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Brigantaggio locale: la Banda Chiavone

chiavone 350 260di Giulio Fabi - Valore storico di una cronaca: il manoscritto De Carolis
Ho provato una profonda emozione nel momento in cui, nell’aprile del 1996, mi sono trovato nelle mani questo manoscritto. Al maestro Remo Costantino De Carolis. avevo chiesto un po’ di materiale per una tesi di storia locale, che mio figlio, avrebbe dovuto portare all’esame di maturità classica. Nel selezionare i documenti mostrati, la mia attenzione, fu attratta da un manoscritto di piccole dimensioni in cui si riferisce di avvenimenti di paese, di raccolti, di tempeste, di alluvioni e di vita quotidiana, ma nulla di più, in un periodo che va dal 1859 al 1865. (continua a leggere completata una pagina. Torna qui, sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

  1. Parte 1
  2. Parte 2
  3. Parte 3
  4. Parte 4

Qualcosa di grande valore

Dopo alcuni brani che, danno uno spaccato di vita paesana di quel tempo, la pagina riferita al 9 maggio 1862 si apre così: “la notte del 9 maggio....circa le ore tre, entrò Chiavone nel nostro paese...” e di qui una narrazione particolareggiata che sembra quasi la scenografia di un film. Insomma, qualcosa di grande valore, per ciò che riguarda la storia del nostro paese, del territorio e, dobbiamo essere grati al maestro Remo Costantino De Carolis e alla sua Signora Elena Simeone di avercelo recuperato e conservato. Con un linguaggio manzoniano da notte brava, l’anonimo scrittore, che dimostra di conoscere la storia e le vicende politiche dell’epoca, Il brigante Chiavone 350descrive l’attacco che, il brigante Chiavone, alla testa di centocinquanta uomini, portò a Fontechiari, all’epoca Schiavi e nel prosieguo, descrive tutto ciò che avveniva nel paese in un momento importante della storia locale e nazionale. L’unità nazionale è un bene prezioso e nella nostra provincia il senso di appartenenza alla comune patria è molto sentito. Eppure il cammino della Ciociaria proprio verso l’unità nazionale fu difficile e sofferto. Il Sorano, essendo terra di frontiera, godeva, sotto i Borbone, di una situazione di discreto privilegio. Accanto ai vantaggi che poteva conferirle l’essere terra di frontiera ed il nord del sud, aveva avuto uno sviluppo industriale nel settore tessile e della carta, attivi, grazie anche alle commesse statali. La classe contadina però, non risentiva positivamente del generale benessere economico, trovandosi in una secolare situazione di totale subordinazione e sfruttamento, nonostante l’abolizione delle leggi feudali.
L’arrivo dei piemontesi si rivelò drammatico. Imposero il cambio della moneta e di usanze consolidate da secoli. Le industrie andarono in crisi, le terre della chiesa furono confiscate e, con quelle del demanio messe all’asta, ignorando, per far cassa, quella riforma agraria che Garibaldi aveva promesso alle masse contadine del sud.
La coscrizione obbligatoria e l’incremento delle imposte fecero il resto ed il Sorano entrò in una depressione economica da cui non sarebbe più uscito. Gattopardescamente, alcune categorie di persone, videro, nella nuova situazione, una opportunità per consolidare e mantenere i propri privilegi di classe. Ma, il clero e la maggior parte dei proprietari terrieri che vedevano minacciate le loro posizioni di privilegio, fecero appello e armarono come all’epoca napoleonica, la classe contadina del meridione. Tanta gioventù imbracciò le armi e si diede alla guerriglia, unendosi ai soldati borbonici sbandati dopo lo scioglimento dell’,esercito borbonico e a legittimisti provenienti da tutta Europa. Per circa cinque anni l’esercito Italiano fu tenuto in iscacco da queste bande, in quel fenomeno che è sbrigativamente definito dai libri di storia Brigantaggio post unitario e che viene di solito diviso in due fasi: una politica ed una fase puramente delinquenziale.
Nella fase politica, si combatteva per un re, Francesco II, per una bandiera,e con dei capi, di cui il più popolare nelle nostre zone, fu Luigi Alonzi più noto come il brigante Chiavone che divenne l’emblema della resistenza anti unitaria nel nostro territorio. Attraverso la frontiera dello Stato Pontificio, con la complicità del clero, armi e finanziamenti arrivavano da benestanti favorevoli ai Borboni e dallo stesso re Francesco Secondo, che aveva interesse agli occhi delle altre potenze europee a mantenere in tensione il meridione, in attesa che le diplomazie internazionali lo rimettessero sul trono. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Non si fidavano dei piemontesi

