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Pirone ricorda Giuliano Prasca

giulianoprasca 350 minAldo Pirone ricorda Giuliano Prasca, cronista storico di Paese Sera ma non solo, amministratore di Roma, di primo livello, promotore di sport popolare. Aveva 87 anni. L'ho conosciuto personalmente e mi piace che anche UNOeTRE.it pubblichi questo scritto, che mi risveglia tanti ricordi, per farconoscere, attraverso questa straordinaria "memoria" di Pirone, un gran bravo giornalista ed un amato dirigente del Pci romano. (IM)

 

Caro Giuliano,

te ne sei andato stamane sul fare dell’alba, dopo un lungo periodo di sofferenza sopportata con la tua consueta dignità. I ricordi di una lunga amicizia, quasi sessant’anni, e di una lunga comune militanza politica e intellettuale si affollano nella mia mente. Ti ho conosciuto, insieme ai tuoi fratelli Luigi e Massimo e a tua sorella Teresa, agli inizi degli anni ’60 nella sezione del PCI di via Flavio Stilicone; io adolescente e voi più grandi, ma ancora giovani. Eravamo entrati in quel partito spinti dall’emozione e dalla rivolta antifascista contro il governo Tambroni nelle giornate del luglio ’60. Non si poteva essere indifferenti o stare in disparte.

Tu eri già un giornalista che scriveva di sport su “l’Avanti”. Eri interessato soprattutto alla boxe, uno sport che ti metteva subito in contatto con il popolo delle borgate, quello più emarginato. Tanti ragazzi, mi raccontavi, cercavano un riscatto sociale attraverso i pugni sul ring. Con noi ragazzi della FGCI entrasti subito in sintonia. La tua arguzia, la tua giovialità, la tua curiosità facevano sì che ti consideravamo, tra i grandi del partito, quello più vicino alle nostre sensibilità giovanili. Quando arrivavi, la sera, per noi era sempre un momento di gioia. Cominciai allora a conoscere le tue proverbiali battute. Quella era l’epoca in cui tantissimi giovani si affollavano nei bar attorno ai flipper e ai juke box che tu chiamasti “industria della pigrizia”, perché nel nostro comunismo ammalato di ideologismo pensavamo che fossero strumenti inventati dal diavolo capitalista per sottrarre la gioventù all’impegno politico.

Poi, però, il lavoro quotidiano, il contatto ricercato testardamente con le persone in carne ed ossa ci fece superare rapidamente ogni remora ideologica e ci fece trovare il contatto con una generazione che sì giocava a flipper, amava il rock e i capelli lunghi ma cresceva pacifista e antiautoritaria. Fu la grande stagione dell’impegno per la pace e per la solidarietà con i popoli che combattevano per l’indipendenza dal colonialismo e per la libertà. Fu la stagione del Vietnam. E proprio il 31 marzo del ’67 ci ritrovammo insieme a San Vitale fermati dalla polizia mentre manifestavamo contro la visita in Italia del vicepresidente USA Humphrey. In corridoio vedemmo anche Berlinguer che, un po’ comicamente, veniva rilasciato, con un questurino che cercava affannosamente di accomodargli lo stazzonato cappotto sulle spalle e Enrico che tentava infastidito di allontanarlo con il braccio.

In seguito andasti a dirigere l’Unione sport popolare. E da quella postazione cercasti il contatto con Antonio Cederna esponente di Italia Nostra e l’ambiente urbanistico che ruotava intorno a lui. Ricordo in quegli anni post ’68 il tuo impegno proto ambientalista. Contro la speculazione cementificatoria Celentano cantava “Il ragazzo della via Gluck” e tu t’inventavi “corri per il verde”: le manifestazioni sportive nei quartieroni densamente edificati. Immancabili alle Feste de l’Unità, dove ti si vedeva arrivare con i tuoi gessetti e i tuoi nastri per tracciare le corsie sui marciapiedi, le tue magliette e i poveri gadget dell’Uisp per organizzare le corse di giovani e meno giovani. E in tema di speculazione non mancavano le tue battute. Allora nelle giunte comunali dirette dalla DC imperversava l’assessore socialdemocratico all’urbanistica Pala. E tu chiosavi: “Dicesi Palafitte i palazzi dei quartieri intensamente edificati”.

