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Scuola e società: il travaglio di un professore

Gaeta presentazionelibro S.Mignano minErmisio Mazzocchi ha presentato a Gaeta il 9 agosto 2019, il libro di Salvatore Mignano "Assemblea studentesca con professore" scritto nel 1969. È un romanzo a due voci sul malessere della nostra scuola: dalla parte dei professori e dalla parte degli studenti. È anche la storia dei disagi e del travaglio che investono i docenti e i discepoli. Un affresco di una scuola che sarà investita da profondi cambiamenti. Qui di seguito riportiamo la relazione di presentazione.

 

«Un travaglio intellettuale tra l'uomo di cultura, aperto, disponibile al dialogo e l'uomo di scuola, il docente che deve applicare i programmi ministeriali, rispettare la gerarchia scolastica, essere il cattedratico. Questo appare Alberto, il principale protagonista del romanzo "Assemblea studentesca con professore" di Salvatore Mignano (Cremonese editore, 1976).

Scritto nel 1969, anni di grandi fermenti sociali, il romanzo di Mignani, professore di Lettere, si presenta come un laboratorio per esplorare i turbamenti delle coscienze e le forti passioni, che investirono non solo le nuove generazioni, ma anche l'intera società italiana. L’intento dell’autore con questa sua opera è quello di offrire al lettore una visione degli avvenimenti scrutati dall'interno, da sotto le radice dell'albero, che darà i suoi frutti di speranza e di cambiamento. Tutto il libro è attraversato, parafrasando Shakespeare, da questo dilemma "essere o non essere" il potere, colui che sa, che conosce o quello che sceglie e decide?

Alberto si contrappone a quello che è il potere dispotico, burocratico, vendicativo, impersonato dal preside del Liceo, Lo Cavo, che lo dichiara chiaramente in una sua frase durante un turbolento incontro: "Professore, è bene che io le chiarisca alcuni punti che riguardano i rapporti che necessariamente intercorrono tra noi due. Lei sa che il preside deve consegnare alle Autorità superiori un rapporto, completo di tutto, di ogni professore da lui dipendente. Sottolineo completo di tutto". È evidente che questa caratterizzazione del potere non poteva che suscitare nel protagonista una reazione che in Alberto si manifesta molto pacata, accorta, ma anche molto ferma e decisa a non sopportare questo "potere".

L'autore presenta Alberto come il fulcro del romanzo, su cui fare leva, per comprendere e trascrivere in modo sobrio i fermenti di quell'epoca. I suoi discepoli sono interlocutori privilegiati per il suo rapporto con il potere del sapere: "L'insegnamento è l'unica professione che esige dalla persona che l'esercita lo sdoppiamento tra l'uomo, in quanto essere fisico ed entità intellettuale e morale e professionista. Il professionista (nella sua veste di maestro di fronte ai suoi discepoli. (...) Ogni generazione di alunni ha le sue proprie domande e richieste e così egli dovrà inventarsi ogni facoltà liberatrice del loro pensiero e delle loro coscienze". Emerge chiaramente tutta l'essenza di quello che Alberto deve affrontate nella inquietudine della sua attività di professore.

Esaminando l'insieme della narrazione, viene spontaneo alla memoria un raffronto, che rafforza il messaggio che l'autore intende inviare a lettore ponendolo nella condizione di dovere scegliere la sua preferenza fra quel professore che si batte tra tante contraddizioni per cercare risposte ai suoi dubbi e prendere atto di quanto sta avvenendo nel mondo della scuola e in senso più lato nella società.librodisalvatoremignano min
Il riferimento non può che essere "Lettera a una professoressa" di Don Milani, scritto nel 1966. La scuola, sosteneva Don Milani, come sapere per tutti, deve essere libera e per abbattere le disuguaglianze occorre guardare le cose nascoste, andare oltre la banalità dell'evidenza, così come Alberto tenta di andare oltre la sua tradizionale condizione di insegnante, ed essere capace di capire, conoscere le cose "nascoste" delle pulsioni che invade una intera generazione, quella dei suoi discepoli per guidarli a trovare una risposta alle loro domande e renderli liberi. Don Milani opera certamente in una dimensione sociale diversa, ma l'intento è lo stesso.

Combattere l'esclusione sociale che porta all'esclusione del sapere - non quello accademico - ma quello reale, vero che rende liberi. "Per noi - dice uno studente di Alberto, durante un colloquio con lui - invece tutto è nuovo, perché tutto comincia da noi: abbiamo (...) l'esaltante prospettiva di una avventura del pensiero e dell'azione che ci condurrà alla realizzazione di un mondo migliore, fondato sull'uguaglianza e sulla giustizia. (...) Nel mondo di oggi il lavoro intellettuale ha sostituito il lavoro manuale: ecco perché la rivoluzione o si farà nella scuola e non si farà".
Don Milani si batte per una scuola di tutti e per tutti, perché è nella scuola che inizia il cambiamento per i diritti e l'uguaglianza.
Queste due correnti di pensiero, quello di Don Milani e quello di Mignano, si incontrano, si intrecciano nel tentativo di comprende la loro epoca e di porsi in modo positivo e costruttivo rispetto alle nuove esigenze della società italiana.

