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Groenlandia tra autodeterminazione e nuovi equilibri

Bandiera della Danimarca Foto di Max Böhme su UnsplashBandiera della Danimarca Foto di Max Böhme su Unsplash

C’è del marcio in Danimarca?


di Giancarlo Busti*

Groenlandia tra autodeterminazione e nuovi equilibri

GROENLANDIA TRA AUTODETERMINAZIONE E NUOVI EQUILIBRI C’è del marcio in Danimarca? Non nel senso morale della formula abusata, ma in quello più interessante e più pericoloso: qualcosa non torna più nella proporzione tra ciò che si governa e ciò che si è in grado di difendere.

Elsinore, il castello sul mare, è formalmente danese. Ma già in Shakespeare era un luogo esposto, sorvegliato, attraversato da presenze che non chiedevano permesso.

Oggi Elsinore ha il volto della Groenlandia: un territorio immenso, strategico, sempre meno periferico, e sempre più difficile da tenere insieme con gli strumenti del passato.

La recente posizione francese sulla protezione della Groenlandia va letta dentro questa sospensione. Non come dichiarazione di principio atlantico, né come semplice gesto di solidarietà europea, ma come segnale che qualcosa si sta riallineando sotto la superficie.

Non ancora una scelta compiuta. Piuttosto l’apertura di una finestra. E le finestre, nei castelli, servono anche a scrutare la notte.

La Danimarca resta il sovrano legittimo, ma è un sovrano leggero. Cinque milioni e poco più di abitanti, forze armate ridotte, una capacità di deterrenza che esiste solo perché incorporata in un sistema più grande. Funziona finché il sistema regge.

Funziona meno quando le pressioni aumentano. Il Canada, geograficamente e culturalmente vicino, non può quasi nulla vincolato com’è a un’architettura di difesa che passa integralmente da Washington.

E Washington, in Groenlandia, non è un osservatore: è già presente, militarmente e politicamente, e non ha mai nascosto il proprio interesse per l’isola.

In questo scenario, la Groenlandia non è contesa apertamente. È osservata. Monitorata. Come Elsinore, è piena di sentinelle. Radar, basi, rotte, attenzione costante. È un luogo in cui tutti sanno che qualcosa accadrà, ma nessuno dice ancora cosa.

Dentro questa sospensione entra la Francia. Non con un proclama, ma con soldati. Pochi, simbolici quanto basta per non essere ignorati. È un dettaglio che conta, perché segnala che le risorse liberate dal ritiro africano non sono rimaste sulla carta.

Tra il 2022 e il 2024 Parigi ha dovuto abbandonare il Sahel, non per scelta strategica ma per collasso politico del contesto: colpi di stato, fine delle relazioni privilegiate, perdita di accesso a risorse che per decenni avevano sostenuto una parte non marginale dell’equilibrio economico francese.

Qui il discorso sull’autodeterminazione diventa inevitabilmente ambiguo. La Francia ha sempre dichiarato di avere a cuore l’autodeterminazione dei popoli. Con una costante: l’entusiasmo diminuisce quando l’autodeterminazione riguarda paesi inseriti nei propri meccanismi economici più sensibili.

Il sistema del franco CFA, oggi sempre più contestato e progressivamente abbandonato da diversi Stati africani, è stato uno di questi. La sua crisi non è solo simbolica: pesa sui conti, sulle relazioni, sulla capacità francese di mantenere un ruolo globale senza ridefinirlo.

La Groenlandia, da questo punto di vista, è diversa. Non è una ex colonia francese. Non è legata a reti monetarie o a dipendenze storiche verso Parigi. È un territorio che chiede autodeterminazione senza portarsi dietro un’eredità diretta di subordinazione.

Ed è forse proprio questo a rendere l’ipotesi praticabile. Non continuità imperiale, ma tentativo di ricollocamento. Non espansione, ma cambio di tavolo.

Sul fondo, però, c’è un ecosistema economico globale che mostra segni di fragilità crescente. Non sta crollando, ma fa rumore. Il dollaro non ha perso il suo ruolo di riferimento, ma ha smesso di essere una certezza silenziosa.

Si parla di de-dollarizzazione, di valute alternative, di accumulo di oro da parte delle banche centrali. Nulla che sostituisca davvero il sistema esistente, ma abbastanza da incrinarne la naturalità. E quando una convenzione smette di essere ovvia, diventa politica.

La svalutazione del dollaro viene salutata con entusiasmo tattico negli Stati Uniti. Esportazioni più competitive, mercati che respirano, consenso immediato. Ma nel medio periodo il quadro si complica. Un debito enorme, interessi sempre più alti, la necessità di rifinanziare continuamente una macchina che funziona solo finché il mondo accetta di finanziarla.

