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Moro 16 marzo 1978: fu l'inizio della fine

aldo moro 350 260 mindi Ermisio Mazzocchi* - E fu l'inizio della fine. Roma, 16 marzo 1978, ore 9,15 in via Mario Fani, le Br rapiscono Aldo Moro, Presidente della Democrazia Cristiana. Nell'agguato restano uccisi gli uomini di scorta, Domenico Ricci e Oreste Leonardi, Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Franco Zizzi. Le Br uccidono Moro il 9 maggio 1978, dopo 55 giorni di prigionia. Drammatici avvenimenti, che segnarono la vita politica italiana e l'inizio di un percorso che si concluse con la dissoluzione e la dispersione di quei partiti, che furono protagonisti della ricostruzione del paese e fondatori dello Stato repubblicano con la sua Costituzione.
Moro fu un uno dei maggiori artefici di quella stagione politica e la sua eredità politica e culturale è ancora presente nella nostra epoca. "Perché questo sangue ricadrà sul partito e sulle persone - aveva ammonito Aldo Moro in una lettera a Benigno Zaccagnini, segretario della DC - . Poi comincerà un altro ciclo terribile e parimenti senza sbocco". Forse lo stiamo ancora vivendo, anche in questi giorni post-elezioni 2018.

Nella memoria civile del Paese, resta il sentimento di una tragedia, che ha investito l'intera collettività con l'eccidio di via Fani e il ricatto a uno Stato, attraverso il suo partito, la DC, centrale nel sistema politico - istituzionale e il sacrificio dell'uomo, che più di ogni altro ne aveva sostenuto le ragioni e rappresentato l'elaborazione politica più avanzata nella costruzione del centro-sinistra e delle intese con il PCI.
Un parallelismo politico tra ieri e oggi, con l'apertura di una fase molto delicata, come quella di allora. Un paese attraversato da forti fermenti sociali, condizioni economiche insoddisfacenti, un terrorismo micidiale e violento, ponevano la necessità di uno sforzo comune. Moro lo cercò in quella alleanza con Berlinguer, ma tutto ebbe termine in quella mattina del 16 marzo del 1978.

Il Presidente della DC ipotizzava una grande coalizione italiana volta a governare l'emergenza e una volta superata, si sarebbe aperta la fase dell'alternanza. Nel suo tempo, aveva chiaramente intravisto i pericoli della "arroganza del potere" come ebbe a definire comportamenti del suo partito, consapevole che non si poteva governare il paese, gestendo solamente il potere e riteneva che forse proprio la gestione del potere stava allontanando il paese dalle istituzioni. Per Moro, la DC era finita per essere alternativa a se stessa e qualche volta alternativa di se stessa. Siamo nel 1975.

Moro era stato il migliore erede di De Gasperi e aveva acquisito una formazione politica di provenienza largamente dossettiana, che credeva nel primato economico dello Stato e nel primato politico e organizzativo del partito, libero da vincoli con il mondo imprenditoriale e fortemente proiettato verso riforme e cambiamenti. Aperto al dialogo.
Questo lo portava ad avere una posizione più flessibile, in particolare nei confronti del PCI, tanto da fargli dire in uno dei suoi ultimi discorsi che in tutti quei precedenti anni non era mancata "una reciproca influenza tra le forze e quale che sia la posizione nella quale ci si confronta, qualcosa rimane di noi negli altri e degli altri in noi". Si perdeva così a poco a poco il confine insuperabile tra comunisti e democristiani.
Un dialogo che permise al comunista Ingrao di diventare presidente della Camera con i voti dei democristiani. La scomunica della Chiesa del 1949 era uno sbiadito ricordo. Si apriva un altro corso politico che si sarebbe intrecciato con il comune destino dell'esaurimento dei partiti della Costituente, del primo centro - sinistra, della larghe intese.