In tutto il corso della narrazione del libro, un personaggio di rilievo riceve una attenzione particolare, come un protagonista invisibile, tale da essere considerato quasi una guida spirituale.
Questo è Lucrezio, poeta e filosofo del I secolo a. C., discepolo di Epicuro. Famoso per il suo "De rerum natura" che inizia significatamente: "Aeneadum genetrix hominum divumque voluptas alma Venus" - Madre degli Eneadi, gioia degli uomini e degli dei.
Il poeta e narratore, condivise la posizione di Epicuro, visto come dissolutore della morale tradizionale e la religione come strumento di potere.
Lucrezio denuncia quanto empia e crudele fosse la "religio" tradizionale. La "religio" opprime l'uomo, turba la loro gioia con la paura, ma se gli uomini sapessero che dopo la morte non c'è che il nulla, smetterebbero di essere succubi della superstizione religiosa. Ecco perché è necessaria la conoscenza.
In sostanza il messaggio di Lucrezio è quello di mettere in discussione i fondamenti culturali dello Stato Romano, che della "religio" aveva fatto un elemento essenziale del consenso: "tantum religio potuit suadere malorum" - A tanto, (riferendosi all'uccisione per questioni di credenza religiosa e di potere di Ifigenia) potè spingere la Religione, nel male - scrive Lucrezio.

Come nel precedente colloquio, l'autore prende a pretesto per rendere efficace quanto sia forte il desiderio delle nuove generazioni di conoscere, un incontro con un suo altro alunno che dice: "Lucrezio ci ha dimostrato che l'inquinamento peggiore (...) è l'intorbidamento delle coscienze e delle intelligenze (...), è questo che dobbiamo combattere altrimenti saremo cadaveri ambulanti (...). Lucrezio è davvero una voce per il nostro futuro per il mondo di domani, semmai ci sarà ancora".
Un libro scritto nel 1969 non poteva risentire degli avvenimenti del 1968, come di quelli precedenti che segnarono in profondità la società italiana.

Lo sforzo che compie l'autore è quello di non farsi travolgere dall'onda dei movimenti e dalle forti proteste studentesche che si sviluppano in quegli anni.
Non a caso manca la contestualizzazione temporale, non ci sono date né riferimenti "esterni" sociali o politici, preferendo offrire con questo libro, l'essenza di una speranza di rottura con il passato e di un nuovo futuro, auspicando che i suoi "discepoli" non siano "inquinati" da nuove e pericolose "religio".
Credo che sia stata una scelta saggia, ma non si può evitare che quelle pagine non affondino nella storia culturale del paese che precede la stesura del libro.

L'autore ha messo un argine. Ha circoscritto i personaggi in un ambiente, quasi asettico, non invaso da quanto era accaduto e sarebbe accaduto, per evitare che il lettore fosse distratto da altro e non si concentrasse su il travaglio interiore e intellettuale di quella futura generazione degli anni '70.
Volutamente nel libro non si hanno echi della nascita del movimento studentesco, avvenuta il 17 novembre 1967 alla Cattolica di Milano, che è stata la prima Università a essere occupata, né di altri significativi momenti come l'occupazione della cattedrale di Parma, come le vicende eclatanti del caso Isolotto di Firenze. Fatti avvenuti nel 1968.

Credo che il caso più clamoroso, forse quello che ha spinto l'autore a scrivere questo libro e che più lo abbia colpito, è la vicenda della "Zanzara" del 16 marzo 1966, giornalino scolastico pubblicato dagli studenti del Liceo Parini di Milano, che condusse una intervista tra gli studenti su le loro conoscenze sessuali e come vedessero il mondo. Come sappiamo gli autori di quegli articoli subiscono un processo giudiziario, da cui sono assolti, provocando una risonanza nazionali, che accese una scintilla che si propagò in diverse forma nel paese. Sono propenso a considerare che nel caratterizzare i personaggi, suoi alunni, abbia avuto dinanzi le immagini di quei giovani impegnati a salvare i libri e opere di arte colpiti dall'alluvione provocato dall'Arno a Firenze nel 1966.
Non poteva il Mignano ignorare il “Maggio francese”, le grandi manifestazione nella Università italiane, quelle per la fine della guerra nel Vietnam, la stessa strage di Piazza Fontana a Milano, i travolgenti avvenimenti in Cecoslovacchia, la nascita delle prime comunità di volontariato, come quella di S. Egidio nata nel 1968. Sono tutti elementi che devono essere stati di guida, se non di ispirazione, nella formazione della struttura del libro ed è in questa cornice che si svolge la trama di questo romanzo poetico e tragico e allo stesso tempo lieve e appassionato.

Aleggia tra le righe la speranza, che con una immagine simbolica chiude il racconto. Roberto, il professore Mignano, lascia il suo Lucrezio alla sua alunna preferita, quasi una "alma Venus" cantata dal poeta epicureo napoletano.
Forse facendo questo gesto, ricorda i versi di Lucrezio: "Hunc igitur terrorem animi tenebrasque necesset non radii solis neque lucida tela diei discutiant, sed naturae species ratioque" - Questo terrore dell'anima, dunque, queste tenebre, occorre che non raggi di sole, né fulgide frecce del giorno le dissolvano, ma esame di Natura, e dottrina su questa.
Come dire che le tenebre dell'ignoranza siano dissolti dalla conoscenza della Natura e dai suoi insegnamenti.
Il sapere per essere liberi.»

 

 

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