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Ceccano dopo il 1870 - 1ª parte

 Storie del Frusinate

Quando finì lo Stato Pontificio

di Giovanni Ruspandini

Bersaglieri Breccia di Porta Pia 390 minNon ci furono applausi lungo le strade per le colonne di bersaglieri, di fanti, di militi a cavallo : un esercito enorme di 60 mila uomini che, senza dichiarazione di guerra, la mattina del 12 settembre 1870 varcò i confini dello stato pontificio e mosse alla conquista di Roma da tre direzioni diverse. Il lavoro di intelligence, i tentativi di provocare sollevazioni popolari contro il papa re non avevano dato i risultati che si volevano. Nei paesi attraversati, le milizie del Regno d’Italia sperarono invano di assistere a manifestazioni di giubilo, di essere accolte come liberatrici dal giogo papale. Trovarono invece il clima di diffidenza e di distacco riservato agli eserciti invasori. Achille Giorgi che di quegli eventi fu testimone, così riferisce : “….. le truppe regie, varcato il ponte sul Liri senza colpo ferire, transitano per Ceprano, Frosinone, Ferentino, Anagni, in mezzo a cittadini che o si scansavano o si avvolgevano in un sepolcrale silenzio. ”

Anche a Ceccano l’accoglienza dovette essere tiepida. Le fonti scritte non ci forniscono informazioni e la memoria orale, che sulla occupazione garibaldina del 1867 ci ha lasciato pittoresche testimonianze, sull’arrivo degli italiani, invece, tace : segno che non ci fu coinvolgimento popolare e che, verosimilmente, l’evento fu caratterizzato da distacco e da freddezza .
E’ assai probabile che i nuovi arrivati si segnalarono per gli stessi modi altezzosi e militareschi riscontrati altrove, comportandosi più da occupanti che da compatrioti aperti e solidali , e che fu lo scetticismo a prevalere nei commenti e negli umori della gente. Quanto sarebbe durata l’occupazione ? Non sarebbero presto intervenuti i francesi in aiuto del papa ? Solo che in quel settembre del 1870 i francesi avevano altro da pensare dopo la disastrosa guerra con la Prussia, e questo a Ceccano pochi lo sapevano.

Il trapasso fu lento dopo Porta Pia. Nonostante il gran parlare di era nuova, di rinnovamento, di spirito patriottico e di prospettive grandiose sotto la guida dI Vittorio Emanuele, nonostante il clima denigratorio verso Pio IX e il suo potere temporale, per anni il popolo di Ceccano rimase in prevalenza legato al mondo papalino. Continuò a rispettare i precetti e le gerarchie della chiesa, a sposarsi con il rito religioso, a chiamare con i vecchi nomi i luoghi ribattezzati, a calcolare in paoli e in baiocchi il valore delle cose e a diffidare più che mai delle autorità e delle istituzioni.

Dopo l’impresa dei Mille e la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, dal vicino regno di Napoli ormai conquistato erano arrivate a Ceccano notizie e testimonianze sulla politica deludente degli occupanti piemontesi e sul clima di ribellione popolare e di sanguinosa repressione da parte delle truppe regie italiane. Nelle feste e nelle fiere del paese i cantastorie raccontavano in tono epico la lotta dei briganti contro le soverchianti forze di invasione, e le vicende e le imprese temerarie di guerriglieri come Carmine Crocco colpivano l’immaginario popolare ( per lungo tempo a Colle San Paolo il ci fu chi chiamava Crocco il gatto domestico per esaltarne le doti di aggressività e di scaltrezza. )

Voci di scontento e di risentimento erano state raccolte nell’Agro Pontino e nell’Agro Romano dove insieme ai contadini ciociari lavoravano come braccianti stagionali numerosi ricercati venuti da oltre confine. E lagnanze erano state udite presso i santuari di Vallepietra e di Genazzano. Nell’estate 1865, insieme alle deludenti notizie sulla situazione economica e militare, le comitive di regnicoli dirette con il treno alla Madonna del Buon Consiglio, avevano portato il colera, contagiando anche i ceccanesi.

