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Foibe. Un'opera d'informazione storica dell'Anpi di Ceccano

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foiba 350 260L’evento promosso dall’ANPI Ceccano dal nome “Le foibe e i confini orientali” con relatore il dott.Valerio Strinati, di cui qui riportiamo resoconto ed alcuni interventi, ha visto una grande presenza dei cittadini ceccanesi e non, che hanno partecipato attivamente per tutto il corso dell’evento, condividendo riflessioni e punti di vista sui tragici fatti di cui si è discusso. Su un tema spesso dimenticato, oscurato e falsato volgarmentge il neo costituito comitato dell'Anpi di Ceccano, presieduto da Gianluca Popolla, si è impoegnato con coraggio a ricostriure un'informazione storica dettagliata e con forte spirito critico e autocritico. Qui riportiamo una nota dellp'Anpi di Ceccano e gli interventi che ci sono giunti di Daniela Mastracci, Alessandra Tomassi e Angelino Loffredi. unoetre.it ha voluto corredare questo impegnativo lavoro con la ricerca di un video che accompagna bene lo spirito di ricerca del Comitato Anpi di Ceccano. (cliccare sui nomi per leggere i testi corrispondenti, sono nella successione in cui sono intervenuti)

  1. ANPI Ceccano
  2. D. Mastracci
  3. A. Tomassi
  4. A. Loffredi
  5. Un video

Nota dell'Anpi di Ceccano - In data 15 marzo si è tenuto presso il Cinema Italia l’evento promosso dall’ANPI Ceccano dal nome “Le foibe e i confini orientali” con relatore il dott.Valerio Strinati. Con sorpresa ed orgoglio siamo lieti di sottolineare la grande presenza dei cittadini ceccanesi e non, che hanno partecipato attivamente per tutto il corso dell’evento, condividendo riflessioni e punti di vista sui tragici fatti ad oggetto dell’evento; a loro va il nostro più sentito ringraziamento.

L’evento è stato introdotto dal Presidente Gianluca Popolla che, dopo i ringraziamenti al direttivo e agli iscritti per l’elezione, ha posto l’accento su ciò che significa far parte dell’ANPI e di come ci sia bisogno di impedire e condannare pratiche come quelle dell’uso politico della storia e della costituzione, in quanto entrambe devono essere patrimonio comune e non bandiera da sventolare in periodo di elezioni. Infine il presidente ha voluto dedicare questa giornata al compianto e mai dimenticato Marcello Tucci, già consigliere comunale ed esempio e sprone per l’attività politica di molti giovani.

La parola è poi passata al dottor Valerio Strinati che ha inquadrato con rara precisione il fenomeno delle Foibe e più in generale della situazione dell’Istria e della Dalmazia prima, durante e dopo il secondo conflitto mondiale. “La storia non può essere costruita solo con le testimonianze che, sebbene siano importanti, non possono mirare ad un’oggettività storica per la quale occorrono studi transfrontalieri e mai limitati ai propri confini.” Queste le parole del relatore che fa riferimento alla relazione della professoressa Marta Verginella, presentata alla tavola rotonda che l’ANPI Nazionale ha sviluppato sul tema lo scorso Gennaio.

L’intervento successivo della professoressa Daniela Mastracci ha posto l’accento sul concetto di vittima e sulla relazione che la legge 92/2004 (con cui si istituisce la giornata della memoria per le vittime delle foibe) pone tra vittima e carnefice: “La relazione così posta con l’uso del sostantivo vittima implica l’altro lato, cioè quello del carnefice. Questo uso terminologico non è scevro da implicazioni psicologiche ma soprattutto morali” [..] “Essa toglie a priori la possibilità della reciproca comprensione, del guardarsi l’un l’altro, del leggere attraverso un confine che non è assoluto, una volta e basta. Che non preveda e implichi una complessità dovuta già solo al Tempo e allo Spazio della relazione medesima”. Ancora cadaveri restituiti dalle foibe