Fu del tutto naturale per un partito di popolo, quale era il PCI, portarti nell’Istituzione comunale. Consigliere nelle prime Circoscrizioni, nella zona operaia e popolare della Tiburtina, e poi in Consiglio comunale nel 1971. Nel 1976, se non ricordo male, fosti il consigliere più votato del PCI dopo la testa di lista. Ma quella marea di voti, circa quattordicimila se non ricordo male, non era frutto di legami clientelari che tu eri del tutto alieno dal coltivare, ma di stima e di simpatia, un riconoscimento per il tuo impegno per il riscatto sociale fra il popolo delle periferie. Nella prima giunta di sinistra a Roma ti appiopparono l’assessorato al Patrimonio e alla casa. Riuscisti in tre anni a far scomparire quasi del tutto le baracche fatiscenti dei borghetti dando casa a quell’umanità emarginata e povera. Non fu una battaglia facile. Ricordo ancora una foto, forse su “l’Unità” o su “Paese sera”, che ti ritraeva mentre camminavi teso e preoccupato in un viottolo fra le baracche forse del borghetto Prenestino. Fu con te che il Comune si pose il problema di censire tutti i suoi beni che spesso non sapeva neanche di avere e fu con te che scoprimmo che molti di questi beni erano praticamente usati gratis da grandi privati.

Sei sempre stato persona di grande dirittura morale; un vero moralista. Il tuo comunismo democratico, mai settario, sempre aperto e curioso, ti portava a concepire la militanza politica come impegno innanzitutto civile non al di sopra della legge morale e giudiziaria. Ma il mondo stava cambiando anche quello della e intorno alla sinistra.
Tornasti a fare il tuo mestiere di giornalista a “Paese sera”. Ma la vicenda politica non ti dette tregua. Subito fosti chiamato alla lotta per la sopravvivenza del giornale. Sette mesi di autogestione per non far morire la testata e poi la “Cooperativa 3 aprile” per tenerla in vita. Fu il periodo in cui siamo stati quotidianamente vicini. Ricordo quando mi portavi a pranzo da tua zia Gisa a via Quattro Fontane all’angolo con via Rasella, in quel l’appartamento dove i nazifascisti avevano prelevato e ucciso alle Fosse Ardeatine quattro tuoi parenti. Potevi andare a lavorare a “Il Messaggero” ma non lo facesti perché ti ripugnava l’idea di stare nel giornale che aveva pubblicato l’infame comunicato nazista della strage di “comunisti-badogliani”
Poi al Tg3 a fare la cronaca in giro per i quartieri delle periferie che conoscevi a menadito. Erano cronache non prone al potere, neanche quello del centrosinistra.

Caro Giuliano,

hai fatto parte di una generazione che ha visto l’avanzata entusiasmante e poi il malinconico declino della sinistra, in un mondo del tutto diverso da quello che tanto ci appassionò nella nostra giovinezza e maturità. Chi ti ha conosciuto, amici e anche avversari politici, ti ha comunque voluto bene per il tuo disinteresse personale nella militanza politica e amministrativa, per la pulizia morale e intellettuale, per l’ironia e la fermezza nel valutare cose e persone. A me mancherà un grande amico e compagno; mi mancheranno le nostre lunghe chiacchierate, nel giardino sotto casa, sulle vicende politiche di oggi alle quali ti sentivi profondamente estraneo e che trattavi con sovrano disprezzo.

Il tuo contributo democratico alla vita della nostra città è stato importante; la tua compagna, i tuoi figli e i nipoti, tuo fratello, tutti i tuoi parenti, possono andarne fieri.

 

 

 

 

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