Nel settembre del 1870, quelle voci e quelle testimonianze dovettero avere il loro peso nei rapporti tra la popolazione di Ceccano e i militari dell’esercito italiano.
La truppa di passaggio, entrata in paese nel pomeriggio del 12 settembre senza incontrare alcuna resistenza, issato il tricolore nel municipio, si sistema nella chiesa di San Sebastiano e in quella della Madonna del Loco, ricoprendone il pavimento di paglia e trasformandole in dormitori. Quanto ai reali carabinieri subentrati qualche giorno dopo ai soldati, la caserma dei gendarmi pontifici a loro non piace e dopo qualche settimana si trasferiscono in uno stabile messo a disposizione da Filippo Berardi,
Rassicurato il ceto dominante dopo l’incontro con la magistratura della città, le autorità militari si mettono subito al lavoro in vista del plebiscito a suffragio universale del 2 ottobre, secondo le modalità di voto sperimentate nelle regioni italiane già annesse : un voto palese, manipolato, dall’esito scontato che deve legittimare, con il consenso popolare, l’occupazione manu militari. Per la giunta municipale oligarchica che si dimostra subito allineata e collaborativa, non ci sono rischi di destituzioni né di scioglimento.

Se per il plebiscito si ritiene giusta e doverosa la partecipazione di tutti i cittadini (ma non delle donne), alle elezioni generali invece, tenute successivamente per eleggere il parlamento, il diritto di voto è concesso solo ai possidenti in grado di leggere e scrivere. A Ceccano i rappresentanti presso il potere centrale continuano così ad appartenere alle solite famiglie privilegiate : i Sindici, i Mancini, gli Antonelli, i Gizzi, i Berardi….. ; famiglie divise spesso da rivalità e gelosie, ma che hanno un comune terreno di intesa nel mantenimento dello status quo in campo sociale ed economico. Famiglie che sapranno passare indenni e preservare la propria egemonia anche nell’Italia autoritaria di Crispi, in quella del trasformismo e del liberalismo di Giolitti, durante il fascismo, fino alla Democrazia Cristiana.

Il personaggio più in vista nella Ceccano di quegli anni è sicuramente Filippo Berardi, gattopardo abile e di grandi ambizioni, sempre schierato dalla parte del potere, capace di orientarsi come pochi attraverso i rivolgimenti politici e di accrescere il proprio patrimonio sotto ogni regime .
Gonfaloniere, nell’ ottobre del ‘67 si eclissa all’arrivo dei garibaldini, ritenendo l’invasione velleitaria e destinata al fallimento. Poi però comincia a prendere le distanze dallo stato pontificio e nell’autunno del ’69 si dimette, stanco delle solite beghe paesane e soprattutto desideroso di presentarsi all’appuntamento con l’Italia unitaria libero da cariche imbarazzanti. E le sue scelte si riveleranno vincenti e fruttuose.

Filippo Berardi ha un fratello cardinale e questo agevola la sua ascesa . Ma nel settembre del 1860 è condannato a morte per tradimento con l’accusa di aver passato al Piemonte informazioni vaticane top secret, ottenute con la complicità inconsapevole del fratello . Viene poi sollecitamente scarcerato.
Dopo Porta Pia, si allargano gli orizzonti economici e finanziari di Filippo Berardi che riesce a trarre vantaggio dalla sua oscura vicenda spionistica e diventa uno degli uomini più ricchi di Roma capitale dove prevalentemente opera e risiede. Vittorio Emanuele gli dà il titolo di marchese, e nel 1882 viene eletto senatore del Regno. Nel parlamento rappresenta l’alta finanza e l’ambiente filo-vaticano. (fine prima parte, segue)

 

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