Alla contestualizzazione ed all’analisi delle cause del fenomeno in questione è volta la riflessione del membro ANPI Alessandra Tomassi: “In queste ricorrenze ed iniziative, non si riflette mai sulla pericolosità dei nazionalismi, alla cui base vi è sempre il seme del razzismo; non si accenna mai al modo in cui il cosiddetto "fascismo di frontiera" seminò e fomentò l'antislavismo ancor prima che si instaurasse il regime fascista; non si ricorda mai la violenta opera di snazionalizzazione degli slavi attuata dal regime fascista con cui le lingue slovena e croata vennero eliminate dalle scuole italiane, la chiusura di quelle gestite dalle due etnie, il modo in cui vennero devastati e chiusi circoli culturali e sportivi. La soppressione di biblioteche, cooperative economiche e istituzioni finanziarie. L'eliminazione arbitraria di partiti politici e stampa slavi.”

Il già sindaco Angelino Loffredi si è soffermato sulle vicende di Porzus. “Nei giorni che vanno dal 7 al 18 febbraio 1945 alcuni partigiani della seconda Divisione Garibaldi, organizzazione militare di ispirazione comunista, in luoghi diversi uccidono un numero imprecisato di partigiani appartenenti alla Brigata Osoppo.”[..] “E’ il 7 febbraio 1945 quando Mario Toffanin con altri partigiani appartenenti alla Garibaldi risale le pendici dei monti Topli-Uork, dove si trova il Quartiere Generale della Brigata Osoppo. Con un sotterfugio disarmano il comandante della brigata, il capitano degli alpini Francesco de Gregori, zio del cantautore, lo ammazzano con altre tre persone, compresa la Turchetti. Altri Osovani fuggono, alcuni feriti, come Guido Pasolini, altri vengono presi prigionieri e successivamente portati in località Bosco Romano.” Ulteriori considerazioni sono poi fatte in relazione alla denuncia del Mario Toffanin nei confronti dei produttori del film “Porzus” che si poneva lo scopo di narrare la suddetta vicenda storica.

E’ poi intervenuto l’assessore ai rapporti con le associazioni Mario Sodani che ha portato i saluti dell’amministrazione comunale ed ha incentrato il suo intervento sull’importanza di evitare l’uso politico della storia e di costruire un percorso comune nel senso dell’obiettività storica e dell’eterogeneità della discussione sui fatti che colpirono l’Italia nel secondo conflitto mondiale. Ha concluso l’evento l’intervento del presidente provinciale ANPI Giovanni Morsillo: “L’ANPI non è certo interessata ad una macabra contabilità delle atrocità, sebbene questa penderebbe enormemente a svantaggio del regime sanguinario di Mussolini, sia durante l’occupazione nazista di cui fu complice mai pentito, sia prima, nel ventennio della repressione e del terrore in quella che con estremo sprezzo della decenza, si ostinavano a chiamare patria. Ma se si vuole infangare la Resistenza enfatizzando episodi violenti accaduti nel clima infame della guerra (dopo la cessazione ufficiale delle ostilità non termina per decreto anche l’odio che le torture e le esecuzioni hanno seminato per anni) l’ANPI ribadisce che non c’è proporzione fra un sistematico uso della crudeltà e del terrorismo ed azioni arbitrarie e fuori dalla legalità bellica commesse in aree particolarmente critiche come il confine orientale.”

Ringraziando nuovamente tutti i partecipanti, il relatore Valerio Strinati e l’amministrazione nella persona dell’Assessore Mario Sodani, ci impegniamo a dar vita ad altre iniziative come questa, che siano tese all’analisi il più possibile obiettiva del passato inteso come chiave di lettura del presente e base imprescindibile per il futuro dei nostri figli, dei nostri nipoti. Si ricorda che la sezione comunale di Ceccano dell’ANPI è aperta alla massima partecipazione dei cittadini di qualsiasi estrazione culturale, sociale e politica che si riconoscano nei principi fondamentali stabiliti dall’art.23comma2 dello Statuto che afferma: “Possono altresì essere ammessi come soci con diritto al voto[..]coloro che, condividendo il patrimonio ideale, i valori e le finalità dell’A.N.P.I., intendono contribuire, in qualità di antifascisti, ai sensi dell’art. 2, lettera b), del presente Statuto, con il proprio impegno concreto alla realizzazione e alla continuità nel tempo degli scopi associativi..”

