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Dalla rassegnazione alla rivolta

Le Nostre Radici

La protesta delle donne di Roccasecca e Sora nel 1917

di Romeo Fraioli .

Torino 1917 rivolta delle donne h260 minNella sua pubblicazione “Dalla rassegnazione alla rivolta - Mentalità e comportamenti popolari nella grande guerra”, Bulzoni Editore 1999, l’autrice Giovanna Procacci affronta il tema dei modi e dei caratteri della protesta femminile durante la prima guerra mondiale, «collocandola all’interno di un processo di continuità della presenza femminile nelle lotte sociali del paese. La situazione generale di malessere che caratterizzava la campagna, popolata solo da donne, vecchi e ragazzi, dipendeva soprattutto da fattori psicologici legati allo stato di guerra, dalla sofferenza determinata dai lutti, alla solitudine e alle difficoltà quotidiane che le donne si trovarono a dover affrontare da sole, dovendo colmare i vuoti lasciati dagli uomini. Più drammatica la condizione in un Mezzogiorno devastato dall’emigrazione e dalla necessità da parte di esse di ricercarsi un lavoro nelle campagne, sottoponendosi a lavori pesantissimi e mal retribuiti. Gli interventi dello Stato italiano per fronteggiare le necessità della popolazione contadina furono molto limitati. L’unico beneficio di cui si poteva godere era il sussidio statale, corroso dall’inflazione e insufficiente a far fronte alle necessità familiari. Le autorità locali, cui era demandato il compito di decidere sull’entità, la concessione o la sospensione del contributo, spesso abusavano del loro potere, rinviando le date di consegna del denaro e sottoponendo le donne a umiliazioni, oppure decidendo della concessione sulla base di appartenenza politica della famiglia del richiedente. Non stupisce pertanto che un gran numero di dimostrazioni avessero inizio al momento di ricevere il sussidio e che la rabbia impotente facesse anche giungere, nell’ultimo periodo di guerra, a rifiutare di accettarlo, nella ingenua speranza di affrettare in tal modo la pace».

In Terra di Lavoro le agitazioni femminili avvennero soprattutto nei centri di Roccasecca e Sora, come si evince dai seguenti documenti conservati all’Archivio Centrale dello Stato. Il 13 maggio 1917 il Prefetto di Caserta inviava il seguente rapporto al Ministero dell’Interno inerente una dimostrazione contro l’amministrazione comunale di Roccasecca. «Con riferimento a precedente corrispondenza ed in risposta al telegramma espresso del 10 corrente circa i disordini recentemente avvenuti nel comune di Roccasecca mi fregio di informare che, il mattino del 7 andante, le persone di famiglia di richiamati convennero, come di consueto, presso quell’esattoria per la riscossione dei sussidi. Non avendo però ottenuto l’aumento testé decretato, in numero di circa 200 individui, verso le ore 9, si recarono in massa alla caserma dei RR.CC., vociando e protestando non solo pel non ricevuto aumento di sussidio, ma anche per la mancanza di pane e di grano.

Il comandante la stazione, fece entrare alcune delle donne nella caserma, e tentò di persuaderle a pazientare per i sussidi fino all’espletamento delle relative pratiche e pel pane fino a che fosse scaricato e macinato il grano arrivato poche ore prima allo scalo ferroviario. In seguito alle insistenze delle reclamanti, aumentate di numero, il maresciallo che era solo in residenza, raccomandò all’esattore di accontentarle, ma questi dichiarò di non poter soddisfare alla richiesta per mancanza di ordini superiori. A tale rifiuto le dimostranti, divenute sempre più numerose, incominciarono ad invocare la pace, ed allora il comandante della stazione credette opportuno di recarsi al municipio per conferire col sindaco o chi per esso, ma non trovò altri che il segretario comunale. Nel mentre il maresciallo discuteva col detto segretario, alcune donne penetrarono nell’ufficio ed il segretario vedendo invaso il suo gabinetto, cercò di metterle fuori venendo a colluttazione con una di esse, senza conseguenze, però, pel pronto intervento del succitato sottufficiale. Il quale, vedendo la folla oltremodo eccitata, e temendo serie conseguenze pensò di recarsi al vicino ufficio telegrafico per chiedere rinforzi; ma, appena allontanatosi le dimostranti si diedero ad infrangere i mobili e rompere vetri ed a disperdere carte e registri di ufficio. Tornato subito il maresciallo nell’ufficio municipale, non riuscendo ad impedire gli atti vandalici che si commettevano, cercò di persuadere la folla a desistere dalla devastazione, la quale fu purtroppo, abbastanza grave.

Mentre ciò accadeva intervenne il maestro elementare Ricci Vincenzo, socialista il quale chiese di parlare per consigliare la calma, però il maresciallo lo invitò a desistere di tale proposito temendo che la sua qualità di avversario del sindaco e di sovversivo avesse potuto pregiudicare la situazione. Frattanto il comandante della stazione pregò il sottotenente di fanteria signor Izzi Osvaldo, che era nei pressi, di recarsi allo scalo ferroviario per chiedere rinforzi. Dopo un’ora circa, giunsero alcuni soldati ed agenti di sicurezza nonché i due carabinieri della stazione che rientravano e si poté, col loro aiuto, disperdere le dimostranti ed arrestare le più riottose. Oltre la dispersione di vari atti, ruoli di tasse, conti e di un registro dello stato civile, il municipio ha subito un danno stimato a lire 2760. Nell’occasione furono arrestati 6 individui e denunziato 10 donne, contadine del luogo, perché responsabili dei reati previsti dagli art. 187, 190, 424 e 429 del codice penale. Le cause del tumulto, oltre pel fatto dei sussidi alle famiglie dei richiamati ed alla momentanea deficienza di farina in quel comune, sono dovute anche alla non regolare e corretta amministrazione municipale, da cui malcontento generale, abilmente sfruttato dai partiti locali ciascuno pel proprio tornaconto. Nel mentre il procuratore del Re di Cassino procedé per proprio conto nella inchiesta giudiziaria ho inviato a Roccasecca un commissario prefettizio per regolare la distribuzione del grano ed ho anche provveduto per una rigorosa inchiesta circa i fatti svoltisi e nell’accertamento delle cause che li determinarono, e su ciò mi riservo di tornare in argomento».

