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Memoria corta di Emma Bonino: legge 194 e ruolo della sinistra

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I radicali, poi, ma poi poi, alla stanga hanno creduto di esserci sempre stati

emma bonino 360 mindi Aldo Pirone - Domenica mattina mi è capitato di vedere, en passant, una trasmissione di Rai Storia già mandata in onda nel 2016 in occasione del 70esimo della Repubblica. La serie fu di molte puntate e quella in questione era la n. 12 dedicata alle conquiste e ai diritti delle donne. Rai Storia è un canale pregevole, una vera perla della Tv pubblica, per serietà di approfondimenti e documentazione. Cose di cui l’evanescente memoria storica nazionale ha estremo bisogno, viste le baggianate, l’incultura e persino le superstizioni che circolano interpretate dai figuri che popolano la nostra classe politica. Anche la puntata sulle donne era pregevole. Ospite d’onore in studio Emma Bonino che ha raccontato la sua esperienza personale di giovane radicale nel partito di Marco Pannella, Adele Faccio, Roberto Cicciomessere, Adelaide Aglietta e tanti altri che sono seguiti.

Il ruolo della sinistra

Venuti a discutere della legge sull’aborto, la Bonino ha ricordato correttamente che quando essa fu votata il 29 maggio 1978 – Moro era morto assassinato pochi giorni prima – i 4 radicali eletti alla Camera, compresa lei, fecero ostruzionismo contro la legge 194. Volevano, ha detto, segnalarne i limiti e le insufficienze, perché tali le consideravano loro che erano per l’aborto libero. L’ostruzionismo, secondo lei, fu del tutto propagandistico, essi sapevano bene che la legge sarebbe passata perché in ballo, ha detto, c’era il loro referendum abrogativo delle norme repressive in materia allora vigenti che poteva scompigliare il “compromesso storico” di Berlinguer.

E questo non lo volevano né la Dc né il Pci. Il fatto principale, però, è che a sostegno della 194 c’erano tutte le forze di sinistra che, grazie all’avanzata elettorale del Pci del ‘76, aveva alla Camera numeri più consistenti che andavano oltre il 50%. E poi perché la Dc era ancora quella di Zaccagnini, stretta, come ha ricordato a suo modo anche la Bonino, nella maggioranza di unità nazionale figlia del compromesso storico di Berlinguer. Perciò, non avrebbe fatto le barricate, anche se votò contro. Infatti, bastava che i democristiani facessero l’ostruzionismo magari affiancando i radicali che le cose si sarebbero messe male. Infine, e non per ultimo, a dare l’impronta culturale alla Legge sull’interruzione della gravidanza 194 fu il Pci con Paolo Bufalini. Egli partì dal fatto oggettivo che occorreva una legge che mettesse fine alla piaga dell’aborto clandestino particolarmente penoso e pericoloso per le donne del popolo. Inoltre, nel trattare la delicata materia della vita rifuggì da ogni estremismo “radical chic”.

La Dc, in seguito, fu trascinata in un nuovo referendum proposto dal Movimento per la vita di Carlo Casini che si svolse il 17 maggio 1981. Al governo c’era Forlani con un centro-sinistra e l’astensione del Pli. Lo perse malamente: i No furono il 68%. La Bonino ha detto che non aveva dubbi che il referendum sarebbe stato vinto. Si è ben guardata dal dire, però, che contro la 194 anche i radicali presentarono, contemporaneamente, un referendum abrogativo di parti essenziali della Legge che l’avrebbero stravolta in senso deregolatorio. Certo con buone intenzioni, di cui, com’è noto, è lastricata la via dell’inferno. Lo persero nettamente: i No furono l’88%.

La memoria corta

E’ vero, in una democrazia partecipata, e quella dominata dai grandi partiti di massa della prima Repubblica lo era con tutti i suoi limiti, non tutto si racchiude nelle aule parlamentari. Ma certo in quelle aule c’è la sovranità popolare. E lì, quando si votò la legge sul divorzio nel dicembre 1970, i radicali non c’erano e quando ci furono, si agitarono un bel po’ contro la 194, in seguito sempre insidiata dagli integralisti cattolici che non l’hanno mai digerita. C’erano altri, i tanto vituperati comunisti, socialisti, repubblicani, liberali e anche una parte della Dc (che rischiarono a viso aperto il dissenso nel loro partito). All’epoca i tentativi di convergenza fra Pci e Dc furono spregiativamente derisi, anche da Pannella e soci, come “la Repubblica conciliare”. Probabilmente perché non dava spazio alle mosche cocchiere che, pur svolgendo una loro funzione di stimolo positivo – cosa che avvenne sicuramente nella promozione nel paese della battaglia per il diritto al divorzio – non stavano, però, alla stanga del carro popolare e parlamentare su cui viaggiavano i diritti e le conquiste civili. Lì c’erano i cavalli della sinistra, laica e cattolica, liberale e progressista. In seguito, a mettere i radicali a quella stanga sono stati la smemoratezza storica, il pressappochismo intellettuale e la vulgata massmediologica dei mediocri e degli ignoranti.

Loro, i radicali, poi, alla stanga hanno creduto di esserci sempre stati.

 

 

 

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