ANPI Ceccano

di Daniela Mastracci - FOIBE È blasfemo, è indice di cattiva coscienza usare le tragedie delle vittime per fini politici attuali. Quando, molti anni fa, scrissi sul Corriere dei crimini delle foibe, nessuno dei tanti che oggi se ne sciacquano la bocca vi prestò la minima attenzione, perché in quel momento quei crimini e le loro vittime non servivano ad alcuna propaganda politica. Una cosa è certa: se oggi possiamo tutti parlare liberamente di Risiera e di foibe, esprimendo le opinioni politiche più diverse e contrastanti, lo dobbiamo al 25 aprile, alla Resistenza, alla Liberazione che ha ridato a tutti i cittadini, di destra, di centro e di sinistra, la democrazia e la libertà. ( Claudio Magris)

Legge 30 marzo 2004, n. 92 (Governo Berlusconi dal giugno 2001 all’aprile 2005)
"Istituzione del «Giorno del ricordo» in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati"
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 86 del 13 aprile 2004
________________________________________
Art. 1.
1. La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.
2. Nella giornata di cui al comma 1 sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all’estero.

L’intestazione della legge, nonché l’articolo 1, prevedono il sostantivo “vittima”: intendo soffermarmi brevemente su questo specifico punto e portare avanti una riflessione che si interroghi sulle implicite implicazioni del sostantivo in questione.La cavità di una foiba
L’articolo 2 si sofferma su iniziative da tenere nelle scuole con il fine di “diffondere la conoscenza...conservare la memoria” relativa alla tragedia delle Foibe. Toccherò anche questo punto perché connesso alla riflessione sulla “vittima”.

