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Il Recovery Fund e come lo vediamo

Per uscire dalla crisi

Il coronavirus, la crisi economica e la ricostruzione in Europa

di Alessandro Mazzoli
ursula von der leyen 380 minCon la diffusione del coronavirus e l’impatto violento avuto su tutte le società, non avendo a disposizione vaccini e cure appropriate, gli stati hanno reagito nell’unico modo che avevano a disposizione: imporre ai cittadini restrizioni molto pesanti stabilendo il cosiddetto lockdown che è consistito nell’obbligo di rimanere in casa interrompendo la gran parte delle attività lavorative e di svago, salvo quelle produttive ritenute di assoluta priorità.

Una simile decisione già in origine portava con se la conseguenza di una fortissima crisi economica. Più lunga fosse stata la fase di blocco più dura sarebbe stata la crisi. Con una chiusura meno prolungata la crisi sarebbe stata più contenuta. Ma la consapevolezza della crisi è stato un dato di fatto, e in molti paesi ha condizionato pesantemente le scelte dei governi che hanno finito per ritardare troppo la decisione del lockdown ed hanno pagato un prezzo di vite umane altissimo.

Il dilemma tra salute e lavoro, non nuovo in verità, si è riproposto e si ripropone anche in questa circostanza con effetti rilevanti sul piano politico all’interno di ogni paese e sul piano globale. E’ fuori di dubbio però che senza la necessaria sicurezza per le persone è impossibile immaginare la ripresa dell’economia.

Questi temi hanno investito in pieno anche l’Europa che, in realtà, veniva già da un periodo difficilissimo dovuto alla crisi economico finanziaria del 2007/2008 e che aveva lasciato profondi strascichi, basti ricordare la vicenda della Grecia.
La differenza è stata che, in piena pandemia da coronavirus, con la necessità di reagire il più rapidamente possibile, la politica e le istituzioni europee hanno prodotto novità rilevantissime sulle quali è giusto riflettere proprio perché rappresentano una discontinuità rispetto almeno agli ultimi due decenni. Il che, innanzitutto, la dice lunga sulla forza d’urto di questa epidemia che, peraltro, è soltanto all’inizio.

Davanti a questa emergenza è diventata immediatamente più evidente l’inadeguatezza della politica europea imperniata sull’austerity e sul controllo rigido del debito pubblico dei singoli stati. In pochissime settimane sono saltati tutti i capisaldi di un impianto conservatore che ha governato a lungo l’Europa: è stato sospeso il patto di stabilità, sono stati autorizzati sforamenti di debito pubblico, è stato radicalmente trasformato il fondo salva stati (MES), di fatto sono stati realizzati gli “euro bond” attraverso il piano definito Recovery Fund o Next Generation EU, è prevalsa la necessità della coesione europea al posto dell’egoismo dei singoli stati, la BCE ha dovuto proseguire la politica del Quantitative Easing ideata da Draghi e di cui era stata annunciata la dismissione solo qualche mese prima.

La svolta è stata possibile perché si è compreso abbastanza presto che in gioco c’era esattamente il progetto europeo. Nel senso che, se di fronte ad un’emergenza così grande non si fossero condivise le risposte necessarie a proteggere le popolazioni e ridare impulso a processi economici virtuosi, allora si sarebbe dovuto constatare il prevalere dell’impostazione nazionalista e il venir meno di quei valori comuni che diedero vita al progetto comunitario. Anche se il dibattito pubblico non sempre si è soffermato su questo, la posta in gioco è stata realmente questa: Europa si, Europa no e, quale Europa?

In questa circostanza le posizioni europeiste e comunitarie dei paesi del mediterraneo, a partire da Italia e Spagna, hanno trovato l’ascolto e la sponda di Francia e Germania e sono diventate la base per impostare una nuova stagione di politiche orientate verso gli investimenti più innovativi.

Il pacchetto complessivo è fatto di due parti: quello composto dal bilancio pluriennale UE dal 2021 al 2027 e quello del Recovery Fund. Secondo il progetto il bilancio dovrà avere nei sette anni un volume pari a 1074 miliardi di Euro, da finanziare prevalentemente attraverso i contributi netti degli stati membri dell’Unione. Il piano per la ripresa economica invece è pari a 750 miliardi di Euro. Di questi, 390 miliardi vengono erogati sottoforma di sovvenzioni, che non dovranno essere ripagati dai paesi destinatari, mentre 360 miliardi verranno distribuiti sottoforma di crediti.

