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Storie. A proposito di Enrico Giannetti

 Storie del Frusinate

Enrico Giannetti era un bandito soltanto per i nazifascisti.

EnricoGiannetti 350 mindi Roberto Salvatori
Per la stesura della mia ultima ricerca, imperniata sul tema della questione agraria e delle lotte contadine a Paliano durante la prima metà del XX secolo, oltre ai documenti conservati negli Archivi di Stato, Istituti, Fondazioni ecc. ho dovuto consultare anche decine di pubblicazioni sull’argomento.

Tra le tante, gli Annali dell’Istituto Alcide Cervi, per la precisione il 3° volume pubblicato nel 1981. Tra i vari contributi contenuti, lessi quello di Alfredo Martini, il quale aveva descritto la protesta sociale nel basso Lazio tra gli anni 1944-1947. Nell’interessante e articolata analisi sulla situazione delle campagne ciociare nell’immediato dopoguerra, Martini – che è anche membro dell’IRSIFAR – trattava dell’inevitabile rapporto tra masse contadine e i partiti politici, in special modo la Democrazia cristiana e il Partito comunista.

L’affermarsi dei due partiti in provincia di Frosinone fu determinato – scriveva Martini – dai contesti sociali e culturali, laddove persisteva in alcune aree agricole «Da un lato l’atavica convinzione dell’ineluttabilità della diseguaglianza sociale alimentata dalla totale subalternità alla dottrina conservatrice della chiesa […] dall’altro lo sviluppo di aspettative […] laiche progressiste, legate al movimento contadino organizzato e alle leghe rosse […]». Accennando alle vittorie elettorali del PCI a Sgurgola e a Paliano, l’autore non poté fare a meno di citare Enrico Giannetti, ex comandante partigiano, leader comunista e sindaco di Paliano nel ’44 e nel ‘46, ma nell’esplicare le motivazioni di tali successi elettorali, l’autore espresse un giudizio che mi lasciò alquanto perplesso. Cioè «[…] se a Sgurgola la vittoria è dovuta alle capacità organizzative e di lotta della lega contadina, più complicato risulta essere il rapporto che si crea a Paliano tra popolazione e leader. La storia di Giannetti e il mito che si è creato intorno alla sua figura sembrano più ripercorrere lo schema proposto da Hobsbawm sul bandito sociale […]». L’autore poi proseguiva: «E su questoEnricoGiannetti 350 500 min rapporto interpersonale e mitico che si costruisce la vittoria comunista […] dove l’intreccio tra aspettative rivoluzionarie delle masse e rappresentazione delle stesse nel simbolo mitico Giannetti che le enuncia e pratica ecc. ecc.». Intanto trovai la frase un tantino esagerata, enfatica e contraddittoria: cioè, prima il rapporto tra popolo e leader è complicato e poi diventa interpersonale? Ma quello che rifiuto (e lo sottolineo) come definizione, è il Giannetti «bandito sociale»!

Come suaccennato, fu Eric Hobsbawm (quello del Secolo breve) a coniare il termine «banditismo sociale» che ha poi dato origine ad un archetipo storico. Infatti, egli poneva l’attenzione sulla stretta relazione esistente tra il ribellismo banditesco e il consenso delle classi egemonizzate e oppresse. Lo storico britannico individuava, peraltro, tre profili di bandito sociale: ma solo ad uno di essi si riconosceva una funzione politica, ad es. l’irredentista, il resistente e a chi si oppone ad un invasore, ma che comunque esisteva una netta differenza tra bandito sociale e rivoluzionario politico. Ma allora, Giannetti è l’uno o l’altro? Allo stesso tempo, Hobsbawm definiva il brigantaggio nell’Italia meridionale «un raro esempio di un’importante sollevazione contadina capitanata da banditi sociali» rappresentati da Carmine Crocco, Ninco Nanco e a Roma dal Gobbo del Quarticciolo, i quali però, contrariamente ai capi rivoluzionari, non elaboravano né strategie militari né programmi politici.

Anche Tommaso Baris riprese l’affermazione di Martini su Giannetti, riproponendola su Terra bruciata. Le stragi naziste sul fronte meridionale, una pubblicazione collettanea curata da Gabriella Gribaudi nel 2003. Magari per un giudizio più esauriente sul personaggio sarebbe stato meglio conoscere tutto il suo percorso umano e politico. Enrico Giannetti era un bandito soltanto per i nazifascisti.

 

 

 

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