VITTIMA
1.Essere vivente, animale o uomo, consacrato e immolato alla divinità
2.Chi perisce in una sciagura, in una calamità, in seguito a gravi eventi o situazioni:
3.Chi soccombe all’altrui inganno e prepotenza, subendo una sopraffazione, un danno, o venendo comunque perseguitato e oppresso
1.Sono stati immolati a una qualche divinità?
2.Calamità naturali? GUERRA? Eventi gravi?
3.Sopraffati, perseguitati, oppressi?
1.Non parliamo più di Olocausto perché l’esser vittima nel senso del sacrificio legittima la morte come finalizzata ad un Essere Superiore, oltreumano, dunque non giudicabile dall’umano.
2.Non ci sono state calamità naturali. C’era la guerra, la seconda guerra mondiale, c’era il fascismo e l’antifascismo, c’era la germanizzazione e l’italianizzazione forzata, c’era la volontà di un’egemonia politica, sociale, linguistica che azzerasse la differenza costringendo l’altro a divenire altro da sè, estraneo a se stesso, annullato, espropriato della sua storia, tradizioni, cultura.
C’erano eventi gravi che hanno preceduto di molto la guerra stessa perché risalgono alla prima guerra mondiale, ai confini ridisegnati, alle etnie non rispettate, alla carta geografica d’Europa, specie l’Europa balcanica, decisa senza il rispetto del principio dell’autodeterminazione dei popoli: la questione balcanica non si riduce né a prima del secondo conflitto mondiale né alla Jugoslavia di Tito né alla seconda metà del secolo scorso: terra dilaniata da odi profondi, contrasti religiosi, etnici, che sono sfociati in guerre fino a pochi anni fa. Un contesto ben più ampio degli anni 1943-45. E’ stato studiato questo contesto? Lo si conosce? E il contesto che abbraccia Italia assieme ai Balcani? Si può davvero ritenere saputo tanto da farlo conoscere nelle scuole? Da conservarne al memoria? Oppure è una conoscenza solo presunta, fatta per accenni, e soprattutto decontestualizzata perché appunto rivolta alla celebrazione della “vittima”?
3.Barbarie, tirannide? Vendetta? Ritorsione? C’è una consequenzialità leggibile, trasparente, interamente nota? E’ stata fatta questa analisi? C’è stato un interrogarsi adeguato alla gravità stessa degli eventi così come si narrano? E se c’è stata ha compreso entrambi i lati di questa presunta relazione vittima-carnefice?
La relazione così posta con l’uso del sostantivo “vittima” implica l’altro lato, cioè quello del “carnefice”. Questo uso terminologico non è scevro da implicazioni psicologiche ma soprattutto morali, dato il contesto storico cui si riferisce. Fa di una parte l’innocente abusato e ucciso, il Bene; fa dell’altra parte il carnefice crudele, l’aguzzino, il mostro, il Male. Una polarità esplosiva. Essa toglie a priori la possibilità della reciproca comprensione, del guardarsi l’un l’altro, del leggere attraverso un confine che non è assoluto, una volta e basta. Che non preveda e implichi una complessità dovuta già solo al Tempo e allo Spazio della relazione medesima: se si tratta di Storia essa è un accadere nel tempo e nello spazio: sia l’una coordinata che l’altra sono mutamento, divenire, eventi plurali, politiche di dominio, espansione, affermazione di sé, dispiegamento di forze che si intrecciano negli scontri, che permeano ciascuna l’altra, un fluido cangiante. Fissare la relazione estremizzando, polarizzando, è di per sé una lettura che non rende conto della complessità, che esaurisce dinamiche diacroniche e sincroniche in una contraddizione immobile. Eppoi strumentale: perché posizionandosi la vittima dalla sua parte, eleva a giusto il suo proprio e non discusso punto di vista, la sua propria condizione di innocenza e subalternità, puntando il dito severo sul colpevole-carnefice, senza appello, senza più alcuna interrogazione, fermi in un giudizio insindacabile che fa “bloccare” la storia, la cristallizza, ne fa un morto. E di quel cadavere si fa la celebrazione. Ma se tale resta, celebra ancora e soltanto l’odio, quello stesso che avrebbe prodotto la vittima: è come se la cancrena che vorrebbe ricordare ritrovasse in quel ricordo l’energia vitale per riproporsi. Non una soluzione, quindi, ma la riproposizione del problema. E dal suo punto di vista, dove è stato messo da una narrazione astratta e unilaterale, il carnefice tenderà a difendersi dall’accusa, estremizzando dal suo lato la distanza, la differenza, l’alterità. Giustificando sé non farà altro che accusare chi lo accusi. Una circolarità viziosa elevata a giornata del ricordo.

di Alessandra Tomassi - Sento il dovere di aprire questo breve intervento sottolineando l'importanza di aver costituito, anche a Ceccano, una sezione ANPI. Vuole questo essere un luogo di incontro con la storia e la memoria, una spinta motivazionale necessaria allo studio, al recupero e alla condivisione di esse. Proprio quest'opera di recupero ci permette, in questo nostro primo incontro, di trattare un argomento spesso dimenticato se non addirittura omesso.
A tal proposito voglio ringraziare gli organizzatori ed i relatori che intervenendo cercheranno di far luce su vicende ed accadimenti per molti ancora oscuri. Perché si cerca oggi qui di raccontare un capitolo di storia che ci è stato di fatto sottratto, spesso nemmeno accennato nei libri di scuola. In un tale vuoto è stato fin troppo facile gettare confusione e soprattutto attuare pericolose strumentalizzazioni.
Nonostante il tempo a volte scarseggi, ho provato, armandomi di buona volontà, ad orientarmi nel mare di informazioni e tesi contrastanti riguardanti le vicende legate agli "infoibamenti".
La storia, però, risulta talmente intrecciata ad interessi ed equilibri geopolitici, talmente revisionata e manipolata, da confondere chiunque si avvicini ad essa senza un approccio scientifico-analitico. Ci ho provato comunque, ad accostarmi a questa ricerca con spirito critico e a liberarmi dal timore di voler inconsciamente trovare una giustificazione per quanto accaduto. morti nelle foibe