Moro comprendeva che DC e PCI, pur agli antipodi nella visione del mondo, erano custodi delle antiche tradizioni popolari e di essere, come partiti di massa, necessari alla salvaguardia della democrazia e costantemente alla ricerca di soluzioni ai problemi del paese. In questa credenza si erano spese le energie di Moro, che aveva cercato di elaborare politiche che uniscono, che sollecitano il confronto, che auspicano strategie comuni. Una politica della speranza, piuttosto che quella, oggi, anno 2018, molto pratica, di coltivare la paura e la rabbia del popolo italiano.Agguato di via Fani Moro 16mar78 h260 min

Una ricerca che fu interrotta violentemente il 16 marzo e che portò il PCI ad allontanarsi da intese tra i due partiti, con Craxi intento a sbaragliare l'avversario comunista e a condizionare la DC. Caduto Moro, la DC non ebbe altra scelta che governare con il PSI, nonostante tentativi di mantenere aperto un corridoio di comunicazione con il PCI, arrivando a eleggere insieme nel 1985, Cossiga a Presidente della repubblica. Una posizione che la DC mantenne fino alla sua fine.
Il suo grande merito era stato quello di costruire le condizioni del dialogo e di alleanze. Guardare oltre il confine del proprio potere e aprire al coinvolgimento di forze che rappresentavano ampie masse di popolo. Prima, a una alleanza fattiva di governo con il PSI, verso cui la DC mostrava grande resistenza, e dopo, a una intesa programmatica con il PCI per la quale la DC era ancora di più avversa.
Su di lui ebbe grande influenza la spiritualità e la sensibilità umana di monsignore Montini, il futuro Paolo VI, conosciuto ai tempi di quando Moro era stato presidente dell'associazione degli universitari cattolici, la Fuci. Uscito dal gruppo doreteo nel 1968, Moro capeggiò una piccola corrente, sempre molto ridotta, almeno nei numeri, rispetto alle correnti più forti.

Nonostante questa posizione della sua area, egli ebbe un forte ascendente su tutta la DC, spesso insofferente verso le sue argomentazioni, ma incapace di opporgli una alternativa convincente. La sua più alta operazione fu quella dell'intesa con il PCI, per la quale non è dato sapere con certezza se quel governo, presieduto da Andreotti, presentato alle Camere la mattina del suo rapimento, sarebbe stato il confine più avanzato di collaborazione con i comunisti oppure il loro semplice interlocutore per logorarli.
Sarei più propenso per la prima ipotesi perché non era pensabile che il PCI avrebbe fatto da semplice stampella e quel tipo di accordo era indispensabile ad ambedue i partiti per evitare un tracollo del paese. Tanto più che le vere motivazioni politiche, che mossero Moro, erano quello di avviare un meccanismo bipolare di schieramenti che si alternassero al governo e all'opposizione.

Il suo disegno era di mantenere il PCI, come si diceva allora, a metà del guado, in attesa di ricondurlo all'opposizione, fin quando non maturassero le condizioni di un PCI collocato nell'alveo delle social-democrazie europee. Significava porre fine a un modello di una DC permanentemente al governo e un PCI permanentemente all'opposizione. Significava aprire la stagione del bipolarismo e porre termine a una democrazia bloccata, come veniva definita questa situazione. E i contrari non erano pochi.
La riprova, Moro, la ebbe negli atteggiamenti della DC, durante la sua prigionia, che si dimostrò incapace di elaborare una strategia necessaria a superare quel difficile momento. Era priva di una guida saggia e intellettualmente onesta, che proprio Moro impersonava e che in fondo era di intralcio a una DC più propensa a imporre pratiche di governo, libera da vincoli etici e a essere un partito che guarda più al suo potere che a mostrarsi realmente popolare e democratico.
Le Brigate rosse, attraverso Moro, avevano l'obiettivo di mettere sotto accusa la DC e l'uomo che più la rappresentava nel suo modo di essere più nobile, ma che per i brigatisti, in realtà, nascondeva "lo stato imperialista delle multinazionali", custodiva gli intrighi più torbidi del potere, la corruzione di una classe politica. Non riuscirono in questo intento. L'assassinio di Moro, che non aveva ceduto alle richieste dei suoi carcerieri, voleva essere la condanna della DC.

