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"Democrazia senza popolo"

ANALISI OPINIONI DIBATTITI - LIBRI

Anteprima Un estratto del saggio di Luciano Canfora sulla crisi del sistema politico domani in libreria per Laterza

Il forte astensionismo delle classi meno abbienti indebolisce la rappresentanza

di Luciano Canfora
luciano canfora 390 minIl sintomo più vistoso ed eloquente dell’abbandono di ogni ancoraggio di classe da parte della ex sinistra è la sostituzione, che essa ha compiuto, di un concetto geografico («europeismo») a quello politico e di schieramento. (...)

Sappiamo però che, al di là dell’inadeguatezza soggettiva, ci sono cause più profonde di cui è necessario tener conto. È infatti la compagine sociale che è venuta trasformandosi. Ciò che solo in parte celiando chiamiamo «ex sinistra» ha arrancato, anche volenterosamente, dietro queste mutazioni strutturali (che hanno reso obsolete alcune sue antiche certezze) finendo per scegliere la «scorciatoia» del governismo, nella convinzione di poter svolgere solo così un ruolo positivo-incisivo di validità «generale» e non in funzione di alcuni spezzoni della società. Ora sappiamo che è stata in larga parte una illusione: le forze direttive della società (che ritengono, o mostrano di ritenere, che l’esplicazione dei loro privilegi sortisca di per sé effetti positivi anche sull’intero corpo sociale) hanno ripreso in pieno le redini. La «visione generale di governo» della ex sinistra è finita su di un binario morto. E, soprattutto, il modificarsi e frantumarsi delle «classi» non implicava affatto che «il popolo» fosse scomparso; era diventato altro, e aveva preso altre strade: talora inquietanti. Nella inconsapevolezza di ripetere vecchi errori, frutto di vecchi e già sperimentati abbagli.

Questo è il cimento arduo a fronte del quale paiono inadeguati sia i «governisti di sinistra» che i cultori puri delle passate certezze, sempre più scollegate dalla realtà effettuale. Ad entrambi manca (e manca purtroppo anche oltre i confini di ciò che fu «la sinistra» nelle sue varie declinazioni) una conoscenza analitica, scientifica, dell’assetto, dei conflitti, delle prospettive, di una realtà economico-sociale sempre più vasta geograficamente e sempre più interconnessa, sempre meno dicotomica, e quindi sempre più refrattaria a visioni, a diagnosi e a soluzioni manichee. Il tutto in un ambiente quasi irreparabilmente inquinato, mentre ognuno sa che lo standard di vita di una minoranza agguerrita (e gelosa della conquistata «democrazia dei signori») sarebbe insostenibile ove anche «gli altri» lo pretendessero per sé.

Certo, la «ex sinistra» non può d’improvviso «sollevare il mondo con una leva»: ma di sicuro trarrebbe vantaggio se adottasse un orientamento opposto a quello su cui ha puntato negli ultimi decenni. Dovrebbe re-imparare a guardare verso il «basso», prima che sia troppo tardi e prima che, in blocco, chi sta «in basso» si identifichi con le pulsioni malsane e seduttrici della «destra popolare». La ex sinistra si condanna all’irrilevanza se continua a stare a fianco di quella parte della società che se la passa bene e che ingiunge all’altra parte di rassegnarsi «patriotticamente» alla perdita dei capitali diritti così faticosamente conquistati.

Non crediamo, ovviamente, che l’orticello nazionale basti, o che funzioni come una monade, e che si tratti ormai unicamente di rincorrere il «popolo di destra» scivolato in braccio alla «destra popolare». Non possiamo però nasconderci che va riconquistato. E riconquistarlo almeno in parte si può, facendo chiaro, ad esempio, che la grande migrazione di popoli è un fatto planetario e strutturale, frutto delle politiche imperialistiche dei potentati economici (oggi indisturbati) ed eredità del vecchio imperialismo. E chiarendo che, se è vero che i migranti non sono una classe sociale, è però vero che essi costituiscono oggi il problema: che non si risolve con le cannonate.

Lo scenario al quale man mano ci stiamo avvicinando è il seguente: votano soprattutto gli abitanti delle metropoli, però essenzialmente quelli delle «zone a traffico limitato» (Ztl). Nelle fasce di popolazione proletaria e sottoproletaria (tra loro sempre meno distanti) il non voto si afferma, via via, e diviene la scelta dominante. Di conseguenza, nell’ambito delle minoranze votanti, i partiti elegantemente progressisti hanno chance di essere finalmente maggioranza numerica. Probabilmente sosterranno anche che è bene che la tendenza sia quella perché gli ancora votanti sono da ritenersi i soli cittadini consapevoli, consci dei loro doveri civici, oltre che meglio acculturati ecc. ecc.

Una tale prospettiva, che nelle maggiori città italiane è divenuta realtà nelle elezioni amministrative dello scorso 3 ottobre, comporta l’autoesclusione dallo spazio politico dei gruppi sociali che si trovano ormai nella duplice condizione di socialmente deboli e politicamente non rappresentati. Si viene così a realizzare una modernissima forma di «suffragio ristretto»: che era l’orizzonte ideologico, oltre che legislativo-costituzionale, del liberalismo nel secolo XIX.

Un «suffragio ristretto» non più imposto per legge ma realizzato per selezione «naturale» ed autoesclusione. Motore di una tale tendenza è palesemente — soprattutto in Italia — il progressivo avvicinamento tra le forze politiche un tempo portatrici di programmi ben diversi e visioni del mondo radicalmente contrapposte. Un esempio tra gli altri, e non dei meno rilevanti: le scelte tendenzialmente similari, sul terreno incandescente del fenomeno migratorio, di un ministro dell’Interno Pd (Minniti) e di un ministro dell’Interno della Lega (Salvini). E si potrebbe addurre anche l’esempio delle ormai coralmente osannate «liberalizzazioni»: terreno sul quale si assiste ad una sorta di gara tra ex sinistra e destra a chi è più «liberista». Scelta di carattere strutturale, strettamente legata alla altrettanto osannata «opzione europeista». Basti pensare agli espliciti divieti, da parte delle regole Ue, di «salvare» fabbriche o altre strutture di lavoro in crisi: la minaccia, come si sa, in casi del genere è la «procedura di infrazione».

Poi ci sono, ovviamente, le «bandierine» da agitare nel momento (per esempio le campagne elettorali) in cui può far comodo ostentare «alterità»: dallo ius soli al defunto disegno di legge Zan. Ma nessuno ormai più spera — o paventa — che siano parole dette sul serio.

Queste considerazioni non vogliono essere né polemiche né troppo facilmente ironiche. Esse tentano di porre in luce una questione che ha rilievo al di là delle polemiche di routine: la mutazione irreversibile del meccanismo elettorale-rappresentativo inteso, alquanto semplicisticamente, come sinonimo nonché unica forma di attuazione dell’istanza «democratica». Insistere, come si usa specie negli ultimi decenni, sulla asserita mancanza di alternative a tale modello non è una risposta valida né sul piano dei contenuti né tanto meno sul piano logico: una forma di assetto politico non resta «democratica» anche quando il «demo» se n’è andato.

 

da Fulvio Lorefice

 

 

 

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