L'uso strumentale che viene fatto della ricorrenza
Ma l'uso strumentale che viene fatto della ricorrenza della "giornata del ricordo" in alcuni ambienti politici è evidente, specie quando si parla di "martirio degli italiani compiuto dai partigiani comunisti" . Una semplificazione inaccettabile vista la complessità dei fatti. E che in tali celebrazioni e iniziative si faccia leva su sentimenti patriottici, strumento per eccellenza di cui gli stati nazionalisti si servono per persuadere il popolo ad ammettere qualsiasi forma di prevaricazione , è addirittura una beffa.
Trovo inaccettabile che non si forniscano informazioni circa le origini delle tensioni tra popolo italiano e slavo.
Non vedo una genuina volontà di esercitare la memoria storica quando, in occasione del 10 febbraio o nell'ambito di iniziative dedicate all'argomento, si generalizza lasciando intendere che le vittime rinvenute nelle foibe fossero tutte di nazionalità italiana e che i loro carnefici fossero tutti comunisti jugoslavi.
Le foibe sono state usate come tombe sin dal 1919, quando, al termine della prima guerra mondiale, vi era la necessità di scongiurare il rischio di epidemie. Si sorvola sul fatto che durante lo stesso regime fascista innumerevoli furono gli sloveni, i croati e gli antifascisti italiani gettati in quelle cavità.
Si fa confusione nel conteggio delle vittime del "martirio delle foibe", e su luoghi della memoria come, ad esempio, la Foiba di Basovizza, in cui finirono i cadaveri dei militari nazisti rimasti uccisi durante i bombardamenti alleati. L'unico italiano "infoibato" risulta, difatti, essere un volontario dell' Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza per la Venezia Giulia , che aveva sede nella famigerata "Villa Triste" di via Bellosguardo, dove le grida dei torturati si udivano fino in strada. Vedo piuttosto la volontà di seminare rancore tra italiani, sloveni e croati e ridare vita ad odî etnici e sentimenti nazionalistici ormai superati.
In queste ricorrenze ed iniziative, non si riflette mai sulla pericolosità dei nazionalismi, alla cui base vi è sempre il seme del razzismo; non si accenna mai al modo in cui il cosiddetto "fascismo di frontiera" seminò e fomentò l'antislavismo ancor prima che si instaurasse il regime fascista; non si ricorda mai la violenta opera di snazionalizzazione degli slavi attuata dal regime fascista con cui le lingue slovena e croata vennero eliminate dalle scuole italiane, la chiusura di quelle gestite dalle due etnie, il modo in cui vennero devastati e chiusi circoli culturali e sportivi.
La soppressione di biblioteche, cooperative economiche e istituzioni finanziarie. L'eliminazione arbitraria di partiti politici e stampa slavi. L'esproprio indebito attuato verso piccoli industriali e artigiani spogliati di ogni loro avere. Mai si fa riferimento ai provvedimenti attuati dal regime fascista al fine di eliminare gli strati superiori della società slovena con lo scopo di relegare il popolo slavo nei ceti più bassi della società e di favorire gli stereotipi razziali sloveno=rozzo,campagnolo, razza inferiore e italiano= cittadino, razza superiore. Una presunta superiorità razziale servì, com'è noto, a giustificare la politica imperialista del fascismo e quindi anche l'aggressione militare dell'Italia contro la Jugoslavia nel 1941 e la sua occupazione da parte di truppe italiane prima e tedesche poi.

