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La politica italiana e i suoi ineffabili protagonisti da bar dello sport

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Togliatti 350di Aldo Pirone - Misteri accademici. Settant’anni fa, 14 luglio del 1948, l’Italia rischiò la guerra civile. Quattro colpi di pistola raggiunsero il segretario del PCI Palmiro Togliatti in via della Missione, appena uscito da Montecitorio accompagnato da Nilde Jotti. A sparare fu un giovane siciliano Antonio Pallante. L’avvenimento è stato rievocato da una trasmissione di Rai Storia venerdì sera, condotta da Paolo Mieli e con la presenza in studio dello storico Antonio Sabatucci e di tre giovani storici: Marco Mercato, Ilaria Fassini e Guglielmo Motta. E’ stata una ricostruzione onesta e storicamente fondata, non agiografica dell'attività di Togliatti in quei mesi, intercalata da alcune testimonianze dello stesso Pallante ancora vivente, di Nilde Jotti e Pietro Secchia, all’epoca vicesegretario del PCI e responsabile dell’onnipotente apparato organizzativo, scomparsi da tempo.

L’attentato, che scatenò una spontanea reazione popolare tracimata in alcune parti d’Italia in veri e propri moti insurrezionali, non fu il frutto di un complotto ma di un clima avvelenato dall’incipiente “Guerra fredda” internazionale. Un clima che proprio il giorno dell’attentato aveva portato, per esempio, Carlo Andreoni, direttore de “l’Umanità” organo dei socialisti del Psli di Saragat, a scrivere che Togliatti bisognava “inchiodarlo al muro”, “e non solo metaforicamente”, in quanto traditore della Patria.

Gli storici e anche i politici che sono tornati su quegli avvenimenti nel corso degli anni, hanno tutti riconosciuto non solo a Togliatti – il quale, come ricordò in una sua testimonianza Mauro Scoccimarro accorso sul posto, aveva avvertito dalla barella dell’ambulanza “attenzione al partito, raccomando la calma” - ma a tutta la dirigenza del PCI, compresa l’ala più radicale, l’immediato intervento per mantenere la rivolta popolare su binari democratici dando come obiettivo delle manifestazioni e dello sciopero generale proclamato dalla Cgil non la presa del potere ma le dimissioni del Presidente del Consiglio De Gasperi e del ministro degli Interni Scelba e dell’intero “governo della discordia, della fame e della guerra civile”. Sciopero che Di Vittorio, segretario generale del sindacato unitario, fece terminare il giorno dopo e richiesta politica che, per altro messa in disparte 48 ore dopo l’attentato, fu poi criticata dallo stesso Togliatti in quanto troppo onnicomprensiva e irrealistica. Secondo lui, si sarebbe dovuto puntare tutto sulla richiesta di dimissioni del ministro dell’Interno. L’appello della Direzione del Partito pubblicato il giorno stesso sull’edizione straordinaria de “l’Unità” diretta dal giovane Pietro Ingrao, invitava a manifestare “per la pace interna e per la legalità repubblicana per la libertà dei cittadini”. Questo per ribadire che tutto l’allora gruppo dirigente del PCI era orientato a stare sul terreno della democrazia e della legalità repubblicana appena conquistate, malgrado la secca e indiscutibile sconfitta elettorale del 18 aprile precedente.

“Il Fatto Quotidiano”, che in fatto di storia è, con il suo direttore Marco Travaglio, notoriamente debole, ha affidato sabato scorso la rievocazione dell’accaduto al professor Salvatore Sechi. Uno scritto alquanto sgangherato; titolo: “Gli spari a Togliatti e il lato oscuro dei comunisti italiani”. Non si è capito bene se l’articolo era un estratto del suo ultimo libro “L' apparato para-militare del PCI e lo spionaggio del KGB sulle nostre imprese. Una storia di omissis”, dove si diffonde la solita tesi di un PCI al servizio di Stalin e dell’Urss. Di questa tesi, succintamente ribadita nell’articolo in questione, non vale dire. Basta, a tal proposito, notare come l’esimio accademico confonda il Komintern con il Cominform attribuendo a Togliatti un posto nella segreteria di quest’ultimo; inesistenti sia l’uno che l’altra. Ma la sostanza del pensiero del professor Sechi sta in questa frase: “L’attentato scatenò più problemi di quanti ne abbia risolti. Togliatti non muore”. Come a dire che se fosse morto, allora sì che ogni problema dell’Italia sarebbe stato risolto.

Purtroppo, per il professore non fu così, e per lungo tempo cialtronerie intellettuali come le sue, frutto del gran tour politico compiuto da Sechi nel corso di oltre sessant’anni, dai “Quaderni rossi” di Panzieri alla vicinanza al PCI, al PSI fino alla consulenza con la famigerata e fallimentare commissione Mitrokin istituita dal centrodestra nel 2002 durante il secondo governo Berlusconi, non hanno potuto avere grande audience. Solo oggi possono riemergere con disinvoltura grazie alla complicità di un giornale storicamente sprovveduto e di una generale smemoratezza storica che pervade la politica italiana e i suoi ineffabili protagonisti da bar dello sport.

La cosa è quindi spiegabile con la temperie in cui viviamo, l’unico mistero rimane il titolo accademico di storico del professor Sechi.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

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