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Chiara Saraceno e il Recovery Plan

NEXT GENERATION EU. Interviste

Chiara Saraceno* risponde alla domande di Nadeia De Gasperis

ChiaraSaraceno Cremonaoggi 380 minLo scorso 29 aprile il governo ha approvato il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). I fondi stanziati per asili nido, scuole dell’infanzia sono sufficienti per il sostegno alle famiglie? servirà a finanziare il welfare sociale?

«Nidi e scuole per l’infanzia sono solo un, importante pezzo di politiche per le famiglie, oltre ad essere primariamente strumenti di pari opportunità tra i bambini. I fondi stanziati, se fossero destinati solo agli asili nido (la scuola dell’infanzia ha già un elevato livello di copertura e richiede solo che vnga esteso il tempo pieno là dove, specie al Sud, non c’è) basterebbero per raggiungere un 33% di copertura con finanziamento pubblico, quindi accessibile anche ai ceti più modesti. Non sufficiente, visto che il 67% dei bambini rimarrebbe fuori, o solo con l’opzione dei nidi privati, ma più che raddoppierebbe la dotazione attuale. Occorre tuttavia a) che gli investimenti siano diretti innanzitutto a sanare le enormi disuguaglianze territoriali nella dotazione; b) che nei bilanci annuali siano previsti i costi di gestione, per garantire gli enti locali sulla sostenibilità del servizio.
Ciò detto, per sostenere le famiglie con figli e le pari opportunità tra bambini occorre anche allargare il tempo pieno di qualità nella scuola primaria e in quella secondaria di primo grado. Inoltre ci sono tutti i problemi legati alla disabilità e alla non autosufficienza che non vengono toccati dal punto di vista di sollevare le famiglie di parte delle responsabilità e del lavoro ad esse connessi. Nella parte del PNRR dove si parla di non autosufficienza e di domiciliarità di fatto sembra si parli solo di ADI, l’assistenza domiciliare integrata, che è un servizio sanitario temporaneo successivo ad una ospedalizzazione. Nulla c’è sulla assistenza quotidiana continuativa e non esclusivamente sanitaria, lasciata per lo più a familiari e badanti».

 

Come si dovrà lavorare concretamente sui territori per avere riscontri positivi nell’investimento delle risorse e nella equità di distribuzione tra le regioni?

«Come dicevo, sarebbe stato necessario esplicitare chiaramente, in termini anche quantitativi, l’obiettivo del riequilibrio territoriale (rispetto al Mezzogiorno, ma anche alle aree interne. Ad esempio Alleanza per l’Infanzia e la sovra-rete educAzioni avevano chiesto che si fissasse il 33% di copertura dei nidi a livello almeno regionale. Invece è sparita sia la percentuale, sia la sua definizione a base territoriale. Inoltre sarà necessario aiutare gli enti locali meno attrezzati sul piano delle risorse umane e professionali a fare la necessaria progettazione e a seguirne l’attuazione.
Qui c’è un ruolo anche della società civile e dell’associazionismo, per monitorare attentamente e con sistematicamente i processi».

 

Il governo Draghi aggiunge uno strumento universale e non categoriale per le famiglie, l’assegno unico, quale strumento centrale per il sostegno alle famiglie. Cosa ne pensa? Basterà a convincere le famiglie a fare figli?

«In realtà non è il Governo Draghi. La proposta di legge è stata avanzata sin dall’inizio della legislatura, riprendendone una rimasta nel cassetto nella legislatura precedente. Si è integrata con il Family act della ministra Bonetti, costituendone il primo atto. Se non sbaglio, è stata approvata dalla Camera durante il governo Conte 2 e al Senato durante questo governo. L’idea di uno strumento universale che accorpi tutte le frammentarie misure esistenti e allarghi la copertura a tutti i minorenni, indipendentemente dalla condizione lavorativa dei genitori è buona e i fondi stanziati sono un importante segnale di una benvenuta attenzione della politica per il benessere dei più piccoli. Temo però che – tra vincoli di bilancio e impostazione della legge che lega l’importo dell’assegno alla condizione economica familiare - alla fine l’assegno risulterà molto meno universale di quanto sarebbe desiderabile e la sua universalità pressoché solo simbolica».

Lei, che presiede il comitato per la valutazione del reddito di cittadinanza, ritiene che oggi in Italia le politiche attive sul lavoro, previste dal Paino di Ripresa e Resilienza, andrebbero collegate al reddito di cittadinanza?

«Sicuramente il Reddito di Cittadinanza deve collegarsi anche alle politiche attive del lavoro, almeno per chi, tra i percettori, è in grado di lavorare. Ma le politiche attive del lavoro non possono/devono riguardare solo e neppure principalmente il percettori del Reddito di Cittadinanza, ma tutti coloro che si affacciano al mercato del lavoro, o che perdono il lavoro ed hanno difficoltà a trovarne un altro. Trovo, ad esempio, stupefacente che in questi lunghi mesi in cui molti hanno perso il lavoro, o non lo hanno trovato, o sono rimasti congelati in una cassa integrazione che non si sa se effettivamente consentirà di tornare al lavoro, si sia fatto poco o nulla per offrire a queste persone opportunità di riqualificazione e orientamento. E che anche i sindacati si siano preoccupati di garantire un reddito, ma non anche di proteggere e rafforzare il capitale umano».

Nadeia De Gasperis
vicedirettrice di UNOeTRE.it

 

*Chiara Saraceno. È una sociologa, filosofa e accademica italiana.
Fino al 2008 professore di sociologia della famiglia all’università di Torino, dove ha anche diretto il CIRSDe, centro di interesse di ateneo per le ricerche delle donne e sul genere, dal 2006 al 2011 è stata professore di ricerca al Wissenschaftszentrum Berlin für Sozialforschung. Dal 2011 è honorary fellow al Collegio Carlo Alberto, Moncalieri/Torino.

 

 

 

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