A poco a poco quella crepa, apertasi con la scomparsa di Moro, nella diga della DC, si ingigantì per una politica più ripiegata su se stessa, disorientata nei vari tentativi di ricomposizione e ricompattamento del centro - sinistra a guida socialista, tanto da portare al tracollo tutto il sistema politico con la scomparsa dei partiti che erano stati protagonisti di una stagione politica durata oltre cinquanta anni.

Moro nella provincia di Frosinone

La presenza di una componente morotea nella DC della provincia di Frosinone, fu sempre molto esigua, rispetto alla supremazia di quella andreottiana. Questo non impedì a quell'area di segnare con la sua iniziativa, momenti significativi nella DC provinciale.
Nell'inverno del 1975 si tiene il XII congresso provinciale, alla presenza di 577 delegati in rappresentanza di 29.670 iscritti, in cui le minoranza, composte da Amici di Moro con Franco Costanzo, Iniziatva popolare con Paolo Tuffi, Forze nuove con Mario Ruggeri, Base con Angelo Picano, attaccano gli andreottiani, accusati di avere ottenuto risultati negativi con una perdita di prestigio e di credibilità tra gli iscritti e di imporre una gestione del partito da parte di "strette oligarchie".
Nelle votazioni per le elezioni del Comitato provinciale Franco Costanzo ottiene 1.940 voti, che rappresentano un significativo risultato, contribuendo a una affermazione delle minoranze con il 48,5%. Costanzo eletto nella Direzione provinciale, sostiene la sostituzione a segretario provinciale di Carlo Costantini con Valentino D'Amata.
L'area "Amici di Moro" ebbe un comportamento molto accorto nel valorizzare la politica del loro referente nazionale e si mostrarono coerenti con le loro scelte, tanto che, scomparso Moro, si ritrovarono al XIII congresso provinciale del 1981, nella componente Nuova generazione-Zaccagnini.
La formazione politica di Costanzo che fu prettamente morotea, gli consentirà di affrontare momenti critici per la DC, quando fu eletto segretario del partito nel 1988 e successivamente, nel 1994, fu tra i primi a fondare il PPI.
Moro, pur non avendo in questa provincia un sua forza consistente, aveva lasciato una impronta politica di rilievo che si estese sino alla fine del suo partito, con uomini che ne hanno saputo interpretare il messaggio ideale in modo soddisfacente e utile per il futuro politico anche di questa provincia.

L'eredità politica e culturale di Moro

La profondità del pensiero di Moro, che concepiva la politica come risultato di una riflessione su i fermenti della società, sorretto dalle categorie del rigore morale e del dialogo, ha permeato la cultura politica anche negli anni successivi alla sua scomparsa. Uno Stato democratico, egli riteneva, si fonda su la sua capacità di garantire pari dignità alle sue rappresentanze.
Un obiettivo che si può realizzare, secondo una giusta concezione di Moro, attraverso il dialogo delle culture e delle alleanze dei partiti, favorendo un pieno coinvolgimento di parti di popolo escluse e rimaste fuori dai processi evolutivi del paese.
Una cultura politica aperta, senza certezze assolute, ma disponibile a comprendere, a conoscere, priva di presunzione e arroganza, di posizioni preconcette.
Profondo rinnovatore dello Stato e convinto assertore di una democrazia, che avrebbe dovuto rendere possibile l'accesso a responsabilità di governo con un sistema di alternanza tra le forze più rappresentative e consistenti, Moro lascia in eredità la cultura della esplorazione per una democrazia compiuta, che a oggi deve essere ancora realizzata.

*Pubblicato su
il regionale - Perté
giovedì 15 marzo 2018

 
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