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21 agosto '68. Stop al socialismo e al nuovo corso di Alexander Dubček

Praga 21ago68 350 250 mindi Ermisio Mazzocchi  - La Cecoslovacchia ha ricercato un via originale per il socialismo e il nuovo corso, avviato da Alexander Dubček con un programma d’azione che afferma il riconoscimento della libertà politica, culturale e sindacale, la separazione tra partito e governo, la parità tra le diverse componenti etniche del paese, non è condiviso dal PCUS. Si teme la rivendicazione di una piena autonomia che potrebbe portare gli Stati che fanno parte dell’area socialista e del Patto di Varsavia a un distacco dall’URSS. I rapporti tra il partito comunista cecoslovacco e il PCUS si aggravano, mentre il PCI afferma la propria solidarietà al processo di rinnovamento democratico della società socialista cecoslovacca. La situazione precipita nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968, con l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia, che suscita da più parti contestazioni violentissime e una crescente protesta popolare. A Praga il 16 gennaio il giovane studente di filosofia di 21 anni, Jan Palach si dà fuoco per protestare contro l’occupazione. L’8 febbraio 1969 un altro studente di 29 anni, Yan Zajic lo segue. Il 17 aprile 1969 Gustav Husák è eletto, su forte pressione sovietica, come segretario del partito comunista cecoslovacco, al posto di Dubček. Inizia il periodo di “normalizzazione”, che porterà nel 1970 alla definizione di un documento del Comitato centrale cecoslovacco, nel quale viene ufficialmente condannata la politica di Dubček definita controrivoluzionaria. Il XIII Congresso del partito comunista cecoslovacco sancisce la definitiva conclusione della “Primavera di Praga”.

A distanza di soli due giorni dall’invasione (23 agosto 1968) la Direzione nazionale del PCI esprime il proprio “dissenso” e la prppria “riprovazione” per l’intervento militare, affermando che “non è consentito in nessun caso commettere violazione dell’indipendenza di ogni Stato”. Per di più questo avvenimento blocca il dialogo tra la Chiesa e il mondo comunista. Il documento “De dialogo cum non credentibus”, definito il 28 agosto, sette giorni dopo la tragedia di Praga, sarà pubblicato dopo due mesi e verrà in futuro totalmente ignorato. In Italia si accende un durissimo confronto, a volte usato in modo strumentale, tra le forze politiche. Ne è espressione il dibattito che si svolge alla Camera dei deputati.

I dirigenti del PCI, a differenza di quanto era avvenuto ai tempi dell’invasione dell’Ungheria, condannano in modo inequivocabile la scelta del PCUS. Il PCI si avvia verso un cambiamento della propria linea politica, non solo per una sempre maggiore autonomia dall’Unione sovietica ma, cosa più importante, ritiene necessario sciogliere sia l’Alleanza Atlantica sia il Patto di Varsavia, riconoscendo all’Europa un ruolo essenziale per mantenere la pace. La scelta europeista del PCI comporta l’accettazione del Mercato Comune Europeo. Si dà impulso alle trattative politiche europee, in particolar modo con il SPD di Willy Brandt.

Sebbene il PCI esprima in diversi documenti il “profondo e schietto rapporto che unisce i comunisti italiani all’Unione sovietica”, gli avvenimenti cecoslovacchi aprono, di fatto, un solco tra il PCI e il PCUS da cui ha inizio una lenta marcia del partito comunista verso lo “strappo” e il definitivo distacco. Un tema esaminato in un eclatante articolo di Berlinguer su “Rinascita” in cui il partito comunista pone la questione della democrazia, della libertà dei popoli, della loro autodeterminazione. Una posizione largamente condivisa dai gruppi dirigenti delle Federazioni provinciali e sostanzialmente dall’intero partito nonché dall’organizzazione dei giovani comunisti (FGCI), schierati sulle scelte fatte dalla Direzione nazionale nel Comitato centrale del 27 agosto 1968.

