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La strage di Capaci

giovani contro le mafie 350 260di Nadeia De Gasperis - Era il 23 maggio 1992 e io avevo 15 anni il giorno della strage di Capaci, nel nome il destino, la cronaca di una morte annunciata deflagrò il presentimento di angoscia che serrava i denti dell'audacia.
Mi sembrò che da quel momento ognuno dei tentacoli di quella enorme piovra avesse strozzato una certezza. che vivere una vita da persona giusta restituisse qualche opportunità in più contro un destino nefasto, che ci fosse qualcosa di più forte della fatalità, l'intenzione umana, che potesse decidere l'ora, il giorno, l'istante in cui interrompere una vita e tutta la concatenazione di affetti che quella vita aveva meritato, che avevano meritato la presenza di quella vita. La dinamica mi tormentava, il viaggio interrotto, i dialoghi tra due persone che si amano "ti accompagno per un po' così mi sento più tranquilla", le parole pensate di quelle vite che scortavano il coraggio, un sorriso stampato sullo specchietto retrovisore che immaginava cosa avrebbe detto appena rincasato ai suoi figli, alla sua compagna. Il dubbio atroce del peso delle piccole scelte quotidiane su un percorso segnato dalla polvere esplosiva "oggi guido io", "stavolta vengo con te".
Il male vinceva in maniera roboante sul bene e lo faceva a colpo sicuro.
Ricordo la profonda angoscia del senso di irreversibilità che quella tragedia innescò. Quanto si trascura, il bisogno di risposte concrete che esigono le giovani vite! La formula di rito delle commemorazioni, all'incontro per la conta delle responsabilità, è sempre la stessa: molto è stato fatto, tanto ancora c'è da fare. Intanto il Presidente del Consiglio lancia un hashtag "io non dimentico" come fosse un post it, un pro memoria, "alla memoria di" lancia l'hashtag di guerra alla mafia. Meglio seppellirlo, questo hashtag, con tutte le tue "buone" intenzioni, caro presidente. Un bambino, in uno degli eventi celebrativi, dice "io da grande vorrei fare un po' il calciatore, un po' il magistrato". Coltivare i propri desideri e cercarsi da soli la strada del riscatto. Quello che fa da sempre la popolazione civile, i sacerdoti "senza carica", le persone di cultura, i politici fuori dal coro, quel coro che canta il requiem alla legalità, quando non intraprende azioni concrete contro le mafie, quando legittima l'illegalità, quando è colluso, quando offre il banchetto alla criminalità organizzata. E al banchetto vengono sacrificati anche i bambini, vittime delle ecomafie, della mafia ai livelli "tradizionali", che disattende perfino le sue originali ipocrite regole "i bambini non si toccano".
E soprattutto dai ragazzi, si alza l'urlo che squarcia il velo pietoso dell'omertà "e adesso ammazzateci tutti" era il grido dei ragazzi di Locri, è l'eco dei ragazzi di ieri, che raggiunge e amplifica il grido di oggi.

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