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Il nuovo album di Marco Sonaglia, il cantautore partigiano

I LIBRI DI DIEGO PROTANI. Rubrica

Un album che conquista dal primo ascolto

di Diego Protani
copertina Ballate 360 minNon servivano conferme, chi ascolta e segue la musica d’autore sa bene che il miglior cantautore partigiano sia di fede che come personalità è Marco Sonaglia. Se fosse nato in un'altra epoca avrebbe riempito le feste dell’Unità e spopolato nelle classifiche.
Purtroppo oggi i valori comunisti sono davvero poco amati dalla massa e di riflesso ne risente. Ma la qualità è indubbia e nonostante la sua umiltà da anni porta avanti questa battaglia senza paura. E’ un disco davvero sensazionale, unico. Ballate dalla grande recessione ha conquistato tutti gli amanti della musica d’autore e sia sulle riviste specializzate che nei vari blog ne parlano in termini eccelsi.
Anche io che lo seguo da tempo non posso che ammettere che questo album mi ha conquistato dal primo ascolto e che se fosse stata un’edizione in vinile già sarebbe ben consumata.

Intervista:

Finalmente in Italia torna il cantautorato vero, da dove nasce l'esigenza di mettere in circolo "Ballate dalla Grande Recessione"?

Grazie davvero per considerarmi un “cantautore vero”, ma assicuro che, non essendo il solo, non è con me che la canzone d’autore sta provando a tornare in Italia. “Ballate dalla Grande Recessione” nasce da fattori diversi. La voglia di usare la canzone come strumento di sensibilizzazione e veicolo di informazione su temi che riguardano tutti e che spesso sono nascosti, come dice “Primavera a Lesbo”, sotto il grande tappeto dell’ipocrisia, della distrazione, della reticenza della stampa dominante. Quando anche certi accadimenti, come appunto il dramma dei rifugiati nelle isole greche, vengono raccontati dai mass-media, lo si fa di passata e non si dà il tempo di focalizzare e di riflettere. La celerità della news mordi-e-fuggi tipica da social network è una dinamica che può essere ancora contrastata dall’opera d’arte, la quale costringe a isolare un fenomeno, lo ritaglia, lo incornicia e te lo mostra nella sua nudità costringendoti alla meditazione, all’empatia, all’immedesimazione. Con internet oggi non si può dire che deficitiamo di informazioni. Si pone il problema di quali informazioni e di come si viene informati. Si arriva a scorrere da un secondo all’altro dai bombardamenti israeliani alla tiktoker che fa i balletti. Il nostro sistema cognitivo si abitua a distogliere l’attenzione da contenuti che turbano ad altri effimeri quasi da offendere l’intelligenza, e questo non è un bene. Per certi versi, la comunicazione della rete è peggiorativa rispetto a quella televisiva dove almeno hai la garanzia che un servizio giornalistico dura quei cinque minuti e ti concentra. Ma un altro motivo che ha fatto nascere il disco è la volontà di riportare la poesia nell’ambito della canzone. La regressione, la barbarie etica porta una barbarie anche della forma. Spopolano canzoni che non passerebbero la verifica del più generoso insegnante elementare. Una povertà comunicativa, un’imperizia retorica disarmante. Questo album è anche una sorta di battaglia a questo modo di concepire e percepire la canzone. I Cantacronache nacquero contro Sanremo. Io canto un po’ per amore, un po’ per odio verso tutto ciò che ritengo rovini le coscienze. Amore e odio sono sempre strettamente legati.

Un disco pieno di omaggi ma anche molto personale. Quanta intimità c'è in questo disco?

Gli omaggi, qui, sono anche racconti personali, intimi. Nel senso che tutto quello che il disco racconta ci tocca direttamente, riguarda la militanza politica e sociale dei suoi autori. Nel periodo in cui sono stati composti i testi, il periodo del governo giallo-verde, e quello in cui ho scritto le musiche, l’acme della pandemia, le terribili conseguenze del capitalismo che funestavano il mondo ci inducevano a una sofferenza e al tempo stesso a un senso di impotenza profondo. L’imperversare del salvinismo ci faceva sentire aggrediti in prima persona. Con la pandemia avevamo la sensazione di essere, per citare Gaber e Luporini, “al termine del mondo”. Del nostro mondo, il nostro universo di valori, la nostra cultura, la nostra etica. Oltre che mutilati materialmente nella nostra classe sociale, considerate tutte le morti per mare e per terra che affollavano le cronache per esclusiva causa di un modo di produzione malato, disumano, antropofagico, per dirla col Pottier tradotto nella “Ballata della vecchia Antropofaga”. Io non credo nella contrapposizione tra l’io e l’altro. Dobbiamo, secondo me, capire di quanti e quali altri è in realtà composto il nostro io. È così che parlare di sé è sempre in qualche misura parlare degli altri e quando si parla degli altri siamo sempre noi stessi a proiettarci in loro.

