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Revisionismo senile

  • Scritto da  ald

Seconda guerra mondiale 350 260 mindi Aldo Pirone - Non è che io ce l’abbia in particolare con Eugenio Scalfari. Ma da diverso tempo assisto a un crescendo rossiniano di suoi strafalcioni non solo politici ma storici. A Scalfari, come a tutti i vecchi, si deve rispetto. Ma non è tacendo le loro scempiaggini che lo si dimostra. Semmai è il contrario. Qualcuno forse - anzi senza forse - penserà che agli anziani può essergli concesso di essere rimbambiti; e, per educazione, è meglio non farglielo notare. Giusto. Ma non quando si tratta di un cosiddetto maître à penser del pensiero liberal progressista che scrive ogni domenica lunghe omelie su “la Repubblica”.

Ho aspettato un po’ per vedere se qualcuno diceva qualcosa su quanto, en passant, Scalfari ha scritto nella sua lunga e prolissa articolessa di domenica 16 settembre. Parlando di Mussolini e Hitler il nostro ha sentenziato: “Quando Hitler era già pronto a scatenare la seconda guerra mondiale, iniziando con l’invasione della Norvegia, dopo aver negoziato con la Russia quella della Polonia, Mussolini tentò con tutti i mezzi di evitare la guerra perché si rendeva conto per l’Italia sarebbe stata una catastrofe”. Poverello, “Non ci riuscì e non ebbe né la volontà né la forza di restare neutrale”.

Tralasciamo pure il fatto che la guerra non iniziò con l’invasione della Norvegia, forse Scalfari intendeva dire – ipotesi più che generosa - che l’invasione di Norvegia (e Danimarca) mise fine alla cosiddetta drôle de guerre, la “strana guerra”, che aveva contraddistinto i primi e pressoché inoperosi sette mesi del conflitto dopo la conquista della Polonia da parte nazista. Ma che Mussolini tentò di evitare la guerra, per di più “con tutti i mezzi”, è una scempiaggine storica di un intenso odore revisionistico.

Un giovane potrebbe pensare che abbia fatto fuoco e fiamme contro Hitler, mobilitato divisioni, lanciato proclami, stretto accordi con chi stava per essere aggredito, minacciato di buttarsi dal balcone in piazza Venezia o cose simili, purtroppo non accadute. Come riporta nei suoi diari il ministro degli Esteri Ciano, nonché “generissimo” del Duce, Mussolini non “belligerò” da subito per l’impreparazione materiale dell’esercito e anche perché non si sapeva ancora come sarebbe andato lo scontro fra tedeschi e anglofrancesi sulla linea Maginot. Si dibatté fra questa dura realtà di impreparazione, avendone tra l’altro la fraterna comprensione di Hitler, e il suo cuore, che lo portava a “marciare” con i nazisti. Scrive Ciano il 9 dicembre del ‘39: “L’atteggiamento del Duce è sempre oscillante, e, nel fondo, parteggia sempre per la Germania”. E quando vide che i nazisti stavano stravincendo in Belgio, Olanda e Francia mise da parte l’impreparazione e portò l’Italia alla guerra e alla catastrofe.

Voleva, come ebbe a dire, “poche migliaia di morti” per sedersi - in una data che lui prevedeva assai prossima - al tavolo dei vincitori e avere il suo bottino da gangster. Il “generissimo” riporta alla data del 27 maggio del ‘40, di aver risposto l’ambasciatore americano Phillips, latore di un’estrema offerta di mediazione di Roosevelt fra Italia e Alleati, che “Roosevelt è fuori strada. Ci vuole altro per dissuadere Mussolini. In fondo non è che egli vuole ottenere questo o quello. Vuole la guerra. Se pacificamente potesse avere anche il doppio di quanto reclama, rifiuterebbe”.

Con buona pace di Scalfari, si potrebbe dire. Se non fosse stata, invece, la guerra più disastrosa per l’Italia e gli italiani voluta da Mussolini e camerati, con l’approvazione consueta e rassegnata del re fellone.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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