoro 350 260di Paola Bucciarelli - Nel Lazio esistono 350 mila persone disoccupate o inoccupate, mentre, tra i nuovi contrattualizzati, il 70% ha contratti che non superano i tre mesi e il 50% lavora con contratti che non superano il mese.
Sono numeri drammatici, soprattutto se si riflette sul fatto che - nella maggior parte dei casi - si tratta di lavoro povero, sottopagato, dequalificato, al contrario di molta forza lavoro che invece risulta altamente qualificata.
Nel Lazio, come nelle altre regioni del centro, la percentuale di laureati è tra le più alte d’Italia, ma, nonostante questo, né le imprese private né l’amministrazione pubblica riescono a soddisfare minimamente la fame di lavoro di questa regione.
La situazione è così critica che stanno nascendo delle rivendicazioni dal basso. Tra queste la legge di iniziativa popolare per un reddito minimo garantito, proposta da un comitato del frusinate insieme a Disoccupati uniti della Vertenza Vrusinate. Inoltre, anche dal punto di vista istituzionale, per fronteggiare i numeri negativi del lavoro è stata approvata, su richiesta del consigliere regionale Agostini, l’istituzione di una commissione d’indagine sul “decent work e sul lavoro 4.0”; questa funzionerà da strumento di monitoraggio e di controllo costante, al fine di avere un database sempre aggiornato, base necessaria per avviare politiche per il lavoro decisamente più incisive.

Il lavoro è insostituibile

Ora, io penso che tutto ciò vada bene; ma, se servono dei sostegni al reddito, queste misure non possono sostituire il lavoro di qualità. Solo questo dà autonomia, indipendenza e crea dei cittadini e non dei consumatori, per giunta a basso consumo.
La prima cosa da fare è rimettere al centro il lavoro, creare lavoro, un buon lavoro. Per fare questo, c’è bisogno di investimenti con l'obiettivo di favorire il lavoro a tempo indeterminato.
Bisognerebbe ragionare su come ridurre le varie forme contrattuali atipiche (ne esistono ben 46!), intervenire in maniera forte su stage e tirocini, che, in troppi casi, perdono il loro obiettivo e sono vere e proprie forme di sfruttamento.
Si è invece finora puntato solo sulla precarizzazione del lavoro: questi non è la richiesta di un semplice posto fisso, ma condizioni di lavoro senza sfruttamento.
C’è un fenomeno diffuso di precarizzazione del lavoro, ed è su questo che bisogna incidere: sulla qualità dell'impiego; bisogna uscire una volta per tutte da questa logica e garantire i diritti a tutti.
Dobbiamo combattere e sconfiggere la cultura dominante secondo la quale il lavoro deve essere pagato sempre meno e i diritti non devono esistere. Se si continua a considerare il lavoro in questo modo, il nostro Paese non avrà più un futuro.
Il governo sbandiera tanto il fatto che attraverso il Jobs act sono stati creati un milione di posti di lavoro. Per prima cosa ciò non è vero in maniera assoluta, perché molte sono state stabilizzazioni di posti esistenti e non creazione di nuovi. Inoltre, a che prezzo sono stati creati? Hanno richiesto molti miliardi di decontribuzione; tutti soldi che si sarebbero potuti utilizzare per provvedimenti più efficaci, complessivi, strutturali e quindi stabili, mentre l'85% dei posti creati è a termine.
Si sarebbe potuto investire in istruzione e ricerca parte di quella cifra! I dati O.C.S.E. dicono che, da questo punto di vista, siamo agli ultimi posti in Europa. Si sarebbero potuti investire soldi, ad esempio, per far tornare qualche “cervello in fuga” (così vengono definiti tutti quei ricercatori italiani i quali, non avendo possibilità di continuare in Italia le loro ricerche, le cercano e spesso trovano all’estero). È addirittura Confindustria a dire che il loro mancato utilizzo in Italia ci costa qualcosa come l’1% di PIL.
Un Paese che guardi al futuro delle nuove generazioni e non soltanto a far genericamente quadrare i conti dovrebbe, in conclusione, prendere provvedimenti di ben altro tipo; si continua, invece, a raschiare il fondo del barile e a prelevare, senza toccare gli interessi dei poteri forti e delle grandi concentrazioni finanziarie, da chi ha sempre pagato il costo delle crisi causate da altri.

 
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