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Washington Post e la Repubblica: 2 sorti uguali

ByAutore/i esterno/i

7 Febbraio 2026
Washington post building ©foxnews.com Washington post building ©foxnews.com

Situazioni che si trovano in Europa e in Italia


dMichele Mezza da strisciarossa.it

Washington Post e la Repubblica: 2 sorti uguali
Di Jack Weir (1928-2005) – Originally uploaded by User:Rufus330Ci on 23 January 2006, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3264202

WASHINGTON POST E LA REPUBBLICA: 2 SORTI UGUALI – Vendetta di Nixon. Sembra inesorabile il senso della decimazione che Jeff Bezos, il padrone di Amazon, abbia annunciato alla redazione del Washington Post, testata che acquisto nel 2013.

Proprio la gloriosa testata dei Pentagon Paper, i documenti riservati sulla “sporca” Guerra in Vietnam, e del mitico affare Watergate del 1971, che spinse alle dimissioni l’allora presidente americano conservatore, oggi viene bruscamente ridimensionata con il licenziamento di 300 dei suoi circa 800 redattori.

Non si può, come retorica vuole, accampare motivazioni sulla qualità del prodotto, per spiegare la crisi drastica che ha colpito il quotidiano della capitale americana.

Stiamo parlando di una delle redazioni più prestigiose del mondo, che ha collezionato nella sua storia ben 73 premi Pulitzer e che, proprio in questi ultimi anni, ha squarciato il velo di riservatezza su molte notizie delle èlite internazionali, in particolare sull’ultima guerra a Gaza.

Forse proprio questa intraprendenza ha portato il tycoon digitale alla stretta mortale, licenziando giornalisti di prima pagina, come gran parte dei corrispondenti e degli inviati della rete internazionale fra cui la storica inviata in Ucraina Lizzie johnson, o intere sezioni come cultura, sport e società.

Il direttore Matt Murray non ha avuto nemmeno il coraggio di convocare l’assemblea di redazione e ha comunicato il draconiano provvedimento con un video in cui ha parlato di “decisioni dolorose per salvare il giornale“.

Salvare il giornale significa avviarlo ad un tetro destino di house organ del gruppo digitale del proprietario, da quanto si comprende dalle prime indicazioni sul piano di ristrutturazione che prevede un secco ridimensionamento delle pagine internazionali e politiche con una concentrazione della produzione su cronaca e soprattutto tecnologia.

Il colpo mortale quando Bezoz ordinò al WP di non pubblicare il sostegno a Kamala Harris

Il giornale nonostante la sua aura professionale da tempo era in uno stato di grave emorragia di copie e perdeva in media 100 milioni di dollari all’anno.

Un colpo mortale gli era stato inferto dall’ordine di Bezos, alla vigilia delle ultime elezioni presidenziali, di non pubblicare il tradizionale annuncio di sostegno al candidato democratico, in quel caso Kamala Harris.

Un vero schiaffo alla platea di abbonati prevalentemente democratici che in centinaia di migliaia hanno subito disdetto il proprio abbonamento.

Una situazione comune a quella che si trova in Europa e in Italia

Ma quanto accade a Washington non è molto dissimile a quanto sta accadendo in Europa, e in particolare in Italia.

La congiuntura negativa del Washington Post non è molto dissimile sia per dinamica che per epilogo a quanto sta accadendo a La Repubblica.

Il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, dopo molto ondeggiamenti si trova ora con una tiratura che è circa un settimo di quella di solo 15 anni fa, e in procinto di essere venduta ad un editore il gruppo greco Kyriakou, che procederà inevitabilmente ad un’analoga riduzione sia di quantità della struttura redazionale che soprattutto di ambizione e portata della strategia editoriale.

L’intromissione degli interessi degli establishment politici dei rispettivi paesi è indubbia.

Sia negli Usa che in Italia le proprietà dei due giornali sono sono dichiaratamente subalterne al clima politico, e non hanno alcuna intenzione di permettere alle proprie redazioni di mantenere la schiena diritta.

Ma, al netto delle opportunità politiche, non possiamo ignorare che quella che si sta delineando sotto i nostri occhi non sia una crisi ma una brusca transizione.

Quello che sta mutando radicalmente è proprio la dinamica della mediazione professionale che ha caratterizzato il mercato giornalistico.

Il motore di questa trasmissione è la pretesa, sempre più strutturata di miliardi di individui non solo di essere informati, e già la distribuzione delle notizie secondo i circuiti tradizionali, sarebbe insufficiente, ma soprattutto di informare, ossia di essere almeno co-autori della comunicazione che circola.

Proprio quando Bezos comprava il Washington Post, nel 2013, un’altra testata di grande profilo come il Financial Times avvertì le prime scosse, e il direttore del tempo, Lionel Barber lanciò un piano di riorganizzazione completa della macchina editoriale intitolata Digital First.

By indeciso42 – archivio personale, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=95886823

E a chi gli chiedeva ragione di questo cambio repentino di registro lui spiegava che “oggi i lettori ne sanno più di noi”.

Una vera inversione di ruoli che già a suo tempo intuì Walter Benjamin che nel suo celeberrimo saggio Sull’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, ragionando sulle nuove rubriche di lettere al direttore, prevedeva che lungo quella strada i lettori si sarebbero seduti accanto al direttore”.

Oggi che questo scenario è concreto assistiamo ad una nuova e diversa intermediazione: le notizie, e più in generale ogni atto intellettuale basato sul leggere e scrivere, è guidato e formattato da sistemi algoritmici.

Le ultime versioni di intelligenza artificiale affiancano e già in alcuni casi sostituiscono intere sezioni di giornali.

Il ruolo del giornalista, la qualità di una testata, l’autonomia professionale di una comunità intellettuale diventa sempre più proporzionale alla capacità di interferire con questi sistemi digitali, intervenendo su quel processo di decentramento delle tecniche che l’informatica inevitabilmente promuove.

Il punto su cui oggi ogni figura professionale, a cominciare dai giornalisti, può riaprire la partita sul proprio primato discrezionale riguarda l’addestramento e la personalizzazione di apparati che ci consentono di governare con padronanza e indipendenza flussi sempre più diversificati e individuali di informazioni.

Una nuova strategia che ci potrebbe consentire di rovesciare quella sprezzante previsione che fece proprio Bezos entrando da padrone nel Washington Post quando disse: certo che i giornali rimarranno, non esistono ancora cavalli da trasporto?

6 Febbraio 2026


Fonte: https://www.strisciarossa.it/editoria-washington-post-e-la-repubblica-due-facce-di-una-stessa-transizione/

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