Hai dedicato una canzone a Claudio Lolli. Molti giovani però ascoltano altro, quanto sarebbe importante inserire nel programma scolastico la storia della canzone italiana?

Sarebbe fondamentale. A patto, però, che insieme alle canzoni di Lolli venga illustrato agli alunni il contesto generale che ha prodotto quelle canzoni. Altrimenti rischierebbero di non capire. Finirebbero per estasiarsi a questa immagine, a quella intuizione, a una grande capacità descrittiva, metaforica, citazionistica, perdendo di fondo l’elevata tensione lirica che induceva Lolli, e non solo Lolli, a scrivere in quel modo. La passione politica. È quella che manca a molti cantautori cosiddetti indie che dichiarano tra i propri riferimenti i cantautori della generazione di Lolli, ma mancano di qualcosa, sono altro, e infatti si sono dati una categoria a sé. Molti di loro hanno melodie buone, voci caratteristiche… I testi provano anche a essere originali, talvolta anche troppo: sembra che la voglia di essere “strani” scavalchi quella di dire qualcosa di netto. È il dramma centrale della postmodernità: la spoliticizzazione. La prevedeva intimorito, Pasolini e non sarebbe contento oggi di constatare che anche su questo ha avuto ragione. La canzone d’autore - e non solo italiana: dalla Francia agli Stati Uniti ai paesi dell’Est Sovietico abbiamo dei riferimenti, in materia di poesia e musica, cardinali e purtroppo misconosciuti – dovrebbe rientrare nei programmi scolastici, nella sezione “poesia”. Ma in assenza di una sua contestualizzazione storica, non aiuterebbe a ripopolare l’universo degli esempi da cui prendere le mosse per il futuro della canzone.

Hai parlato di Mimmo Lucano, perché quest'uomo mette così paura?

Mimmo Lucano ha apprezzato sia “Ballata dello zero”, la ballata a lui dedicata, per me tra le più fantasiose delle dieci tracce, Infastidiva il fascioleghismo perché è riuscito a costruire un modello sociale vivo e concreto che dimostrava che i migranti non sono altro che proletari, lavoratori e lavoratrici, famiglie che hanno bisogno di un tetto, di un letto, di una posizione nella società e che, se messi nelle condizioni, possono collaborare e trasformare il mondo. A partire da una piccola città. Ma come si dimostra, non esistono zone franche dal capitalismo. Quella piccola comunità è capitolata sotto l’assedio degli avvoltoi del profitto, intenzionati a riprendersi le case, le botteghe, i campi. In pieno regime salviniano il nemico era il migrante: bisognava odiarlo senza riserve, vedere in esso la termite del tessuto sociale, non l’uomo che avrebbe potuto ricucirlo. Riace sbugiardava il Mein Kumpf padano da cima a fondo. Mimmo Lucano e la sua piccola ma eroica resistenza dovevano essere cancellati. Ma come vent’anni di fascismo non sono riusciti a cancellare Antonio Gramsci, una legislatura giallo-verde non ha cancellato Lucano. Riace, per come era strutturata, non c’è più. È stata una solitaria Atlantide di civiltà. Vi sono bilanci da trarre, ma ne rimane l’esempio e Lucano ne è ancora il simbolo ed è bersaglio, ancora, della stampa reazionaria di tutta Italia. Lo considero un grande uomo e un compagno, a prescindere dalle ultime scelte politiche che non ho condiviso ma alle quali mi compiaccio che non abbia dato seguito.

“Ballata dell'articolo 18” è più un urlo disperato oppure un grido d'allarme?