Ma quando si capì che le cose non sarebbero più tornate indietro, questi poveri diavoli furono abbandonati a se stessi. Non si fidavano dei piemontesi che ne reclamavano la consegna e rimasero in montagna, organizzati in piccole bande e, nella pura logica della sopravvivenza, razziavano, rapivano e grassavano come delinquenti comuni.
E’ vero, il brigantaggio post unitario non ha riguardato solo il nostro territorio, ma qui ha assunto connotazioni particolari e, in quella che abbiamo chiamato, la fase politica, rappresenta un momento importante che ha coinvolto vasti strati della popolazione.
.La lotta fu sostenuta si da una minoranza ma, nessuna lotta dura a lungo senza il sostegno della popolazione. Si trattò di guerra di popolo, che pur nelle sue contraddizioni (si combatteva con chi li aveva sfruttati prima e contro chi li avrebbe sfruttati poi) rappresenta la ribellione delle classi diseredate della nostra terra, ad un secolare stato di soggezione e sfruttamento e, c’è da ritenere, che questo manoscritto, dia un decisivo contributo a che il brigantaggio post unitario sia inserito a pieno titolo nella storia della lotte contadine ed operaie del XIX secolo nella nostra provincia.
Nel nostro territorio, il processo unitario nazionale, al di là delle esaltazioni retoriche, ha dovuto imporsi una pausa di riflessione. Non ci furono nel sorano, nemmeno le condizioni per indire il Plebiscito di adesione all’Unità d’Italia. La classe contadina della Ciociaria, assurse a protagonista di gesta memorabili e, pur non avendo chiaro il concetto di lotta di classe, combattè inseguendo promesse di migliori condizioni di vita, adottando la tattica della guerriglia, contro un nemico ben armato e più organizzato e resistette a lungo grazie all’appoggio della popolazione.libro chiavone 350vert
Gli studiosi di storia locale hanno fatto encomiabile opera di ricostruzione di quel periodo, ed esistono in merito numerose pubblicazioni, ma le fonti a cui essi hanno attinto, sono di solito cronache giudiziarie, processi, inchieste ed indagini della autorità di parte piemontese ed il diario di Ludwig Richard Zimmerman, coordinatore della resistenza borbonica nella sua componente militare.
Ma lo Zimmerman non vedeva di buon occhio il fatto che bande non inquadrate militarmente combattessero disordinatamente contro i piemontesi nelle nostre montagne e lo stesso Luigi Alonzi il famoso Chiavone e tutto ciò che in termini militari ruotava attorno a questo personaggio era da lui visto con ostilità.
Fu lo stesso Zimmerman ad ucciderlo nel tentativo, fallito di inquadrare i suoi uomini. Pertanto anche il diario di Zimmerman è una fonte di parte e la figura di Chiavone non ne esce proprio bene.
Noi riteniamo invece che la cronaca che qui pubblichiamo, sia una fonte storica originale, unica, genuina, le parole sono quelle di un osservatore che percepisce l’importanza di quello che gli sta succedendo attorno e descrive gli avvenimenti con distacco e abbiamo motivo di ritenere che non ci sia niente di simile in giro.
Limitandosi a descrivere il sentire della gente con un linguaggio immediato e spontaneo, ci da l’idea che il concetto di Unità Nazionale non fosse assolutamente condiviso e che l’attacco di Chiavone al nostro paese fosse una vera e propria azione militare.
Esso ebbe come obiettivo le autorità legate ai piemontesi, il sindaco, l’esattore delle tasse, il capitano della guardia nazionale, e tutti coloro che apertamente rappresentavano quella parte politica, fu una azione militare e si concluse senza spargimento di sangue. La stessa moglie del sindaco catturata, fu privata dei suoi gioielli, ma fu riaccompagnata a casa senza essere minimamente molestata con l’ordine di riferire al coniuge ”che non più maltrattasse i contadini”. Niente a che vedere con le attività delinquenziali di rapimenti e grassazioni che caratterizzano la seconda fase del brigantaggio. L’attacco fu portato al suono di tromba, al grido di “viva Francesco Secondo.....rispettate le case dei realisti”, agli ordini di quello che l’anonimo scrittore chiama il “generale” Chiavone. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Un carisma di capo riconosciuto