 

Senza dubbio il Recovery Fund introduce un’importante novità nel panorama europeo. Per la prima volta viene prevista una condivisione del debito. Proprio per questo la Commissione europea potrà emettere dei titoli comuni sui mercati finanziari. Gli stati membri però non dovranno erogare dei soldi ma esprimere soltanto una garanzia rispetto al fatto che nel caso di necessità sostengano i titoli.
Per l’utilizzo di questi fondi la Commissione europea ha definito delle linee guida che i governi dovranno prendere in considerazione nella stesura dei piani. Tra i criteri principali di cui gli stati membri devono tenere conto ci sono la sostenibilità ambientale (in linea con l’European Green Deal), la produttività, l’equità e La stabilità macroeconomica. Per esempio la Commissione ha proposto che almeno il 20% delle risorse venga destinato alla transizione digitale e che il 37% serva per finanziare la spesa per il green. Saranno naturalmente i governi e i parlamenti di ogni singolo paese a redigere e approvare i piani nazionali che poi saranno sottoposti al vaglio della Commissione europea.

Nel complesso la “quota” italiana del Recovery Fund è di circa 209 miliardi di Euro ripartiti in 81,4 miliardi in sussidi e 127,4 miliardi in prestiti. Si tratta di cifre ragguardevoli non solo perché sono le più alte destinate ad un singolo paese, ma anche perché rappresentano un’operazione in proporzione più grande del Piano Marshall con il quale fu avviata la ricostruzione post bellica. Cioè questa decisione europea è importante non solo per la quantità di risorse mobilitate ma anche per il risvolto politico che ha portato il nostro paese ad avere un ruolo cruciale in un passaggio difficilissimo della storia dell’Unione.

E’ indubbio quindi che questo risultato sia un grande successo della diplomazia italiana. Ma per poter parlare di un grande successo dell’Italia c’è ancora molto da lavorare e non sarà sufficiente soltanto il governo e una maggioranza parlamentare. Ovviamente sono e saranno fondamentali. Ma la partita che si è aperta e la posta in gioco richiedono che il paese in quanto tale si senta mobilitato per costruire ad ogni livello le condizioni per utilizzare al meglio le risorse di cui disponiamo. Scelte chiare su progetti ambiziosi che spingano verso la modernizzazione del paese e l’equità sociale perché le due cose non sono in contrapposizione ma possono e devono andare insieme, sempre.

L’Italia ce la farà se, innanzitutto, dimostra di essere capace di un dibattito pubblico ben più adeguato di quello a cui stiamo assistendo da troppe settimane. Non si può ogni giorno discutere se il governo deve stare in piedi o deve cadere. E’ un errore perché genera confusione, ed è un inutile perdita di tempo e di energie perché a questo governo non c’è alternativa e il problema dell’Italia, oggi, non è questo.

IL terreno del confronto pubblico va velocemente spostato verso l’Italia del 2030, 2040, 2050, rimettendo al centro le nuove generazioni, consolidando i pilastri dello stato sociale attraverso investimenti massicci su istruzione e sanità e aprendo una grande discussione sul lavoro del presente e del futuro, perché green economy e digitalizzazione possono essere due straordinarie opportunità se affrontate con gli occhi dell’equità sociale, ma possono anche essere un costo enorme se visti solo e soltanto con gli occhi del profitto e del mercato senza regole.

La stessa discussione sul MES sconta approcci non solo ideologici, ma, purtroppo privi della visione necessaria sulla serietà di questa crisi e sulle necessità dell’Italia di domani e di dopodomani.
Il MES di cui disponiamo oggi non è più il Fondo Salva Stati che prevedeva l’arrivo della troika nel caso di paesi inadempienti. E’ un fondo a disposizione, sotto forma di prestito, per investimenti diretti e indiretti sui sistemi sanitari a tassi estremamente favorevoli senza condizionalità. In base alla ripartizione di questo fondo all’Italia spetterebbero circa 37 miliardi di Euro che, casualmente, equivalgono all’ammontare dei tagli che negli ultimi vent’anni sono stati apportati al Sistema Sanitario Nazionale dai vari governi che si sono succeduti.

Ma perché non dovremmo dire di si ad un prestito dedicato che ci consentirebbe di risanare e modernizzare il nostro sistema sanitario? Peraltro, diversamente dal Recovery Fund, i fondi del MES sono immediatamente disponibili e non occorre aspettare l’estate del 2021. Dobbiamo considerare che l’efficienza dei servizi sanitari, d’ora in poi, equivarrà ad un requisito di affidabilità di un paese e sarà uno degli elementi che determinerà il grado di resilienza in caso di nuove emergenze. Quindi, sia per gli errori compiuti in passato e sia per le necessità future noi abbiamo assoluto bisogno di nuovi investimenti in sanità per strutture più moderne, ricerca avanzata e servizi di prossimità ai cittadini.

Ecco, le diverse posizioni e i diversi orientamenti politici e culturali dovrebbero imboccare la strada di un confronto rivolto al futuro piuttosto che attardarsi in dispute di corto respiro e che non seminano niente di buono. Certo, è innanzitutto compito delle classi dirigenti, ma è anche compito della società nel suo insieme. Perché, mai come in questa circostanza è vero che “ci si salva e si va avanti se si agisce tutti insieme, e non solo uno per uno”.

 

 

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