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Altro capitolo della vicenda dei bambini di Cassino a Novara

  • Scritto da  Grazie Alemanni

copertina infanziasalvata 300Grazia Alemanni, di Novara è andata avanti sulle sue ricerchè riguardanti i bambini di Cassino. «E' un attento esame di quanto scrivevano i clericali sulla nostra iniziativa. Affermazioni mai sentite, una vera e propria campagna terroristica», scrive a UNOeTRE.it, Angelino Loffredi.

La Alemanni Così presenta il suo ultimo lavoro: Ciao Angelino,
finalmente, dopo la ripresa delle normali attività, ho completato anche la ricerca del ruolo della Chiesa locale a proposito dei "bambini di Cassino".

E' ancora una bozza, ma te la mando perché tu mi dica spassionatamente se lo consideri un capitolo interessante o meno.

Nell'archivio vescovile ho trovato anche del materiale sull'attività delle donne di Azione cattolica nello stesso periodo e pensavo poi di fare un confronto.

Sono andata un po' a singhiozzo, perché sono stata assorbita da altri impegni, anche famigliari, ma conto di proseguire andando nel nord della Provincia

Ti ringrazio per la tua attenzione e per il tuo prezioso incoraggiamento

Un caro saluto a te e a Lucia

Grazia

Un altro capitolo della vicenda dei bambini di Cassino a Novara: il Vescovo Leone Ossola e la solidarieta’ degli “altri”.

di Grazia Alemanni - Come scriveva Mons. Leone Ossola vescovo di Novara (ricordato come "il vescovo della Liberazione" per il suo ruolo nelle trattative con i tedeschi alla vigilia del 25 aprile '45) in una lettera dal titolo “Solidarietà” apparsa nella rubrica Vox clamantis della Rivista Diocesana novarese del febbraio 1946 , «mai come in questo svolto di storia si è parlato di solidarietà umana: il guaio è che dalla maggior parte dei partiti è stata praticamente suddivisa e sfaccettata in solidarietà azionista, liberale, comunista, socialista e democratica, ma non più umana cioè universale. Ed è proprio questo lo sbaglio abituale […] non saperci mai spogliare del nostro egoismo di individui, di famiglie, e di partiti.»
A chi ha pratico bisogno di aiuto non si dovrebbe mai chiedere la tessera «di che partito sei […] se passi con noi avrai tessere, biglietti, divertimenti e abbigliamenti quanti ne vorrai.»
Questa mi pare sia la sepoltura della solidarietà. Anzi, mi risulta che si è fatto a metà anche delle mogli e questa […]«è immoralità e mostruosità».

E ancora «la Chiesa dalle sue istituzioni non ha mai escluso nessuno all’infuori di quelli che si escludono da se stessi: come quelli che pur protestando di voler appartenere alla Chiesa professano e predicano delle dottrine contrarie e distruggitrici degli insegnamenti di lei».
Mons. Ossola nomina, tra gli altri, i comunisti che sono in realtà il vero bersaglio delle sue polemiche, laddove si cita la “comunione delle mogli”, espressione brandita come uno spauracchio e ripresa spesso, come vedremo, e che prescindeva da un confronto di merito con le posizioni ideologiche dei comunisti italiani.
La preoccupazione fondamentale del vescovo sembra essere il ruolo strategico giocato dalla Chiesa nella ricostruzione del tessuto sociale e politico del dopoguerra. Mancavano pochi mesi alle elezioni per la Costituente e per i Comuni cui la Chiesa contribuiva con una propaganda capillare, soprattutto in funzione anticomunista e antimarxista. Scrive infatti «Costituente e Costituzione sono le due parole che oggi corrono sulle labbra di tutti[…].Dalla Costituente praticamente dipende la Costituzione: da quelle elezioni dipenderà quindi anche il destino morale e sociale dell’Italia. Se noi con i nostri voti manderemo alla camera o Costituente degli uomini integri, onesti e sinceramente democratici[…] secondo la democrazia insegnata dal Vangelo, noi possiamo sperare di avere […] un complesso di leggi e di norme che saranno la salvaguardia della Famiglia, della Religione e della Patria».
E che la Chiesa abbia il primato dell’assistenza e della solidarietà secondo Ossola è ben chiaro: «Fino ad oggi, teste la storia, non è mai stata tanto perfettamente predicata e altrettanto realmente applicata questa solidarietà, come dalla Chiesa Cattolica, Apostolica e romana».