La rabbia ed il suo utilizzo
Naturalmente, con la cacciata dei nazisti ad opera di partigiani e alleati, ci fu chi seppe sfruttare i sentimenti di rabbia causati da vent'anni di oppressione fascista. Fu così che il nascente regime titino sfruttò a suo favore il risentimento delle popolazioni slave nei confronti dello stereotipo dell'italiano-fascista intrecciandovi anche sentimenti di rivoluzione sociale; servendosene, inutile negarlo, per giustificare quella che viene definita "epurazione preventiva dei nemici del popolo".
Il meccanismo è sempre quello: trovare un nemico all'interno di una società, fomentare l'odio e la paura verso di esso e sulla spinta di tali sentimenti ottenere il benestare per attuare qualunque folle disegno. Sull'utilizzo di questo meccanismo credo sia importante riflettere, dal momento che viene sfruttato ancora oggi da alcune forze politiche in Italia e nel mondo per conquistare consensi e voti. Nonostante il grande vantaggio che abbiamo oggi, rispetto alle generazioni che vissero i due conflitti mondiali, di un accesso facilitato alle informazioni, alla storia e più in generale alla cultura, persiste ancora una sorta di pigrizia mentale che porta una larga fetta di società a lasciarsi raggirare e manipolare da facili slogan. L'esercizio della memoria storica può proteggere la società dal rischio ancora vivo di essere divisa da sentimenti di odio e paura. Per questo è importante la partecipazione attiva ad iniziative come quella odierna. Concludo questa breve,semplice e se vogliamo anche scontata riflessione, ringraziandovi per avermi dato la possibilità di condividerla con tutti voi. La partecipazione a questi incontri arricchisce doppiamente, fornendo da un lato lo stimolo ad una personale ricerca e ad uno studio più approfondito della Storia, e dall'altro la possibilità di confrontarsi e migliorarsi grazie agli spunti ed alle riflessioni fornite dagli altri partecipanti. Grazie.

di Angelino Loffredi - Intendo partecipare a tale discussione riportando alcuni momenti di quello che viene chiamato l’eccidio di Porzus, provare a delinearne il contesto, oltre che le polemiche successive e i silenzi.

Di cosa si tratta ? In verità l’eccidio non avviene nella malga di Porzus ma nel comune di Faedis, allora in provincia di Udine, oggi in quella di Pordenone. In quella località si consumò il più atroce atto di sangue fra combattenti antifascisti. L’eccidio rappresenta il momento più tragico e doloroso di ostilità e divisione, fortunatamente l’unico, avvenuto durante la lotta di Liberazione.

Cosa avvenne ?  Nei giorni che vanno dal 7 al 18 febbraio 1945 alcuni partigiani della seconda Divisione Garibaldi, organizzazione militare di ispirazione comunista, in luoghi diversi uccidono un numero imprecisato di partigiani( 16 o 20 ) appartenenti alla Brigata Osoppo, formazione militare vicina agli azionisti di Giustizia e Libertà e che vedeva presenti nelle proprie file anche cattolici, liberali e seguaci del generale Pietro Badoglio. Queste due formazioni operano nel territorio friulano sin dai mesi successivi all’8 settembre. Pur avendo ispirazioni ideologiche e politiche diverse riescono durante l’estate 1944 ad unificare i comandi militari creando la Divisione Osoppo Garibaldi e fronteggiare l’aggressività nazifascista. Quanto e in quale contesto avviene la rottura fra le due formazioni partigiane? E’ un susseguirsi di avvenimenti concatenati, a volte alimentati anche da paure e da sospetti che porta ad un corto circuito incontrollabile, e quindi alla tragedia. Velocemente indico momenti che ritengo essere stati decisivi a precostituire l’eccidio. Parto dal proclama del generale inglese Alexander, che, all’inizio dell’inverno 1944, invita le formazioni partigiane di tutta Italia a fermare le ostilità, rinunciare alla guerriglia e tornare a casa. Tale indicazione non viene rispettata. Tutto ciò avviene nel momento in cui sul territorio friulano si avvia una offensiva nazifascista. Da un’altra parte, al contrario, l’armata di liberazione Jugoslava rassicura i partigiani italiani, li accoglie aldilà dell’Isonzo, in territorio Jugoslavo, li rifornisce, proponendo l’ unificazione delle forze italiane con quelle Jugoslave. Solo che tale proposta viene accompagnata anche dalla pretesa che una parte del terrorio friulano, chiamata Slavia Friulana, a ridosso del confine sloveno, debba appartenere alla repubblica Jugoslava. Questa proposta non viene accolta dai militari della Osoppo mentre viene presa seriamente in considerazione dai vertici della Brigata Garibaldi che avrebbero sottoscritto un accordo segreto con il 9° Corpus Jugoslavo. Il clima di sospetto aumenta quando si diffonde la notizia che militari della Osoppo hanno avuto contatti con i soldati della repubblica di Salò, dai quali è stato proposto di partecipare a un Fronte unico contro lo slavo comunismo, per contrastare la presenza Jugoslava. Il dato vero è che pur essendoci stati contatti fra Osovani e uomini della X Mas, non esistono momenti di accordo operativo fra queste due componenti.