E’ innegabile che questo contraddittorio personaggio qui mostra un carisma di capo riconosciuto e una carica di idealità che contraddice quanto è stato fin ad oggi scritto.
Si attaccavano avversari dichiarati, come il sindaco di ispirazione risorgimentale, il comandante della guardia nazionale, l’esattore delle tasse, non ci fu violenza gratuita, non un morto, non un ferito.
Ma tale azione non avrebbe potuto avere successo senza delle connivenze. Chi scrive mostra una velata simpatia per i briganti, sembra assolverli, giustificarli, mentre si percepisce intolleranza verso i piemontesi che vengono trattati con rassegnata ironia. ”...al solo vederli,intimorirono tutti.....per la loro vestitura e modo di agire......appartengono alla compagnia dei bersaglieri dediti alla disonestà, in modo che le donne dovettero rinchiudersi”.... e i loro capi. In un altro passo si recita “Nessuna lagnanza il paese potè fare del tenente Fracchi perché era una persona educata, ma un mangione, che i signori Ricciardelli dovevano tenere in una camera, sempre preparato,vino, cacio cavallo, pregiutto,e frutti per quando doveva mangiare, prima di pranzo”.
Evidenti sono le difficoltà della popolazione nell’accettare la nuova situazione politica, le nuove leggi e gli umori dei soldati piemontesi che non si sentivano accettati. Nella cronaca vengono riferite le parole che il comandante della truppa di istanza a Schiavi riferisce, al momento della consegna al nuovo comandante “questo è un paese ove sono tutti borbonici reazionari, non vi fidate della apparenza. Io gli ho ridotti un poco con il timore”.Briganti presso un abbeveratoio B Pinelli
Abbiamo poi uno spaccato della vita di allora. Le famiglie più importanti del paese, i De Carolis, i Lepore, i Paradisi, i Ricciardelli, i Rocchi, i Rotondi, i Vani, erano schierati con i nazionali. Gli Agostini, grossi proprietari terrieri, sembrano in atteggiamento di attesa avendo molto da perdere.
Mentre arrivavano notizie sull’andamento delle operazioni militari si cambiava sindaco.
Se le notizie erano favorevoli ai borbonici si nominava un sindaco di ispirazione borbonica: viceversa se le notizie erano favorevoli ai risorgimentali. Un microcosmo simile non poteva farsi sorprendere impreparato da avvenimenti così grandi e insoliti: i prezzi che schizzavano alle stelle, l’introduzione della lira come moneta nazionale e le relative difficoltà, gli animali che venivano requisiti, la gioventù che veniva sorteggiata per la leva obbligatoria, con i soliti sotterfugi da parte dei di chi ne aveva la possibilità, di farla franca, creavano una situazione di disagio, aggravata dall’atteggiamento dei piemontesi che percepivano nemici dappertutto.
“Evviva la libertà”. Commenta amaramente l’ignoto cronista mentre.... ”non potendosi arrestare coloro che si erano dati al brigantaggio, venivano arrestati i loro familiari, non escluse donne e bambini”...evviva la libertà....
Teniamo presente infine che il periodo storico, è lo stesso in cui è ambientato il Gattopardo, perciò non è fuori luogo un parallelismo. Il Gattopardo si adegua ai tempi chiosando... che tutto cambi perché nulla cambi..... e le vecchie classi privilegiate intravedono nel cambiamento, dovuto all’unita nazionale, nuove opportunità di potere e ricchezza, consci che i rapporti di classe non cambieranno. Le autorità piemontesi sposeranno gli interessi della borghesia e dei grossi proprietari terrieri a danno della classe contadina.
Qui invece c’è la voce di un personaggio vicino alla gente comune e si rende conto che per la maggior parte della popolazione si apre tutt’altro che un’epoca nuova, ed emerge una pessimistica rassegnazione al peggio: “divenimmo tutti Italiani.....e ciascuno se la passava come poteva......non si guardava altro....”
Insomma una rassegnazione al peggio quasi presagio della tragedia che sarebbe seguita agli avvenimenti narrati, proprio con lo spirito di chi li stava drammaticamente vivendo.
L’importanza di tale cronaca sta infine nel fatto che essa documenta l’ultimo episodio per così dire militare, concluso con successo, della banda Chiavone, prima della sua fucilazione, avvenuta come si diceva, per mano di legittimisti, il 28.6.1862. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Restavano alla macchia piccoli gruppi di delinquenti

