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“Una strage dimenticata” - 3, ancora una testimonianza

  • Scritto da  Adriano Papetti

AntoniettaTiberia 24ago2019 400 minIntervista di Adriano Papetti ad Antonietta Tiberia - Ha destato molta attenzione l’articolo scritto da Angelino Loffredi dal titolo “Una strage dimenticata” pubblicato sul sito unoetre.it. Il 4 agosto 1942, infatti nella fabbrica di munizioni BPD di Bosco Faito in Ceccano ci fu una esplosione che causò la morte di 5 persone ed un numero di feriti non ben definito.
Fra i feriti risultava esserci Antonietta Tiberia. La donna è vivente, ha 97 anni, vive a Ceccano in uno dei Palazzi Evangelisti, a ridosso del Ponte sul Sacco, possiede una buona memoria ed è pronta a rispondere in modo esauriente alle domande che le sottopongo.

Ci racconti di quella tragica mattinata. Dove era e cosa faceva nell’interno della fabbrica?
“Debbo precisare che Ugo Ricci, uno dei deceduti nell’esplosione, era il mio caporeparto, mi chiese di sostituire per il turno notturno una collega che aveva avuto un imprevisto. Avevo 20 anni e lavoravo nello stabilimento da più di un anno. Alla richiesta del mio capo non me la sentii di dire di no."

Dove si trovava nel momento dell’esplosione?
“Io lavoravo nel reparto che chiamavamo caricamento. (tecnicamente, secondo Francesco Giglietti, chiamato Reparto Cannelli https://www.unoetre.it/radici/storia-provinciale-e-locale/item/7212-una-strage-dimenticata-parte-seconda.html) Vi lavoravano tante donne. Quella mattina ero a pochi metri da dove avvenne lo scoppio. Quando sentii il boato erano le 5,30. In quella occasione una amica carissima Ida Colasanti, di 17 anni, residente a Frosinone venne ferita, prima portata all’ospedale di Ceccano dove dopo qualche ora purtroppo mori. A tanti anni di distanza ricordo ancora il suo bel viso, la sua voce e la sua voglia di vivere. Le altre colleghe morte venivano da paesi vicini ma non ricordo la provenienza “.

Può raccontarci meglio cosa successe?
“Mi trovavo a lavorare in quel preciso momento con altre 7-8 persone. L’esplosione mi i scaraventò da una parte all’altra dello stanzone dove lavoravo.
La tragedia poteva avere un esito peggiore. Infatti, mancando pochi minuti al cambio del turno altre colleghe in quel momento si trovavano nei bagni a cambiarsi. Avere anticipato il fine turno ha salvato la loro vita. Per quella esplosione ho perso il braccio sinistro.
Venni operata a Milano, dove in Ospedale conobbi quello che divenne mio marito. A tanti anni di distanza non sono in grado di raccontare di più“.

Ricorda se ci furono ripercussioni dentro la fabbrica?
“Posso dire solo alcune cose, quelle che ricordo.. Per capire quanto successo la Polizia e i vari dipartimenti dell’Interno mi interrogarono più volte. Pensavano addirittura ad un sabotaggio ma alla fine riconobbero che si era trattato di un errore umano o tecnico. Qualche mese dopo misero in manutenzione e sicurezza l’intero reparto“.

Al lavoro con quale mezzo andava?
“In un primo periodo andavo a piedi in quanto abitavo a due chilometri dallo stabilimento.. Successivamente venne messo a disposizione un pulman della ditta Cimini".

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