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25 aprile ’45. Uno spartiacque nella storia d’Italia

Il miracolo della Costituzione, nonostante tutto

costituzione de nicola de gasperi 350x260di Aldo Pirone - Il 25 aprile del 1945 segna uno spartiacque positivo nella storia d’Italia. Con l’insurrezione nazionale al nord guidata dal Comitato di liberazione Alta Italia, finisce la Guerra di Liberazione e con essa l’epopea della Resistenza partigiana e popolare. Tornare a riflettere sul valore politico di quella data e sui valori in essa contenuti che furono alla base della rivoluzione democratica e antifascista, è sempre stimolante per il presente e per il futuro del nostro Paese.

Il bilancio storico. Moralmente e politicamente le forze che si schierarono nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione nazionale furono la maggioranza. La partecipazione popolare fu la vera novità storica e, se paragonata all’altro grande evento storico nazionale, il Risorgimento¹, fu numericamente e politicamente superiore². Ciò in virtù dell'intervento politicamente intelligente e realistico, cosciente e maturo dei partiti di sinistra che proposero le forze lavoratrici e popolari come nuove classi dirigenti nazionali e anche dell’apporto non secondario delle forze popolari cattoliche. I valori che animarono la Resistenza furono senza dubbio la libertà, la giustizia sociale con la solidarietà, la democrazia.

La Repubblica. Ma quei valori sarebbero durati lo spazio di un mattino se l’Italia non fosse divenuta Repubblica ed essi non fossero stati, poi, fissati nella nostra Costituzione. Il che non fu una passeggiata. Nei due anni e otto mesi che intercorsero fra il 25 aprile ’45 e l’entrata in vigore della Carta fondamentale il primo gennaio del ’48, l’Italia fu teatro di una dura e intensa lotta politica e popolare. La prima a essere conquistata fu la Repubblica, contro una massa di forze moderate, contro un re, Umberto II, e una dinastia, i Savoia, che fino all’ultimo dimostrarono la loro fellonia. Il “re di maggio” non volle, con motivazioni capziose, riconoscere il risultato delle urne e se ne andò sbattendo la porta. A uscire diviso dal risultato elettorale fu il popolo italiano. Al nord la Repubblica aveva stravinto, ma al sud era stata la Monarchia a vincere nettamente. Sul piano nazionale i voti repubblicani erano stati 12.717.923, (54,3 %) quelli monarchici 10.719.284, (46,7%).

La divisione fra gli antifascisti. A confermare che i rapporti di forza fra moderati e progressisti non erano esaltanti per quest’ultimi, furono anche i risultati della Costituente. La Democrazia cristiana (35,21%) si affermò largamente come primo partito, seguita dal Partito socialista (20,68%) e poi dal Pci (18,93%). L’altro partito di sinistra che aveva avuto un ruolo di primo piano nella lotta partigiana, il Partito d’Azione, praticamente scomparve. A ciò bisogna poi aggiungere che a livello internazionale, dopo la Conferenza di Potsdam, aveva preso avvio un processo di divaricazione fra i “tre grandi” artefici della guerra antinazista e antifascista: Stati uniti e Gran Bretagna da una parte e Unione sovietica dall’altra. Questo processo di divisione, che in seguito sarebbe sfociato nella “guerra fredda” fra campi e blocchi politico-ideologici e militari, contrapposti, s'intrecciò intimamente, alimentandolo, con quello medesimo che si andava producendo fra le forze popolari e antifasciste in Italia. La prima iattura si ebbe a gennaio ’47 con la scissione del Partito socialista operata da un leader di primo piano come Saragat. L’acme fu raggiunto con l’estromissione dei comunisti di Togliatti e dei socialisti di Nenni dal governo operata con freddezza da De Gasperi nel maggio successivo. In quel momento l’Assemblea costituente doveva ancora definire la seconda parte della Costituzione.

Volarono i piatti. Come avviene spesso nelle famiglie che si dividono in modo traumatico, in quella antifascista la separazione fra le forze popolari avvenne in un clima crescente di accuse reciproche, recriminazioni e insulti. Da una parte, quella dei “socialcomunisti”, bastava vedere le scritte sui cartelli nelle manifestazioni e gli slogan dei manifesti contro il “governo nero” democristiano, oppure sentire le parole dei ritornelli popolari contro il trentino “Cancelliere” “Von” De Gasperi. Dall’altra, quella dei democristiani, con il sostanzioso contributo della Chiesa di Pio XII che chiamava alla crociata pro o contro Cristo, arrivavano maledizioni divine contro il Nenni “mangiapreti”, il Togliatti dal diabolico piede forcuto e i “socialcomunisti senza Dio”. L’accusa di tradimento della Patria per essere al soldo di Stalin, da una parte, o di Truman e dell’imperialismo americano, dall’altra, sovrastava lo scontro che dilagava anche negli articoli dei giornali di partito non sempre misurati. Fu solo un’anticipazione di quel che sarebbe successo di peggio nella campagna elettorale del 18 aprile del ’48. A dividersi non furono solo i vertici politici, i dirigenti a tutti i livelli, ma anche famiglie e amici.