Ma morto l’Alonzi la sua banda, inadatta a combattimenti in campo aperto, si disperse e la fase politica si chiuse. Restavano alla macchia piccoli gruppi di delinquenti che non si fidavano di consegnarsi ai piemontesi,e per sopravvivere, erano costretti a delinquere, alienandosi la simpatia della popolazione.
La legge Pica che affidava ai tribunali militari il compito di colpire sia i briganti che i loro sostenitori e comminando pene esemplari, impiegò ulteriori tre anni per distruggere ogni forma di brigantaggio nella nostra zona ed il Sorano, entrò finalmente e a pieno titolo a far parte dello stato unitario.
Ma la classe contadina della nostra provincia, già proveniente da uno stato secolare di miseria, grazie anche alla mancata riforma agraria, ne uscì ancora più impoverita e disperata.
Per essa si aprì la dolorosa via dell’emigrazione, una tragedia durata un secolo e che ha visto l’abbandono dei nostri paesi e l’impoverimento dei nostri territori, che ha investito le classi sociali più diseredate ma anche persone di rango elevato, condannando il sud al regresso intellettuale ed economico le cui conseguenze stiamo pagando pesantemente ancor oggi.
Per una serie di circostanze fortunate e grazie all’intuito ed alla passione di storico dell’avvocato Luciano Santoro, abbiamo rinvenuto, presso l’archivio di stato di Caserta l’intera documentazione del processo che, le autorità nazionali, imbastirono all’avvenimento.briganti e soldati
Furono arrestatati sei cittadini di Fontechiari ritenuti complici ed informatori dei briganti e processati. In questa documentazione c’è la ricostruzione dell’avvenimento da altra angolazione. Mentre nella cronaca c’e la verità di un testimone oculare che racconta ciò che ha visto dal vivo, fa i nomi dei complici e ne descrive le attività. Dal processo emerge che i testimoni, quelli che non riuscirono a sottrarsi alla precettazione tramite certificati medici (bei documenti dell’epoca con diagnosi a dir poco folkloristiche), furono probabilmente determinanti per scagionare gli inquisiti, cercarono di ridimensionare le loro responsabilità ed il processo si risolse con la condanna a sei mesi di carcere di uno solo dei basisti, mentre tutti gli altri imputati andarono assolti. Come dire che se la gente non collabora è difficile ricostruire la verità in un processo, ma immaginiamo cosa sarebbe successo con la cronaca nelle mani degli inquirenti.
Anche nei documenti del processo c’è un eccezionale spaccato degli avvenimenti che, uniti alla ricca documentazione esistente presso l’archivio storico del comune di Fontechiari relativa agli atti della vita amministrativa dell’epoca, censimenti pre e post unitari, ruoli delle tasse, ordinanze e manifesti, ci forniscono uno spaccato della vita amministrativa e sociale del paese, in un momento così importante e drammatico della sua storia.
Tutto quello che si è dato conto in questo testo , sia ben chiaro, non è la storia di un brigante o l’analisi del fenomeno brigantaggio, bensì la presentazione di una documentazione inedita, tutta reperita sul territorio.
Il nostro unico obiettivo è che tale documentazione messa a disposizione di tutti, dia un contributo alla conoscenza delle storia di Fontechiari e aiuti una riflessione critica, sul momento storico che fu all’origine del fenomeno emigrazione, sul fenomeno brigantaggio e sul controverso personaggio Chiavone.
Cessato il brigantaggio, grazie all’impiego di ingenti forze e alla applicazione di leggi speciali, restarono irrisolti i secolari problemi delle popolazioni del nostro territorio. Il fatto che nulla si fece a livello nazionale per il riscatto delle nostre genti da secolari ingiustizie sociali e la mancata riforma agraria, le inascoltate richieste della classe contadina che chiedeva terra da coltivare, l’esigenza incompresa della nascita di una imprenditoria agricola fuori dal sistema di sfruttamento, rende ragione di ciò che è alle origini di quella tragedia che ha investito per oltre un secolo il meridione il nostro territorio e il nostro paese: l’emigrazione.
Immancabilmente l’argomento sarà oggetto di interesse da parte nostra, in un prossimo, speriamo, non lontano futuro: analizzato però sempre dalla stessa angolazione e cioè .per quanto possibile, dalla parte della gente soprattutto del nostro paese che, questa tragedia, ha subito e vissuto più di ogni altra comunità, sulla propria pelle.

 

 
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