 

Anche il PCI di Frosinone si mobilita. Il 2 e il 3 settembre 1968 la segreteria provinciale convoca il Comitato Federale e la Commissione Federale di Controllo per discutere la situazione della Cecoslovacchia. Seppur con qualche distinguo, le decisioni della Direzione nazionale sono accettate.
Nella relazione del segretario Arcangelo Spaziani, traspare una nota di disagio e di emozione per quanto sta avvenendo, che si fa più evidente quando afferma che “questo doloroso avvenimento ci ha colpito tutti nei sentimenti più profondi”. C’è nei diversi interventi grande convinzione che i partiti comunisti debbano avere piena autonomia nella scelta di strategie per il socialismo, perché non vi possono essere principi immutabili nella lotta per il socialismo. In maniera netta Giuseppe Cittadini afferma che “la decisione della Direzione è la logica conseguenza della linea politica del PCI e il prestigio dell’URSS riceve un brutto colpo. Le vie nazionali al socialismo sono un principio irrinunciabile”. Altri condannano l’Unione Sovietica affermando che il gruppo dirigente dell’URSS ha commesso un errore politico e il PCI deve continuare sulla via dell’autonomia. Alcuni mostrano più cautela nella valutazione dei fatti cecoslovacchi, e sostengono che “non bisogna cadere nell’antisovietismo e bisogna tenere conto che l’Unione sovietica dà un grande aiuto ai movimenti di liberazione” così che qualcuno giudica affrettato il comunicato dell’Ufficio politico e che “i sovietici intervenendo hanno salvato il socialismo”. La vivacità e la passione del dibattito rivelano la ricerca di motivazione politiche convincenti tanto da affermare che “le ragioni dell’intervento non stanno in un errore di valutazione dell’URSS, ma in un volere fermare il nuovo corso cecoslovacco e la posizione del PCI non è opportunistica”. Ma c’è chi si spinge molto oltre convinto che occorre accentuare le critiche alla mancanza di sviluppo della democrazia in URSS, dove ha vinto il “burocratismo” e che la nostra identità non deve essere “un limite alla nostra critica all’URSS”. Il PCI, sostengono alcuni, deve fare sentire di più “la sua riprovazione”, perché “l’intervento sovietico ha rappresentato un pericolo di guerra”.

Tutto il dibattito insomma è percorso da una ricerca delle ragioni di quanto è avvenuto. Si mettono a dura prova le proprie convinzioni cosicché Mario Brighindi esprime con passione il suo pensiero con molta saggezza: “più volte mi sono domandato se i compagni sovietici hanno perduto il senno. Ma allo stesso modo la tempestiva presa di posizione del nostro Ufficio politico non poteva essere diversa, seguendo la logica di tutta la strada percorsa in questi ultimi anni dal PCI”.
Ed è su questo punto che si concentra la conclusione di Mario Berti della Segreteria Regionale. L’intervento sovietico, secondo Berti, non è giustificabile, in quanto non erano in pericolo le basi del socialismo. La posizione del PCI nasce dalla sua elaborazione “teorica e di principio” che scaturisce dal memoriale di Yalta; dalla “via italiana al socialismo” elaborata all’VIII Congresso nazionale; dal sostenere i valori di una democrazia socialista. Avrebbe dovuto suscitare sorpresa - continua il dirigente regionale - se il PCI avesse preso una posizione contraria a quella attuale ed è altrettanto chiaro che non bisogna avere un atteggiamento fideistico nei confronti dell’URSS e degli altri Stati socialisti, perché, riportando un’argomentazione che è alla base del nuovo corso del Partito comunista italiano, il socialismo non si identifica con gli Stati socialisti, ma deve essere rafforzato l’internazionalismo con un contributo del PCI, per un nuovo e diverso rapporto con gli altri partiti comunisti, in un’azione che deve portare al "superamento dei blocchi".
Il Comitato Federale si conclude con l’approvazione di un documento di condanna. Questo il testo.