Il miracolo della Costituzione. La Carta fondamentale della Repubblica fu approvata dall’Assemblea costituente il 22 dicembre e promulgata il 27 ed entrò in vigore l’1 gennaio del ’48. Porta la firma del comunista Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea, del democristiano Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio, e del Capo dello Stato il liberale Enrico De Nicola. Il varo della Costituzione, se si guarda al processo di divaricazione fra le forze popolari antifasciste in quel biennio ’46-‘47, può apparire un miracolo. Un miracolo, soprattutto, per i contenuti del documento fondativo. Il patto antifascista fra le forze popolari, progressiste e moderate, resse a dispetto di ogni divisione che permarrà e continuerà per molti anni ancora. I legami stretti fra i partiti antifascisti nella comune lotta di Resistenza e in quella partigiana furono più forti di ogni incipiente e acuta divaricazione e contrapposizione interna e internazionale.

La Costituzione compiva e normava la rivoluzione democratica e antifascista che in poco meno di quattro anni e mezzo aveva mutato gli italiani da sudditi di una monarchia complice della dittatura fascista, in cittadini di una Repubblica costituzionale, animata e governata da partiti antifascisti e da una nuova classe politica democratica. La mutazione riguardava tutti gli italiani; in primis le donne che ebbero non solo il diritto di voto ma il quadro normativo fondamentale che ha consentito loro significative vittorie legislative nella lunga battaglia per l’emancipazione, prima, e per la liberazione femminile, poi, ancora in corso. L’assestamento di questo rivolgimento fu dominato dalle forze moderate con non pochi condizionamenti conservatori, reazionari e revanchisti rispetto alla Resistenza, particolarmente virulenti nella fase politica del centrismo e della “guerra fredda” ma in seguito via via regredienti.

Rinnovamento civile e sociale. La Carta fondamentale ebbe il profilo programmatico che le dettero le forze popolari, laiche, socialiste e cattoliche³. “Il libro da porsi accanto all'arca del patto una Costituzione che illuminerà e guiderà il popolo italiano per un lungo periodo della sua storia” come preconizzò il capo del Pci Togliatti. In essa furono fissati i valori fondativi del lavoro e il ruolo dei lavoratori, i diritti sociali e quelli civili. La Costituzione assegnò alla Repubblica il compito di garantirli attivamente, attraverso gli strumenti di trasformazione sociale scolpiti nelle sue disposizioni. Qualcuno, all’epoca, osservò che non era possibile assicurare subito a tutti i diritti sociali previsti. Gli fu risposto da Togliatti, ricorda Piero Calamandrei, con i versi di Dante: occorre fare “come quei che va di notte, / che porta il lume dietro e a sé non giova, / ma dopo sé fa le persone dotte”.

La culla fu Resistenza. La Costituzione guardava al futuro, alle nuove generazioni. Andava oltre le divisioni ideologiche fra i partiti antifascisti, segnava il terreno in cui si sarebbe svolta la lotta politica e quella sociale, a volte asperrima e non priva di scontri radicali. Raccoglieva pienamente, dandogli veste giuridica, le aspirazioni alla libertà, al rinnovamento sociale e civile, alla democrazia progrediente che erano stati la molla della Resistenza. Quella molla che, intorno ai falò e nelle baite di montagna, aveva animato le acerbe discussioni dei partigiani sul futuro dell’Italia; che aveva accompagnato la solitudine del gappista nelle città; che aveva spinto i sappisti nelle campagne ad attaccare tedeschi e fascisti, a sabotare ponti e ferrovie, a impedire le requisizioni nazifasciste di grano e bestiame ai contadini. Quella molla che aveva indotto tantissimi italiani a non collaborare con i nazifascisti, a non cedere alle torture, alle minacce, ai ricatti e al terrore nazifascista. Piero Calamandrei, qualche anno più tardi, parlando agli studenti di Milano, colse bene questo legame indissolubile fra la nostra Carta fondamentale e la Resistenza:

«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità; andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione».

 

Note

1 - La Resistenza fu definita anche come “Secondo Risorgimento” per rimarcarne la continuità con il Risorgimento che portò all’unità dell’Italia. Si voleva così porre l'accento sul carattere nazionale della lotta di Liberazione contro il nemico tedesco.
2 - Aldo Moro nel suo discorso sul trentennale della Resistenza fatto a Bari il 21 dicembre del 1975 ebbe a rilevare: “La Resistenza fu lo scatto ribelle di un popolo oppresso, teso alla conquista della sua libertà. Ma essa non fu solo un moto patriottico-militare contro l’occupante tedesco, destinato, perciò, ad esaurirsi con la fine del conflitto mondiale. La Resistenza viene da lontano e va lontano. Affonda le sue radici nella storia del nostro Stato risorgimentale. E’ destinata a caratterizzare l’epoca della rinnovata democrazia italiana. Un dato storico è da mettere in rilievo: alla Resistenza parteciparono, spontaneamente, larghe forze popolari, e non solo urbane, ma della campagna e della montagna”.
3 - Molto proficuo fu l’incontro politico e culturale nella commissione dei 75 fra le forze di sinistra d’ispirazione socialista e quelle cattoliche della Dc rappresentate, in particolare, dal gruppo dei “professorini”: Giuseppe Dossetti, Amintore Fanfani, Giorgio La Pira, Aldo Moro.

 

 

Aldo Pirone
Associazione culturale Enrico Berliguer
Roma Via Opita Oppio 24

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

Pubblicato in 1900 italiano e altro
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