Si sviluppa, purtroppo, fra le forze della Resistenza il clima di sospetto, aggravato dalla presenza nel campo della Osoppo di una donna, chiamata Elda Turchetti, ritenuta, dal controspionaggio inglese, una spia dei tedeschi. Inoltre arrivano notizie del diverso trattamento riservato da parte dei nazifascisti verso i prigionieri appartenenti alle due formazioni. I garibaldini vengono fucilati immediata o torturati mentre agli ossovani si manifesta comprensione. Fra i garibaldini si evoca il tradimento. Secondo le direttive date dal Comitato di Liberazione Alta Italia in caso di tradimento è prevista la fucilazione. Campi del DuceSulla base di tale presunto e mai dimostrato tradimento della Osoppo avviene il massacro. E’ il 7 febbraio 1945 quando Mario Toffanin con altri partigiani appartenenti alla Garibaldi risale le pendici dei monti Topli-Uork, dove si trova il Quartiere Generale della Brigata Osoppo. Con un sotterfugio disarmano il comandante della brigata, il capitano degli alpini Francesco de Gregori, zio del cantautore, lo ammazzano con altre tre persone, compresa la Turchetti. Altri Osovani fuggono, alcuni feriti, come Guido Pasolini, altri vengono presi prigionieri e successivamente portati in località Bosco Romano, dove prima vengono interrogati e successivamente, in giorni diversi, fucilitati, compreso il fratello di Pasolini. Costui era stato fatto nuovamente prigioniero, forse per la delazione di una farmacista, alla quale si era rivolto per curare la ferita.

