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"Il Giardino di Gezi" visto da Donato Di Poce

  • Scritto da  Donato Di Poce

donato di poce 250 260di Donato di Poce - L’orfismo materico-esistenziale di Nadeia De Gasperis

Diciamo subito che l’Orfismo-materico-esistenziale della scrittura di Nadeia ha il dono della memoria collettiva, della legge-rezza, della poesia e della favola. Provate a immaginare una Frida Kahlo che dialoga con Doris Lessing e un Bergonzoni che passeggia con Erri De Luca e un Raymond Carver che telefona a Gianni Rodari e forse avrete un’idea dell’impasto/impatto linguistico/esistenziale di riferimento di Nadeia De Gasperis, e questo suo libro d’esordio, vi si rivelerà in tutto il suo splendore sorgivo e didascalico, iconoclasta e favolistico, un minimalismo incantatorio e ironico anzi spesso autoironico (e questa caratteristica ne rivela subito l’originalità e la forza traboccante di grande bellezza e contaminazione esistenziale).
Ma tutto questo non basta, non sono che indizi per cogliere in pieno le “fotografie” scritte di Nadeia, queste trappole emozionali, o come direbbe lei in dialetto sorano “tagliole”, che attirano con racconti d’infanzia e ti restituiscono piccole saghe familiari, cronache marziane che ti lasciano senza respiro.
È stupefacente la freschezza e naturalezza non solo linguistica con cui l’autrice, evocando oggetti d’epoca POP come il “mangiadischi arancione” o l’irruzione dei carabinieri a una riunione di un collettivo femminista , evochi gli anni di piombo con leggerezza e ironia e come riesca a fare di ricordi d’infanzia o schegge di vita domestiche, dei pre-TESTI narrativi e storie magiche che ricordano racconti di Jodorowsky, atmosfere Felliniane e clic alla Salgado…
Una delle figure che ritornano spesso nel libro è suo fratello Giammaria (affermato Scrittore d’Arte, Curatore di mostre Fotografiche, e direttore della rivista di Fotografia RVM), definito “piccolo Buddha”, amato e coccolato come solo una sorella maggiore “sottolineato con ironia” poteva fare.
Il libro si divide in tre parti, la prima, dedicata all’attualità dei giorni nostri, uno sguardo sontuoso ed elegante ma spesso ironico, alla ricerca della bellezza delle piccole cose (il buono, il bello, il semplice e il vero, direi) nei guasti della storia. La seconda, dedicata ai ricordi d’infanzia e la terza, alla sua crescita emozionale e sentimentale.
La sua scrittura, fa veramente venire in mente Campana dei Canti (orfico, appassionato e ossessionato) e Carver, (sorgivo, leggero, desolato) soprattutto di “Racconti in forma di poesia” e “Da dove sto chiamando”, anche se in effetti, Nadeia, pur scrivendo in forma leggera e minimalista, scrive favole al vetriolo, poeticherie blindate a ferro e miele. E dal suo osservato-rio privilegiato, di principessa imprigionata dalla storia e dalla solitudine, non chiama e non chiede aiuto, anzi si prodiga in scatti di solidarietà, esperimenti di visione collettiva, tessiture lussuose e lussureggianti visioni, in spazi angusti e febbrili, concitati e sporchi della realtà.
Direi che l’autrice ci dona con leggerezza e disincanto la sua intimità contaminata dalla realtà. (E non esiste dono più bello che un uomo possa fare all’umanità, che uno scrittore possa fare alla scrittura e a se stesso). CreAttività allo stato puro in espansione.

Ma leggiamo di seguito due brevi esempi della sua scrittura colta e sinuosa, amorevole e arguta, ma sempre finalizzata a un dono, un messaggio, una restituzione emozionale:
«Il bene, quello vero, lo incroci alla periferia delle giornate, ti tiene per mano, ti aspetta davanti a scuola, anche se stanco, provato, il bene si consuma giorno dopo giorno, non ha bisogno di gesti eclatanti ma di condivisione, nel bene e nel male, della quotidianità della cura delle piccole cose. »
Oppure poco più avanti: «Nella povertà del nostro Paese, quella reale e quella morale ed etica, per assurdo, per fortuna, ritrovano la gioia di vivere un amore con la leggerezza che un amore serio merita.»

Questo libro si legge e rilegge con gioia del nutrimento culturale ed emozionale e sentimento di riconoscenza, per aver donato un Diario di vita vissuta in un arcobaleno di emozioni e di stile, un lago d’inchiostro in un tappeto d’eleganza formale e senti-mentale, direi quasi un taccuino esistenziale dove si respira la grazia bambina e il sudore di un’anima visionaria.

Nadeia De Gasperis è il prototipo del superamento della rabbia femminista anni ’60, dello snobismo intellettualistico femminile anni ’80 e del gossip esistenziale dei giorni nostri. La matrice del suo sentire, del suo dire e del suo fare scrittura è equilibrio instabile, eleganza mossa, intimismo collettivo, lirismo civile.
E leggiamo ancora insieme quest’altro incipit folgorante e perfetto:
«Vorrei che ognuno di noi fosse l'autore di un romanzo criminale, che racconti in sequenza seriale i crimini perpetrati ai danni della disumanità.
Che racconti e ricostruisca la scena della efferatezza di quei sorrisi disarmanti, che non resta che alzare le mani.
Che ti intimano di allargare le braccia “non ti muovere, sei circondato d’affetto”.»

Leggere un suo racconto o un suo frammento di scrittura, è come vedere un Io che si dissolve in un Noi, vedere e sentire un seme crescere dentro, sentire il fruscio di un’aquila che ti passa accanto e che vola in alto e poi improvvisamente vedere la grazia bambina che attraversa un ponte saltellando, un sorriso gitano che ti lascia un’impronta nel cuore, la gioia invisibile della costruzione di una vita, di un Amore.

Un altro aspetto della scrittura di Nadeia De Gasperis (forse la più Pasoliniana incontrata sino a ora) è la sua capacità di porre domande, di dare un senso alle cose tra canto, visione e testimonianza Storica e che vanno dritte al cuore delle cose. Eccone un esempio.
«Pensare a se stessi vuol dire coltivare in sé le doti per stare al mondo meritando la dignità di esistere, conquistando la stima degli altri per quello che siamo in relazione con gli altri, che siamo in grado di rendere. Il resto è sopravvivenza, è una vita ferina con occhi grandi, orecchie grandi, per non farci niente. Per guardare e sentire meglio qualcuno dovrà sorprendersi a esclamare il nostro cuore grande. Se ci “scordiamo” la pena degli altri cosa resta di noi?»

La sua riflessione sulla vita e sulla scrittura esemplare, leggiamo cosa scrive a proposito del gesto della scrittura di una lettera: «Quell’atto di piegarsi, è la curva della ragione che si piega alla volontà del cuore. È un atto, come tale implica volontarietà e consapevolezza, è un atto, con il capo di imputazione tra le nuvole e i piedi piantati a terra, è un atto della messa in scena di assoluto realismo, che è la dedica di un tempo trascorso con tutti i sensi all’erta, e un senso in più, che disvela di minuto in minuto, di parola in parola, la nostra vera essenza. Una lettera è la deposizione in cui siamo unici testimoni di un crimine di prudenza perpetrato ai danni di un rischio di felicità. È una de-posizione, come sedimento su un fondo di verità.»
E davanti a tanta precisione, consapevolezza, disvelamento, in-canto, il critico non trova più parole e non gli rimane che tacere e rituffarsi nella lettura del libro.

Milano, 16 maggio 2014
Donato Di Poce

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