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La ‘mia’ stanza dei miracoli: racconto d’Autore

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6 Febbraio 2026
Dipinto di Gian Carlo RiccardiDipinto di Gian Carlo Riccardi

La ‘mia’ stanza dei miracoli: racconto d'Autore
G.C. Riccardi. La Stanza dei Miracoli installazione 1996

LA ‘MIA’ STANZA DEI MIRACOLI: RACCONTO D’AUTORE – Il racconto “La ‘mia’ stanza dei miracoli” è una testimonianza intima e visionaria di Gian Carlo Riccardi, artista di rilievo internazionale la cui ricerca ha attraversato la pittura, la scultura e il teatro d’avanguardia.

In queste righe, l’autore torna bambino, rievocando le passeggiate con i genitori tra i “concerti delle cinque” e i panorami sui Monti Lepini.

L’installazione che dominava fino al 2012 l’agorà di Frosinone, la “Stanza dei Miracoli”, troverebbe le sue radici proprio in un dialogo di allora: un invito del padre a lasciare un segno in quella piazza.

Riccardi realizza questo scrigno metallico per custodire il ricordo dei suoi cari e la purezza dell’infanzia, simboleggiata da quell’uccellino pronto a spiccare il volo, con la speranza che l’arte possa, un giorno, far rivivere ciò che il tempo ha portato via.

di Gian Carlo Riccardi

Piazza Cairoli, piazza della Libertà, piazza Vittorio Veneto: tre tappe di un unico itinerario.

Andando a ritroso nel tempo cerco di recuperare l’immagine di un “bambino” introverso e timido che abitava in un appartamento di fronte alla torre campanaria di Frosinone insieme ai genitori e ai nonni.

Tutti i giovedì e le domeniche in piazza della Libertà la banda Romagnoli, diretta dallo stesso maestro che aveva riunito i musicisti, la maggior parte del capoluogo, con l’innesto di qualche solista della capitale, teneva il famoso “concerto delle cinque”, alla presenza del prefetto, del sindaco e di altre autorità.

Tra il pubblico che prendeva posto intorno ai singolari tavoli in ferro battuto del “rinomato Bar Paolino”, sedeva “un bambino” con i genitori, la madre pianista, il padre avvocato penalista.

Dopo il concerto, tutti i presenti deliziavano la gola con “granite di gelato alla panna”, mentre il nostro maestro Romagnoli illustrava i brani suonati, dettagliando la valenza interpretativa dei singoli esecutori, la composizione strumentale e gli arrangiamenti bandistici.

Al termine, quando il cielo cominciava a velarsi di ombre, “il bambino” insieme ai genitori si dirigeva verso piazza Vittorio Veneto. Qui, gli adulti s’intrattenevano tra loro parlando benevolmente del mondo e della vita.

“Il bambino” lasciava cadere lo sguardo lontano sulla distesa di un panorama aspro, ancora povero di case e di strade, delimitato all’orizzonte dalla catena dei Monti Lepini.

Quel bambino ero io.

Mentre il pomeriggio smorzava i suoi colori nella leggera brezza che spazzava il terriccio accumulatosi nell’enorme spazio della Piazza e le fioche luci dei rari lampioni illuminavano il muro che cingeva la parte bassa del Palazzo della Rocca, l’attuale Prefettura, io guardavo le pietre della muraglia sognando la possibilità un giorno di poterle colorare una ad una per ricavarne un caleidoscopio di colori e di luce.

Il mio desiderio rimase tale nel tempo: quel mondo dell’infanzia e di epifanie familiari fu inesorabilmente travolto dal passare degli anni, dagli eventi umani e logistici fino ai nostri giorni.

Oggi nel “Piazzale Vittorio Veneto” il muro di una volta ha lasciato il posto ad una maestosa costruzione a fornici in travertino bianco. Le auto, al contrario di allora, fanno da padrone, sostando in un posteggio abusivo e scriteriato.

Nel contesto di questo non esultante quadro urbanistico, ho deciso di realizzare il vecchio sogno dell’infanzia, con l’installazione di una grande scultura ferrea, posizionata al centro del porticato in seguito donata al Comune.

Con il mio gesto ho evocato quelle “antiche voci di dentro” chiuse ormai nello scrigno di un “passato” fatto di brezze improvvise, di portoni aperti, di bande musicali, di granite alla panna, di sguardi e sorrisi perduti e di itinerari brevi ma sempre aperti all’immaginazione e al sogno.

Nel grande contenitore di tubolari metallici della installazione, nella piazza, ora non più deserta, ma gremita di auto in sosta abusiva, ho rinchiuso per sempre la “mia stanza dei miracoli”.

Coloro che sosteranno per vedere la mia opera, all’oscuro delle brezze, delle granite, delle toccate e fughe di Bach e dei sogni cullati nell’infanzia, confusi e spiazzati da un “immaginario” chiuso e riaperto dallo scorrere della vita, si domanderanno allarmati: ma cosa significa?


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