Il grave fatto di Porzus non avrà ripercussioni nazionali. Rimarrà invece vivo e presente fra le popolazioni del luogo. Il silenzio sulla vicenda da parte garibaldina favorisce il nascere di notizie esagerate e non vere: che il numero dei garibaldini partecipanti all’assalto sia di cento persone, cifra eccessiva. Che gli uccisi della Osoppo siano venti quanto invece sono sedici perché vengono conteggiati anche alcuni partigiani garibaldini uccisi dai nazisti. Insomma attorno alla vicenda si aprono ampi spazi di propaganda. Ritengo utile a tale proposito far conoscere il modo lacerante come il dramma viene vissuto da Pier Paolo Pasolini. Lo scrittore avverte da subito come il grave fatto di sangue si presti ad interpretazioni che colpiscano il prestigio della Resistenza. Ne è angosciato, diviso fra le ragioni che lo portano a sostenere le scelte del fratello e la difesa della Resistenza. In occasione del 3° anniversario della tragedia, scrive al direttore del Mattino del popolo, un giornale diffuso nel Veneto. Egli non accetta che, così scrive “ si debba trasferire tutto l’episodio senza limitazioni, su un piano di patriottismo in funzione antislava e anticomunista” L’intellettuale riconosce e scrive che” i comunisti preferiscono però passare sotto silenzio la questione. Tutto ciò è inaccettabile. I miei compagni comunisti farebbero bene, io credo ad accettare la responsabilità, prepararsi, a scontare, dato che questo è l’unico modo per cancellare la macchia rossa sul rosso della loro bandiera “ La tettera di Pasolini è del 1948, scritta alla vigilia della campagna elettorale. La richiesta di verità o di conoscere esaurientemente i fatti non ottiene alcuna risposta. Si conosce poco dello stesso Mario Stefanin. E’ un operaio padovano, comunista, che lascia l’Italia prima della guerra. Egli sin dall’inizio dell’ostilità militari combatte con i partigiani di Tito, poi nel 1944 si arruola con le Brigate Garibaldi. Non si è mai saputo chi gli ha dato l’ordine del massacro. Il gruppo creato da lui dura dal 2 fino al 17 febbraio. Compiuta la strage se ne perdono le tracce. Toffanin viene processato nel 1952 con 36 partigiani appartenenti al suo gruppo e condannato all’ergastolo, che non sconterà, perché nel frattempo si era rifugiato in Yugoslavia. Successivamente verrà graziato ma non tornerà in Italia. Il capitano De Gregori verrà insignito della medaglia d’oro alla memoria.

I processi costituiscono una pagina inquietante perché dominati dal clima dell’epoca, da caccia alle streghe contro i comunisti e contro la Resistenza, con testimoni d’accusa che negli anni successivi troveremo nell’associazione segreta Gladio o ai vertici militari. Nel luglio 1961 su Vie Nuove, settimanale comunista con il quale collabora Pier Paolo Pasolini, si riapre la scabrosa questione. Un lettore invita Pasolini a raccontare la morte del fratello. Il poeta accetta e lo fa riportando tutti i particolari che conosce. Conclude scrivendo “Io sono orgoglioso di lui ed è il il ricordo di lui, della sua generosità, della sua passione che mi obbliga a seguire la strada che seguo. Che la sua morte sia avvenuta così in una situazione complessa e apparentemente difficile da giudicare, non mi dà nessuna esitazione. Mi conferma soltanto nella convinzione che nulla è semplice, nulla avviene senza complicazione e sofferenze: e quello che conta soprattutto è la lucidità critica che distrugge le parole e le convinzioni, e va a fondo delle cose, dentro la loro segreta e inalienabile verità “Sono passati 16 anni dalla fine della guerra e su un giornale comunista un giornalista prende le parti del fratello Ossovano. E’ un fatto positivo ma la verità in tutti i particolari non viene fuori e ancora non emerge completamente. Al Festival di Venezia, il regista Martinelli, nel 1997 presenta il film Porzus, finanziato dal ministero della Cultura, per l’alto valore documentaristico. Appare il momento finale di questa storia ma non è finita. Mario Toffanin, denuncia la produzione per falsità e il magistrato dispone che sul film debba essere precisata la dicitura che esso è un film di fantasia e che non ha niente a che fare con fatti veramente accaduti. Insomma il film da una parte ha un valore storico documentale e da un’altra è fantasia: una vera maledizione. Il film non circola nelle sale cinematografiche. Ho provato a mettere insieme pezzi di tutta la vicenda e sicuramente mancheranno altri. Se debbo tirare una momentanea conclusione mi sento di dire che la posizione di Mario Toffanin è indifendibile. La fucilazione verso i traditori era prevista dalle indicazioni del Comitato di Liberazione Alta Italia ma per avvenire dovevano prima esserci un processo e una sentenza. Queste circostanze non emergono, lasciandomi pensare che ci troviamo di fronte da parte dello stesso ad una guerra privata.

Foibe: cause ed effetti

Questo video presente su youtube dal 27 luglio 2008 è stato scelto da unoetre.it come suo contributo all'opera di informazione storica svolta da questa iniziativa dell'Anpi di Ceccano

 

 

 
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