Gli Stati Uniti possono permettersi molte cose, ma non l’insostenibilità sistemica. Quando l’economia diventa una questione di sicurezza, le opzioni si restringono. E tra queste opzioni, storicamente, c’è anche il movimento forzato nello spazio geopolitico.

È in questo contesto che la Groenlandia smette di essere un territorio remoto e diventa un’assicurazione strategica.

Non una risorsa da sfruttare immediatamente, non un bottino, ma una garanzia territoriale in un mondo che ha smesso di fidarsi solo delle garanzie finanziarie. Le assicurazioni contano soprattutto quando non servono ancora.

La Groenlandia offre tempo. Tempo per controllare le future rotte artiche, che lo scioglimento dei ghiacci renderà strutturali. Tempo per accedere a risorse che oggi non sono pienamente monetizzabili, ma che in uno scenario di crisi diventerebbero decisive. Tempo, soprattutto, per non essere costretti a reagire quando il margine di manovra si sarà già ridotto.

A differenza di altri teatri geopolitici già saturi di presenza militare e di conflitti aperti, l’Artico resta uno spazio relativamente poco normato, dove la presenza conta più delle dichiarazioni e la prevenzione pesa più dell’intervento.

In questo senso la Groenlandia non è una posta in gioco finale, ma una riserva strategica: un luogo da presidiare per non essere costretti a inseguire gli eventi altrove.

Se il sistema globale regge, la Groenlandia può restare sullo sfondo, amministrata, sorvegliata, politicamente congelata. Se il sistema entra in crisi, diventa improvvisamente centrale. Non perché cambi il territorio, ma perché cambia il mondo che lo circonda.

È qui che la Francia può proporsi come garante terzo. Non una potenza confinante, non un attore regionale soffocante, ma una potenza nucleare europea con capacità di proiezione globale e una lunga esperienza nella gestione di autonomie complesse.

Per la Groenlandia, significherebbe protezione credibile senza annessione, accesso al mercato europeo senza perdita di identità, sostegno all’indipendenza senza cadere nell’orbita statunitense.

Per la Francia, accesso a risorse strategiche, presenza stabile nell’Artico e l’occasione di trasformare in pratica quella “autonomia strategica europea” che da anni resta soprattutto una formula.

Gli ostacoli non mancano. Gli Stati Uniti potrebbero considerare inaccettabile una simile ridefinizione degli equilibri nel proprio vicinato strategico. I costi militari e logistici sarebbero elevatissimi. La NATO entrerebbe in una fase di tensione profonda.

Il prezzo politico, sul piano transatlantico, sarebbe reale. Ma proprio per questo la questione non può essere rimandata all’infinito.

La Groenlandia non potrà restare a lungo un territorio formalmente sovrano e sostanzialmente esposto, amministrato da uno Stato che non può difenderlo da solo e osservato da potenze che hanno tutto l’interesse a non lasciarlo neutro.

In un sistema internazionale che perde stabilità, le ambiguità durano meno delle convinzioni.

La presenza già concreta di soldati francesi sull’isola suggerisce che questo scenario non appartiene al regno dell’astrazione. È ancora reversibile, ancora negoziabile, ma non più impensabile. La finestra è aperta.

E come spesso accade nei momenti di transizione, la scelta reale non è tra agire o non agire, ma tra decidere per tempo o essere costretti a farlo quando il margine di manovra si sarà già ridotto. In certi luoghi, restare fermi non equivale alla prudenza. È solo un altro modo di avanzare, senza dirlo.

10 Febbraio 2026

*Giancarlo Busti

Giancarlo Busti è un tecnico d’impresa e project manager con oltre vent’anni di esperienza nella progettazione, gestione e sviluppo di iniziative complesse in ambito infrastrutturale, energetico e territoriale.

Ha operato in contesti pubblici e privati, maturando una solida competenza nei processi di internazionalizzazione, nella cooperazione economica e nello sviluppo di progetti in Europa, Nord Africa e Africa subsahariana. Svolge attività di consulenza strategica e project management per progetti di sviluppo territoriale e industriale, con particolare attenzione ai contesti internazionali e ai mercati emergenti.

Ha coordinato e supportato iniziative di sviluppo in Algeria, Senegal, Costa d’Avorio, Libia, Camerun e Turchia, operando su filiere agroindustriali, logistiche, energetiche e infrastrutturali. Collabora con enti pubblici, gruppi industriali e partner internazionali per la definizione di piani di investimento, programmi di cooperazione, gemellaggi istituzionali e progetti di sostenibilità economica e ambientale, integrando competenze tecniche, finanziarie e organizzative.


fonte: https://www.politicainternazionale.com/

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ByIgnazio Mazzoli

Nato nel 1943. Fondatore e direttore di UNOeTRE.it. Risiede a Veroli in provincia di Frosinone. Lazio. Italia.

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