 

«Il Comitato federale e la Commissione federale di controllo della Federazione comunista di Frosinone, dopo ampio e appassionato dibattito
approvano la posizione assunta dall’Ufficio politico, dalla Direzione e dal Comitato centrale del nostro partito di grave dissenso e riprovazione per l’intervento militare dell’Unione sovietica e degli altri quattro paesi del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia.
- si associano all’augurio rivolto dal C.C. e dalla C.C.C. al popolo e ai comunisti cecoslovacchi acché possano “portare avanti con il pieno recupero della loro indipendenza e libertà d’azione, il processo di rinnovamento democratico e di consolidamento della società socialista”, così come sono convinti che il ritiro delle truppe e il rapido ripristino della normalità in Cecoslovacchia è “oggi il passo che innanzitutto occorre compiere perché i rapporti tra i Paesi socialisti possano condurre, sulla base dell’eguaglianza e del rispetto dell’indipendenza e della sovranità di ogni Stato, a un miglioramento della collaborazione in tutti i campi e a un reale rafforzamento dell’unità.

Il C.F. e la C.F.C. ritengono che, nella presente difficile situazione, impegno principale dei comunisti italiani debba essere quello della ricerca dell’unità del movimento operaio e comunista mondiale e, coerentemente con le nostre posizioni espresse più volte nell’ambito della precisa collocazione internazionalista del PCI, a dare il loro contributo perché si costruiscano nuovi rapporti fra tutte le forze socialiste e progressiste e a portare avanti sempre più rapidamente il processo di rinnovamento aperto dal XX Congresso.

Il C.F. e la C.F.C., nel concordare con il C.C. e la C.C.C. che l’autonomia dell’elaborazione e delle scelte politiche, la costante ricerca di una via italiana di accesso e di costruzione del socialismo sono per il PCI la forza concreta, irrinunciabile della sua presenza e partecipazione in un movimento che vuole spezzare nel mondo la prepotenza aggressiva dell’imperialismo che vuole rompere la logica delle divisioni nei blocchi militari e politici contrapposti, che vuole scuotere il peso intollerante dell’oppressione, dello sfruttamento, della morte per fame che grava ancora su tanta parte dell’umanità, che vuole avanzare sulla strada del socialismo;
- raccolgono l’appello del C.C. e della C.C.C. a impegnare tutto il partito a respingere e battere la campagna anticomunista scatenata da coloro che non possono dare nessuna lezione di moralità per avere approvato l’aggressione contro il popolo del Vietnam e gli altri crimini dell’imperialismo nel mondo e che sostengono la presenza di truppe e di basi straniere nel nostro territorio; a prendere tutte quelle iniziative perché nell’ambito della nostra linea internazionalista di solidarietà con la Cecoslovacchia, di amicizia con l’Unione Sovietica e con tutti i paesi socialisti vada avanti e si rafforzi la lotta per la pace, contro l’atlantismo, per il superamento dei blocchi, ricercando tutte le possibili forme di collaborazione e incontro tra le forze di sinistra, socialiste e cattoliche per andare avanti verso il rinnovamento democratico e il socialismo” .

La repressione della ‘Primavera di Praga’ impedisce di avviare in Cecoslovacchia la riforma del “socialismo reale”. Nonostante la sua condanna dell’aggressione, il PCI non arriva alla rottura con il PCUS sia per i condizionamenti ideologici e storici, che per il clima della guerra fredda in atto. La divisione dell’Europa e del mondo in due blocchi contrapposti obbliga il PCI ad allinearsi con il mondo socialista, perseguendo una sua peculiare politica a sostegno dei partiti socialisti “non allineati”, dei movimenti di liberazione e dei nuovi Stati del Terzo Mondo.

Il PCI, nella piena consapevolezza della sua autonomia e della sua diversità, costruisce una politica che, riconoscendo la pluralità dei partiti, il valore delle istituzioni democratiche e rappresentative, l’autonomia delle organizzazioni sociali, si propone di realizzare un socialismo democratico, seppur condizionato fino alla fine degli anni ´80 dalla sua formazione ideologica originaria e dalla sua storia. Ed è proprio questo percorso intrapreso dopo il 1968 che consente al Partito comunista italiano di affrontare avvenimenti drammatici per il paese in modo nuovo rispetto al periodo del dopoguerra e con l’obiettivo di superare momenti difficili per la democrazia repubblicana.»

 

 

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