“Ballata dell’articolo 18” è il brano preferito da Salvo Lo Galbo, l’autore dei testi dell’album. È sia un grido di disperazione che di allarme. In questo paese la recessione in termini di diritti e di civiltà cui allude il titolo del disco ha come centro propulsore l’attacco padronale alla classe operaia, allo Statuto dei Lavoratori, a quello che veniva chiamato “il mondo del lavoro”, quando il lavoro faceva mondo. Quando viene colpita la classe operaia, tutti i baluardi della civiltà vengono giù come tessere di un domino: dai diritti delle donne e dalla cultura con cui una società guarda alla donna, ai diritti dei migranti, delle minoranze sessuali ed etniche, la questione ambientale, ecc. Sono tutti aspetti di un medesimo soggetto: il proletariato. Le donne borghesi non lottano per i diritti, godono dei privilegi. E se a spostarsi è un imprenditore, non è un migrante. Tutti i diritti sociali sono sempre diritti delle classi subalterne, della classe lavoratrice a traino di tutte. Quando si attacca al cuore questa classe, si deregolamenta il lavoro, la si spoglia dei diritti, la si priva delle organizzazioni politiche e sindacali di riferimento perché queste la tradiscono continuamente, ecco che avanza la controparte, la borghesia, il padronato, l’impietosa e cannibalica massimizzazione del profitto privato. La classe lavoratrice si passivizza o si illude addirittura di trovare nei populismi o nelle destre ciò che non ha trovato nelle “sinistre liberali”. Il fronte dei proletari si frammenta e la rabbia si distoglie dai vertici e si indirizza contro gli stessi proletari, innescando la guerra tra i poveri. La cultura politica, sociale e civile si sgretola. La fine del Novecento e con esso della “narrazione comunista”, nel mondo ha prodotto questo scenario. È dalla classe lavoratrice che bisogna ripartire. Bisogna capire che solo quando la classe lavoratrice tornerà ad esercitare una egemonia culturale nel mondo, tanti altri diritti potranno essere conquistati e salvaguardati. Non si distruggerà mai il razzismo nella società se non si distrugge il capitalismo perché è il sistema capitalistico a necessitare delle divisione tra poveri per preservare il proprio dominio e ricanalizzare la conflittualità. Vale lo stesso per il femminismo, per l’ambientalismo, per tutte le tematiche sociali, oggi quanto mai urgenti, che affondano le loro radici nella storia del movimento operaio e che, provando a lottare senza ritrovare quel collegamento, saranno destinate a fallimenti, corruzioni e delusioni. La centralità di classe sia per me che per Lo Galbo è fondamentale. Si può dire che il prossimo album sarà una prosecuzione del filo logico che “Ballata dell’articolo 18” svolge.

Inutile girarci intorno, sei un cantautore che non ha mai nascosto le sue idee politiche. Cosa pensi quando qualcuno dice "La politica deve rimanere fuori dalla musica"?

Chiederei ai sostenitori di questa tesi in quale momento storico risulta loro che la musica e l’arte in genere sia rimasta fuori dalla politica. Se non sapessi di parlare a emeriti ignoranti e disonesti. L’idea politica, sia quella dei dominanti che dei dominati, ha sempre ispirato l’arte. Anche l’arte cosiddetta “di evasione”, come tanta ne sforna il mainstream, reca un palese marchio politico. La mistificazione smaccata, il trionfalismo disperato, il disimpegno, la futilità, il vuoto eletto a sovranità; cosa ci testimonia tutto questo teatrino scrupolosamente impermeabilizzato alla realtà se non il terrore della realtà stessa? E perché la realtà terrorizza? Perché banalmente non si può parlare della realtà senza fare denuncia. C’è un sistema che non vuol essere denunciato. Il capitalismo si presenta come l’ultimo mondo che l’umanità abbia potuto sperimentare e quindi il migliore, il capolinea dell’evoluzione sociale. È una religione, una fede, bisogna crederci contro ogni evidenza, soffocando ogni tarlo critico. Certamente vi sono diversi volti, diverse fasi del capitalismo: il capitalismo in veste “democratica” non fa come il capitalismo in veste fascista e concede margini di libertà alla stampa critica, alle organizzazioni politiche e sindacali antagoniste, ecc. Ma questa libertà appunto è già troppo ed è tutto quello che il sistema intende sopportare. L’arte, possibilmente, deve rimanere la squillante tromba del paradiso dove dobbiamo convincerci di vivere. Propongo un esperimento: metti su la canzone più gettonata su Spotify e nel frattempo sfoglia un quotidiano, fai zapping tra i tg della sera, compila un curriculum, fai i conti della spesa, telefona a un amico e chiedi come se la passa, affacciati alla finestra e osserva il mondo... È così che, di sottofondo a quelle canzoni, io riesco a sentire il terrore di una realtà che urla, negata, mutilata, imprigionata. L’inferno cittadino dietro il paradiso caraibico, altro che “amore e capoeira”! La canzone disimpegnata è impegnatissima, invece, a nascondere l’evidenza. Agisce da partigiana dell’illusione, da squadrista contro il pensiero, da secondina della coscienza per impedire che si liberi. Un corso pluriennale di percezione di canzoni, film, letteratura in questo modo, in un modo in cui opera una vera e propria campagna di propaganda, ha ricadute pesantissime sulle nostre soggettività. Perciò l’arte fa sempre politica. Quella di sinistra, quella di destra e quella che si presume neutrale ma che, citando Brecht, è comunque di destra. Da che parte stanno, infatti, gli schiamazzi che recentemente hanno recriminato la apoliticità della musica? Ecco. Ci siamo risposti.

 

 

 

 

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Pubblicato in I Libri di Diego
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