Il tema, nel momento in cui Ossola scrive, è certamente quello dell’aiuto ai poveri e a coloro che la guerra aveva più colpito. Tra questi, l’infanzia era soggetto molto caro alla Chiesa che, con un’Enciclica papale, aveva proclamato il 24 febbraio “Giornata pro-infanzia”. Il vescovo Leone, come sempre, si era speso molto, coinvolgendo tutte le parrocchie e le chiese nella celebrazione. Ma in cosa consisteva la solidarietà della Chiesa verso l’infanzia più colpita dalla guerra? In primo luogo in aiuti economici, nel solco della tradizione che vuole la beneficenza come principale modalità di realizzazione della carità.
«Attraverso alla Commissione Pontificia di Assistenza si è potuto mandare parecchia roba ai ragazzi e ai bambini di Montecassino[..] ed altra non poca ai campi di concentramento» (Vox clamantis aprile 1946) Questo è l’unico passaggio in cui il vescovo nomina i cosiddetti “bambini di Cassino” e lo fa a distanza di due mesi da quella “Giornata Pro- Infanzia” la cui celebrazione era stata condivisa, oltre che con la parrocchie, anche col prefetto Fornara, i partiti , le associazioni femminili , i sindacati e l’ANPI in una riunione tenutasi in prefettura il 11 febbraio 1946 (La voce del popolo, 14 febbraio 1946, p. 3).In quella riunione si era deciso di organizzare una campagna straordinaria di solidarietà per i bambini di Cassino, dando vita a quel Comitato Pro Cassino che stava sorgendo in moltissimi comuni dell’Italia centro settentrionale, grazie all’azione determinata delle donne dell’UDI e del Partito Comunista.

Un accenno indiretto si potrebbe scorgere in un altro passaggio di “Solidarietà”, quando, dopo aver citato la Giornata Pro-Infanzia per invitare tutti a dare il proprio contributo, afferma: «Coordiniamo e subordiniamo ed evitiamo i doppioni, i duplicati! I duplicati tolleriamo che siano fatti dagli ultimi arrivati, che ora vorrebbero quasi comparire i primi […] La Chiesa è secolare ed assiste al passaggio dei tempi che ha dominato proprio perché soprannaturalmente governa e provvede alla cose temporali».
Che il discorso si riferisca alle iniziative messe in campo per l’infanzia pare confermato nei capoversi successivi, quando Mons. Ossola cita le tre istituzioni che sono sorte già nel 1945 nella diocesi di Novara «proprio durante questa emergenza, dietro suggerimento e persuasione del Vostro Vescovo»(p.27)
Si trattava dei tre istituti religiosi preposti alla cura dell’infanzia “abbandonata o maltrattata o ammalata”: l’Orfanotrofio di San Vincenzo di Grignasco, l’istituto dello Spirito Santo , «affidato alle Suore Ministre della carità , con doppia sezione, la femminile per bambine a Trecate, la maschile per bambini a Solcio di Lesa sul Lago Maggiore.
Anche il settimanale della Democrazia Cristiana locale , “La voce del popolo”, dedica proprio all’Istituto dello Spirito Santo di Trecate un articolo elogiativo dal titolo “Colomba bianca in campo rosso” pubblicato il 20 giugno 1946 a pag.3.
L’istituto, infatti, viene definito «un bel fiore , emerso nel cielo novarese, dai relitti della guerra[…] relitti che per i bimbi più miseri significano penuria e abbiezione, fame e legnate[…] analfabetismo protratto oltre l’età di nove anni.»

Dall’articolo ricaviamo anche la conferma dell’ospitalità data, oltre che a 23 bambini, alcuni dei quali provenienti dalla Venezia Giulia e da altre località, a «un gruppo di altri 10 bambini della provincia di Frosinone, soccorso dal Comune di Trecate». Come scrivevo nell’articolo «Un’altra vicenda ritrovata: i “bambini di Cassino” all’asilo Fratelli Russi di Trecate», i bambini del frusinate furono oggetto di vibrate lagnanze , invece, da parte proprio della Superiora dell’Istituto, Suor Caterina Pettinaroli, che il 22 maggio scrive una lettera al Prefetto Fornara (conservata presso l’Archivio di Stato di Novara) lamentando il rischio -poiché si tratta di maschi e in alcuni casi malati - che all’Istituto da lei diretto questa presenza “aggiuntiva” possa nuocere , così che «compromettendo l’esistenza stessa del nostro nascente Istituto screditerebbe irrimediabilmente le nostre migliori intenzioni. La fretta e il disordine , con cui è stata organizzata la diaspora di questi “bimbi di Cassino” avrebbero tutt’al più trovato una giustificazione se la cosa si fosse svolta sotto l’imperversare dei bombardamenti; non la troviamo oggi, se non forse in opportunità di tutt’altra natura, che a noi restano estranee e che comunque non siamo state noi a suggerire.» Il riferimento, neppure troppo velato, è alla campagna di solidarietà partita dalle donne comuniste e che vedeva però in prima linea i “sindaci della Liberazione”, come Bernardo Bianchi, sindaco di Trecate, il quale infatti risponde al Prefetto «La superiora dell’istituto dello S. Santo di Trecate era perfettamente d’accordo con me circa il ritiro e la cura dei dieci bambini di Cassino, anche se fossero stati maschi e non femmine […] Qualora si fossero verificate difficoltà nella cura e mantenimento dei bambini, queste avrebbero dovuto innanzi tutto essere fatte presenti al Comitato Comunale [ONMI]».

