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Lavorare per la felicità altrui

se esci per strada 350 260 mindi Elia Fiorillo - "Lavorare per la felicità altrui", dovrebbe essere il principio, lo scopo primario di chi sceglie d'impegnarsi nel sociale ed in politica. Troppo spesso però avviene l'incontrario. Si decide di lavorare per "gli altri" per puro calcolo, per passare dall'anonimato al primo e primissimo piano: "per farsi gli affari propri". Certo, non bisogna generalizzare, come purtroppo avviene. Perché mettere tutti sullo stesso piano significa "aiutare" i lestofanti e penalizzare chi con spirito di servizio fa il suo difficile "mestiere".

La cronaca giudiziaria di questi giorni ci racconta come viene usato il "potere" per consolidare la presenza propria e dei familiari ai vertici delle istituzioni regionali e non solo. Tutto calcolato per avere sempre più consenso elettorale, utilizzando le strutture della sanità dove la parola "raccomandazione" non dovrebbe essere nemmeno pronunciata ne, tantomeno, messa in atto. Eppure, è in questi delicati organismi, dove l'equità deve essere il principio basilare, che si consumano misfatti deplorevoli.

Tutto costruito sul bisogno. Tempi biblici per certi esami clinici che s'accorciano miracolosamente "per opera e virtù" del santo protettore. Letti d'ospedale che diventano disponibili per gli amici degli amici. Medici ed infermieri che si prodigano, oltre misura, nelle cure del raccomandato di turno. È bene ripeterlo, non tutti i medici e gli infermieri vanno al di là dell'etica professionale. La maggioranza fa il proprio lavoro con "scienza, coscienza e volontà", ma il danno che subiscono dai loro colleghi "faccendieri" è rilevantissimo. Ma questo è il minimo. Poi ci sono gli appalti, le assunzioni e via proseguendo. Insomma, la "legalità" è un termine non conosciuto nel lessico di certi politici. Sono gli altri a doverlo comprendere, applicare e rispettare.

Alla “Conferenza nazionale dei servizi in rete”, organizzata a Roma dalla Cisl, la segretaria generale Annamaria Furlan, nel suo intervento conclusivo, si è soffermata parecchio sul ruolo del sindacato e delle sue donne e uomini. Il loro obiettivo non potrà essere che quello di "Servire" gli aderenti all'organizzazione, e non solo, nell'ottica del raggiungimento della felicità, per loro - per il servizio che fanno - e per gli iscritti.

Non c'era niente di retorico nelle parole della segretaria generale Cisl. Solo il profondo convincimento che il sindacato potrà sopravvivere ai cambiamenti epocali, alla globalizzazione, agli attacchi che sempre più spesso gli vengono dalla politica, che non accetta sul suo cammino "organizzazioni di mezzo", con il servizio. Che è passione, dedizione, sacrificio. Tutto l'incontrario di carriera, di guadagno, di status.

Chi scrive ne ha conosciuti parecchi di sindacalisti che hanno scelto d'impegnarsi nel sociale, lasciando lavori rilevanti, anche dal punto di vista economico. Uno tra tutti è Mario Ciriaco, segretario generale della Cisl Campania negli anni 70, il cui decennale della morte ricorre in questi giorni. Lui, Ciriaco, cercò sempre d'inserire nel sindacato giovani a cui chiedeva non fedeltà alla sua persona o alle sue idee, ma al sindacato: assoluta fedeltà e lealtà. Mai si crucciava se qualche suo discepolo ed amico "progressista" lo considerava di idee conservatrici e non l'assecondava nelle posizioni politiche che andava ad assumere. Dialogava, ed ancora dialogava nella considerazione che il confronto, il colloquio fossero armi sempre vincenti. Diventava sprezzante solo con quelli che lui riteneva "i mercanti nel tempio" del sindacato.

La questione meridionale, anche oggi attualissima, fu uno dei suoi chiodi fissi. La sua idea, per lo sviluppo del Sud, era quella di legare l'intervento straordinario, necessario a suo avviso per il Mezzogiorno, ad uno sviluppo non drogato, ma complessivo che riuscisse a chiudere la forbice di un Nord sempre più vicino all'Europa ed un Sud statico nel sottosviluppo. Non ignorava che più soldi al Sud, più assistenza, potesse significare dare benzina alle organizzazioni malavitose assetate di straordinarietà. Ma un Sud privo dell'apporto concreto, non solo economico, dello Stato - al di là della sua necessaria autopropulsività e determinazione - era destinato ad essere una palla al piede del Paese tutto.

Abbiamo voluto ricordare Ciriaco proprio perché nel suo lungo impegno sindacale ha lavorato, e fatto lavorare i giovani che l'attorniavano, per la felicità altrui. Formandoli in tal senso. Bruno Manghi, sociologo e sindacalista Cisl, probabilmente avrebbe annoverato Ciriaco - senza voler assolutamente sminuire il suo impegno - tra i "santi minori" sindacalisti della sua epoca. Ma sono proprio i tanti "santi minori" che hanno fatto grande la Chiesa. E il sindacato.

 

 

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