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“E allora le foibe?”

 

Intervista a Eric Gobetti autore del libro “E allora le foibe?” edito da Laterza.

di Diego Protani
1) Come nasce il saggio "E allora le foibe?" e quale è l'obiettivo del libro?

gobetti copertina libroHo sentito un duplice dovere: professionale e civile. Da una parte la necessità di ribadire i risultati della ricerca storica, che ormai ha raggiunto un certo accordo almeno sui fatti e sulla descrizione dei fenomeni: la realtà multietnica di quel territorio, il ruolo del fascismo nell'innescare la violenza, il contesto della guerra e i vari crimini commessi, l'ordine di grandezza delle vittime e degli esuli. Dall'altra la volontà di impedire che una ricostruzione parziale, talvolta falsa, spesso tendenziosa, di questi avvenimenti porti a capovolgere gli stessi valori fondanti della nostra Repubblica, presentando i fascisti solo come vittime indifese e i partigiani come unici attori della violenza. Il ché non è solo falso, è anche una pericolosa distorsione della realtà, perché attribuisce ai partigiani una volontà di sterminio su basi etnonazionali che invece era patrimonio ideologico dei fascismi.

2) Nel libro sono evidenti delle responsabilità fasciste che diedero inizio a tutto ciò. Ce le può riassumere brevemente?

L'epoca raccontata nel mio libro è un tempo di violenze e massacri che coinvolge molte vittime e molti carnefici. Ci sono i crimini di guerra commessi dall'esercito italiano dal 1941 al 1943 e dell'esercito tedesco fino al 1945, e ci sono le violenze del settembre 1943 in Istria e la repressione di fine guerra da parte dell'esercito jugoslavo. Non c'è un rapporto di causa-effetto fra questi fenomeni, ognuno ha le sue logiche specifiche; ma tutti si sviluppano nella stessa area e nella stessa logica di “guerra totale”. Un conflitto portato in questo territorio dall'esercito italiano, che invade la Jugoslavia nel 1941. E prima ancora dal fascismo, che impone per vent'anni l'italianizzazione forzata alle popolazioni slave. Ripeto: non si tratta semplicemente di vendette; ma senza conoscere un evento non si può comprendere quello che segue. E senza la logica di sopraffazione e violenza portata dal fascismo, non ci sarebbero state, con ogni probabilità, né le foibe né l'esodo.

3) La destra parla di pulizia etnica. E' solo uno scopo propagandistico ?

Non la definirei propaganda, e non arriva solo da destra: direi che ormai fa parte dell'immaginario comune su queste vicende. La definizione è scorretta perché sottolinea solo l'aspetto identitario del fenomeno, che certamente esiste, ma ignora del tutto le ragioni militari e politiche, che invece a mio avviso sono prevalenti. Questo uso improprio denota la volontà di connotare la vicenda in maniera “balcanica”, quasi come se le “foibe” facesse parte dell'istinto di popoli naturalmente “barbari”. In questo modo si può facilmente spiegare il fenomeno con la propensione alla violenza di popoli inferiori, senza bisogno di parlare del contesto di guerra e sopraffazione da parte dell'Italia fascista, che invece è fondamentale per comprendere quegli eventi.

4) Lei dichiara che è improprio parlare di foibe per ciò che succede dopo la fine del conflitto. Perchè?

La stragrande maggioranza delle vittime del 1945 sono uomini adulti catturati dalla polizia politica o dall'esercito jugoslavo perché ritenuti collaborazionisti dei nazisti (sia militari che civili) oppure pericolosi avversari politici per il nuovo potere che si vuole instaurare (e in questo caso ci sono addirittura antifascisti e persino ex partigiani). Queste persone vengono in gran parte internate in campi di prigionia e qui muoiono di fame e di stenti (come succedeva nei campi italiani) oppure fucilati dopo processi più o meno sommari. Le persone uccise e gettate nelle foibe nelle vicinanze delle città della zona sono un numero molto limitato e in gran parte vittime di rese dei conti private o addirittura di criminali comuni, come nel caso dell'Abisso Plutone, nella zona di Trieste.

5) Molti non conoscono la storia del campo di concentramento di Arbe dove morirono più di mille donne e bambini di fame. Perchè anche questa storia non viene raccontata come meriterebbe?

Nell'immaginario comune gli italiani durante la seconda guerra mondiale sono stati solo vittime: dei bombardamenti, delle violenze naziste o comuniste, della guerra in generale. Il mito degli italiani-brava-gente è ormai parte dell'identità nazionale e si è costruito grazie a una serie di complesse ragioni, non ultima la mancata “Norimberga italiana”. In parole povere: nessun criminale fascista è mai stato condannato né in patria (in parte grazie alla nota “amnistia Togliatti”), né all'estero (grazie a un'abile manovra diplomatica che ha consentito all'Italia di non consegnare le centinaia di presunti criminali su cui indagavano gli ex paesi occupati). Tra i crimini più gravi c'è stata anche la creazione di campi di concentramento, dove sono stati internati 100.000 civili jugoslavi. Arbe era il peggiore di questi campi, e qui morirono, di fame e di stenti, circa 1500 persone, molti dei quali donne e bambini. È evidente che questa storia non è mai entrata nel nostro immaginario collettivo perché da sola smentirebbe tutta la costruzione simbolica che ci siamo fatti di noi. Le responsabilità sono tante, psicologiche e politiche, ma io credo che questo oblio costituisca un grave problema per il nostro paese. Con una metafora psicoanalitica: quello dei crimini di guerra è il nostro “elefante nel salotto”. Fino a quando non affronteremo quel trauma, non diventeremo mai una democrazia “adulta”.

6) Quali furono le differenze tra la resistenza slava e quella italiana?

Due sono le differenze maggiori. Per prima cosa la resistenza jugoslava è di fatto monopolizzata dal partito comunista. Esiste un fronte popolare (in particolare in Slovenia) che include altri partiti minori, ma di fatto è la dirigenza comunista che guida la Resistenza da un punto di vista sia politico che militare. Questo perché il partito comunista è di fatto l'unico che operi in una prospettiva jugoslavista, ovvero con l'intento di includere tutti i popoli jugoslavi e di ricostituire una Jugoslavia unitaria.
In secondo luogo, nonostante l'apparente settarismo della resistenza jugoslava, questa si rivela la più forte e organizzata d'Europa, l'unica che riesca a liberare con le proprie forze l'intero paese (con l'eccezione di Belgrado, a cui contribuisce l'Armata Rossa). Questi due aspetti sommati rendono il caso jugoslavo molto particolare, diverso sia dall'Italia o dalla Francia, dove pure la resistenza gioca un ruolo importante, sia dai paesi dell'Est, dove i partigiani devono sottostare all'esercito sovietico. L'enorme consenso di cui gode la leadership comunista jugoslava consente a Tito, nel 1948, di smarcarsi del tutto dal controllo sovietico. Tutto ciò rende la Jugoslavia un'esperienza storica unica: un paese socialista con ampie libertà (culturali, artistiche, economiche, di movimento...) e leader dei Paesi non allineati, un tentativo coraggioso di liberare molti stati di recente costituzione (soprattutto paesi in via di decolonizzazione) dalla “tutela” sovietica o statunitense.
Ma questa è un'altra storia...

Pubblicato in I Libri di Diego
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