Il Sindaco risolve poi, come sappiamo dal carteggio e dai documenti conservati presso l’Archivio storico comunale di Trecate, trasferendo i bambini nei locali dell’Asilo Fratelli Russi, che verranno approntati in gran fretta. Il Sindaco precisa, in una lettera inviata al Prefetto Fornara il 29 maggio successivo, che «la S.E.P.R.A.L.(Sezione provinciale per l’alimentazione, nata nel 1939) ha fornito viveri e alle suore è stato concesso un acconto di Lire 11.000 in danaro».
La polemica innescata dalla Superiora va oltre i fatti e si inscrive in un clima politico, quello della primavera del '46, segnato da uno scontro sempre più aspro tra il mondo cattolico e quello dei partiti social-comunisti usciti rinvigoriti dalla Resistenza.
Come scrive anche Mauro Begozzi nella sua tesi (1976), dedicata a “Il movimento politico dei cattolici a Novara tra il 1943 e il 1948“. Molte iniziative di solidarietà vennero improntate unitariamente dai partiti; tanto che si assistette a una vera e propria gara a chi lanciava per primo la sottoscrizione, la raccolta e la distribuzione dei generi alimentari, vestiario ecc..Un episodio particolare va in questo senso segnalato e non tanto per gli effetti immediati e materiali che procurò, quanto per le polemiche politiche che ne seguirono e che dimostrarono come lo scontro fosse aperto e come vive fossero le preoccupazioni elettorali.

L’episodio si riferisce ad un’iniziativa del PCI, che fece giungere a Novara alcuni bambini di Cassino, accolti, nutriti e vestiti da famiglie di operai e contadini. Evidentemente “La lotta” diede ampio risalto alla solidarietà ed alla sensibilità che la popolazione novarese dimostrava rispetto alla grave situazione in cui versava il popolo italiano. Ben presto tuttavia, sulle pagine dei giornali cittadini, insinuazioni ed accuse indirette di giochi elettoralistici accesero una polemica che evidentemente esulava dall’iniziativa in sé(p. 139).
A conferma del quadro disegnato da Begozzi, “La lotta“ del 16 ottobre 1946 riporta il seguente titolo de “L’azione“, il settimanale della Curia vescovile di Novara: «Dopo essersene serviti come pezzi di propaganda i comunisti rimandano a casa i bimbi di Cassino». Siamo lontani dalle elezioni, ma forse proprio a causa dei loro risultati, il clima rimaneva acceso.

Tornando alle parole del vescovo Ossola, un’ulteriore riprova delle preoccupazioni per la “concorrenza” al mondo cattolico si ha ancora nella lettera del febbraio ’46 «Oggi tutti fondano, tutti raccolgono e tutti sulla falsariga delle benemerite istituzioni della religione».
La chiave di lettura sta anche nell’imminenza delle elezioni : «[…] spetta a voi la libera scelta e la pratica dimostrazione che siete e volete rimanere cattolici a qualunque costo, in pubblico e in privato con la scelta di uomini di una coscienza sola, di una morale sola, quella ripeto dell’onestà, della lealtà e del vangelo”. In questo passaggio si coglie un’ulteriore preoccupazione: quella che gli operai si facciano attrarre dalle promesse del comunismo. D’altra parte, il vescovo non faceva che ribadire l’approccio che la Chiesa stessa aveva avuto nei confronti delle dottrine di ispirazione marxista . E così tre anni prima, in un appello agli operai (RDN, XVIII, dicembre 1943 p.186) aveva affermato che dalla Chiesa e dal Vangelo essi avrebbero dovuto “imparare i principi e la prassi del vero e santo socialismo, dell’attuabile e celeste comunismo, che dà pane e pace».

La guerra aveva però portato con sé poi anche i drammi famigliari e della povertà, di cui la condizione dell’infanzia era uno degli aspetti. Se non si poteva essere «cattolici e comunisti ad un tempo[…] non si può essere ad un tempo nell’ordine e nel disordine», anche morale (Il dilemma del vescovo, febbraio ’46). Infatti il problema invalicabile per il Vescovo, ancora una volta, è che, insieme all’uguaglianza sociale ed economica, nella visione marxista ci sarebbe «la spartizione dei prodotti umani, quali sarebbero anche i figli e le mogli, che in questo caso non sarebbero niente altro che femmine e figliati».
Qual è allora la risposta della sua Chiesa alla piaga dei bambini che «gementi e quasi esausti per la fame[…], intirizziti dal freddo invernale, stanno per morire né hanno mamma o babbo che li copra e li riscaldi[…] e sono moltitudini che , con animo addolorato, Noi vediamo vagare per le città, sospinti all’ozio e alla corruzione?» Quella di dedicare «ogni possibile sforzo e ogni pia industria della cristiana carità».

Altro rispetto all’ospitalità che duecento famiglie di lavoratori del novarese diedero in quei tempi difficili, segnati dai razionamenti e dalla povertà, a quei bambini più sfortunati dei loro.

 

 

 

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