Il 1 agosto 1917 il Procuratore Generale del Re presso la Corte di Appello di Napoli inviava al Ministro dell’Interno il seguente rapporto inerente una sommossa popolare avvenuta nel comune di Sora. «Di seguito al mio telegramma espresso del di 23 luglio decorso, mi onoro comunicare a V.E. quanto mi scrive il Regio Procuratore di Cassino in riguardo alla sommossa popolare avvenuta nel comune di Sora. “Nel mattino di detto giorno, convennero, come al solito, nei diversi uffici di pagamento di quel comune le donne appartenenti alle famiglie dei richiamati alle armi per riscuotere i sussidi loro assegnati. Mentre già si procedeva al pagamento, alcune donne cominciarono a tumultuare gridando verso gli impiegati: Non vogliamo il sussidio – un altro maggiore ne chiediamo – vogliamo la pace ed i nostri mariti e l’invio degl’imboscati al fronte. Poscia, alcune delle più forsennate usando violenze e minacce contro altre donne colà convenute imposero alle medesime di non riscuotere i sussidi, e di recarsi dal sottoprefetto per chiedere la fine della guerra. Gl’impiegati allora visto il tumulto e le violenze che si cominciavano ad esercitare anche contro di loro credettero opportuno chiudere gli uffici. Le donne allora in massa si avviarono alla sottoprefettura ove si trovava il sottoprefetto cav. Arcangelo Leggieri con due delegati di p.s. e tutti gli altri impiegati. Il sottoprefetto invitò la folla composta di circa 200 donne a sciogliersi facendo loro comprendere di scegliere una larga rappresentanza per esprimere i propri desiderati, ma le stesse in coro gridarono: Noi vogliamo la pace ed i nostri mariti, del sussidio non abbiamo che farne perché tutto costa caro e nulla si trova. Il cav. Leggieri mentre si accingeva a rivolgere alla folla parole di calma, e quando appena aveva pronunziato due o tre parole, un ragazzo che era in mezzo ad essa, tal Pontone Dante, fu Ludovico, di anni 14 lanciò contro l’edificio della sottoprefettura che è a pianterreno, un sasso.

Fu questo il segnale dell’inizio di una fitta e violenta sassaiola da parte di tutte le donne colà convenute, le quali circondarono da tutti i lati il fabbricato della sottoprefettura che forma un isolato. Invano il cav. Leggieri, coadiuvato da tutti i suoi funzionari ed anche da quelli della Pretura, cercò di frenare l’ira delle donne, slanciandosi tra le medesime – ogni tentativo fu inutile e la sassaiola continuò fitta e violenta per circa mezz’ora producendo danni a tutti gl’infissi del locale, alla facciata ed anche ad alcuni mobili esistenti nello interno. Il vandalismo cessò all’arrivo dei pochi carabinieri che si trovavano sul posto, e di un piccolo nucleo di soldati del presidio, che non poterono accorrere prontamente essendo la caserma situata a notevole distanza dalla sottoprefettura. Durante la sassaiola un ciottolo della grandezza di dieci centimetri colpiva all’addome il sottoprefetto cav. Leggieri che gli produsse una contusione guaribile in dieci giorni, un altro sasso colpiva il fratello dello inserviente della sottoprefettura, Colucci Eduardo, che riportò lacerazione alla testa guaribile anche in dieci giorni.

Nel rincontro furono dai reali carabinieri arrestate otto donne, le quali interrogate subito dal Pretore di Alvito, in supplenza saltuaria presso la pretura di Sora, vennero, per ragioni di ordine pubblico tradotte a Cassino. Dalla istruttoria fin ora espletata si trae il convincimento che il movimento sia stato esclusivamente determinato come una dimostrazione all’autorità politica per influire sulla cessazione della guerra, perché se la massa seguì improvvisamente le altre donne, vi furono, senza dubbio, delle promotrici le quali, senza alcuna causa diretta, si recarono all’ufficio dei pagamenti dei sussidi col deliberato proposito di trasportare le altre ivi convenute ad una dimostrazione contro la sottoprefettura, il che potrebbe far supporre a sobillazione di elementi estranei non intervenuti nella dimostrazione. Ciò viene avvalorato dal fatto che una delle principali imputate, tal Tomei Giacinta, è profuga della Germania ove dimorò a Francoforte sul Reno per 16 anni, e pubblicamente ha sempre espresso sentimenti germanofili e desiderio di ritornare in Germania. Al riguardo la P.S. mi ha assicurato di avere iniziate attive indagini per l’accertamento di altre responsabilità. Mi riservo rassegnare alla E.V. ulteriori informazioni in esito all’espletamento della istruttoria».

 

 

 

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