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C'è Memoria solo se c'è conoscenza

giornatadellamemoria 460 mindi Daniela Mastracci - Le cose umane sono fragili. Sono fragili come una foglia secca d’autunno: essa cade piano piano a terra, fa delle giravolte, ondeggia un po’ di qua e un po’ di la, si accosta alla terra e quando si posa la terra se la risucchia. La foglia secca d’autunno si sbriciola pian piano fino a confondersi con la terra che la ospita ma così togliendola via come foglia, essa diventata parte del turgore bronzeo sotto all’albero.

E così le cose degli uomini. Esse piano piano cadono nell’oblio che tutto risucchia e tutto trasforma in medesimo oblio, senza più distinzioni, senza buono né cattivo, senza bello né brutto, senza umano né disumano. E’ per questo tentato furto di buono e cattivo, di bello e di brutto, che occorre conoscenza e memoria, e che siano collettive piuttosto che solitarie di esseri umani solitari e inascoltati. E’ per sottrarre al furto di differenti, di distinti, di diversi, perché non tutto si perda in tutto, una grigia indifferenza di indifferenti. E’ per questo che occorre conoscenza e memoria. Per salvare le perle sotto al fondo del mare. Per restare vigili di fronte a quanto di brutto abbiamo fatto nel tempo.

Il 27 gennaio è il giorno deputato per ricordare la shoah. Il giorno della memoria. Quanta verità c’è in questo giorno della memoria? Quanta verità di contro a quanta retorica? E ormai anche di fronte a tanto disconoscimento? Mi viene da pensare ad un museo dove mettiamo in mostra le nostre buone e cattive cose passate, in mostra come suppellettili. Un museo delle cere, in verità. Perché perché la memoria che si celebra non c’è. Non c’è nella nostra quotidianità; non c’è nelle decisioni politiche; non c’è nella scuola; non c’è nelle generazioni che via via si collocano lontano nel tempo dagli orrori che il giorno della memoria dovrebbe ricordare. E non c’è memoria perché non c’è conoscenza.

Oppure vogliamo credere che la memoria sia distaccata dalla conoscenza? Vogliamo credere che possiamo ricordare qualcosa che non abbiamo prima conosciuto? Di cui non abbiamo fatto una qualche esperienza culturale? Se vogliamo crederlo dovremmo rifletterci sopra, perché scollegare conoscenza e memoria è, nell’esperienza di chiunque, una cosa impossibile. E dopo averci riflettuto, tornare a giudicare la giornata della memoria: essa è giornata piena di esperienza culturale da rammemorare oppure no? i ragazzi ormai lontani dal mondo della shoah sanno ciò che dovrebbero quel giorno ricordare? Possono collegare ciò che quel giorno viene loro proposto come stimolo per riflettere, a una conoscenza pregressa? Possono appunto, riflettere? Si può riflettere nella misura in cui, di nuovo, ci sia in noi una qualche esperienza su cui tornare e da pensare, da ripensare poi alla luce della attualità. Questo connette poi conoscenza, memoria, riflessione, appunto, al contemporaneo: diventa occasione per pensare il contemporaneo, e la memoria così diventa viva e vivificante, diventa approccio critico all’oggi e ciò significa che la storia passata e il presente sono in dialogo nei nostri pensieri, si chiariscono l’uno in virtù dell’atra, sono in connessione tanto da essere concretamente quel “vaccino” contro l’oblio ma anche contro l’eventuale ritorno delle cose cattive, delle brutture, degli orrori.

Se i ragazzi vanno ad ascoltare racconti, a vedere immagini, a leggere didascalie, e quanto altro, quel giorno, cosa ne ricaveranno se non potranno entrare in se stessi in quel dialogo tra storia, conosciuta e rammemorata, ed esperienza presente, stimolo appunto alla riflessione? Quando poi dovessimo accorgerci che piegano la testa sopra ai loro smartphone ci meravigliamo? Pronunciamo il solito giudizio su quanto i giovani sono distratti, indifferenti, individualisti, irresponsabili? Ce la prendiamo con loro come fossero nati distratti e irrecuperabilmente persi sui social? Non ritengo sensato né giusto questo giudizio liquidatorio e al contempo assolutorio a priori, rispetto a qualsiasi nostra responsabilità di adulti. Ritengo invece fondamentale interrogarci e metterci noi adulti in discussione. Noi tutti e in special modo i governi che tante, troppe volte hanno in questi anni riformato la scuola pubblica italiana. Hanno voluto una scuola leggera, facilitata, senza l’oppressione ingombrante dello studio delle discipline. Una scuola senza storia, le cui ore sono state tagliate nei diversi ordini di scuola. Una scuola senza educazione civica. Una scuola senza conoscenza per poter fare trionfalmente largo alle competenze, al saper fare. Ecco cosa occorre saper fare nella giornata della memoria? Saper fare proprio niente, se non appunto saper dialogare con se stessi, fra conoscenza e memoria ed esperienza presente.

Se vogliamo dare sostanza alla memoria dobbiamo costruirla innanzitutto, cioè dobbiamo trasmettere conoscenza. Dobbiamo dare concreto spazio e tempo allo studio. Dobbiamo portare i ragazzi a ricordare ciò che avranno assimilato, e che si sarà strutturato in conoscenze solide e sicure. Dobbiamo farlo anche in rispetto dei ragazzi stessi, non trattati come ascoltatori inconsapevoli e occasionali, ma invece come esseri umani capaci di conoscere, comprendere, essere soggetti attivi di fronte alle proposte di memoria che vengono loro fatte, soggetti consapevoli, responsabili, critici, liberi. Allora se a questo teniamo, dobbiamo smetterla di essere retorici e anche contraddittori, nella sostanza, dicendoci preoccupati della deriva deprecabile di nuovo fascismo, di nuova carica di violenza razzista e xenofoba, dicendoci sostenitori della civica memoria, ma facendo, al contrario, una scuola senza conoscenza, che poi ritiene sufficiente allestire il museo delle mute suppellettili.

 
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