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Quali garanzie di sicurezza per l’Ucraina?

ByStefano Rizzo

15 Febbraio 2026
Negoziati in corso ad Abu Dhabi tra Russia, Ucraina e Stati UnitiNegoziati in corso ad Abu Dhabi tra Russia, Ucraina e Stati Uniti

Due questioni cruciali


di Stefano Rizzo

Quali garanzie di sicurezza per l’Ucraina?

QUALI GARANZIE DI SICUREZZA PER L’UCRAINA? – Al centro dei negoziati in corso ad Abu Dhabi tra Russia, Ucraina e Stati Uniti per porre fine alla guerra che dura da quattro anni ci sono almeno due questioni cruciali sulle quali l’accordo sarà difficilissimo: quella territoriale, cioè il destino dei territori conquistati dalla Russia, e quella delle garanzie di sicurezza affinché l’Ucraina non venga di nuovo aggredita tra qualche anno. Il problema dei territori è indubbiamente complesso.

La Russia reclama il possesso di tutto il Donbass, anche di quella parte (il 10-15%), che ancora non occupa, e “in cambio” sarebbe disposta a cedere alcuni territori nella regione di Charkiv sotto il suo controllo.

Comprensibilmente gli ucraini non vogliono rinunciare alla sovranità su alcuna parte del proprio territorio ma, stante la situazione sul campo, se ad una pace si vorrà arrivare a qualcosa dovranno rinunciare, come chiedono insistentemente i negoziatori americani.

Si intuisce quanto le pressioni americane siano forti dal discorso di  Volodymyr Zelenskij all’assemblea del forum di Davos di alcuni giorni fa. In quella sede il presidente ucraino è stato particolarmente (e sorprendentemente) critico nei confronti dei Paesi europei, accusandoli di indecisione e, in sostanza, di non aiutarlo abbastanza.

L’argomento sollevato è quello dei fondi russi congelati nelle banche europee, oltre 200 miliardi di dollari, che tuttavia gli europei «per mancanza di coraggio» si sono rifiutati di confiscare destinandoli al sostegno dell’economia ucraina.

La posizione di Zelenskij in sostanza è la seguente: gli europei parlano, si incontrano e promettono, ma in definitiva non contano.

Gli americani stanno sicuramente dalla parte dei russi, non nascondo il loro disprezzo per gli ucraini, ma sono gli unici in grado di mantenere quel poco che promettono grazie al rapporto privilegiato tra Donald Trump Vladimir Putin.

È probabile quindi che l’Ucraina finirà con l’accettare, obtorto collo, le cessioni territoriali (di quale estensione è tutto da vedere) a favore della Russia in cambio della promessa di garanzie di sicurezza da parte americana.

E qui torniamo alla questione fondamentale.

Come garantire la sicurezza dell’Ucraina da una futura aggressione russa? Zelenskij chiede che, terminata la guerra, truppe americane ed europee siano stazionate in permanenza nel Paese, almeno nelle zone di confine orientali.

Sembra tuttavia improbabile che la Russia, dopo avere iniziato una guerra proprio per impedire l’ingresso dell’Ucraina nella NATO (questo almeno era il casus belli dichiarato), possa accettare la presenza di soldati dell’Alleanza atlantica. E infatti l’ha rifiutato recisamente.

Un secondo cardine della sicurezza ucraina dovrebbe derivare dalla sua integrazione politica ed economica, la prima con l’Europa e la seconda anche o soprattutto con gli Stati Uniti. L’ingresso dell’Ucraina nella NATO è escluso anche perché è lo stesso trattato NATO che non consente ad un Paese con dispute territoriali (e tale sarebbe l’Ucraina) di farne parte.

Ma anche l’ingresso nell’UE è incerto dal momento che almeno due Stati (Ungheria e Slovacchia) hanno già annunciato la loro contrarietà e mancherebbe quindi la necessaria unanimità. Quanto all’integrazione economica attraverso investimenti di aziende europee e americane, è dubbio che possa servire da deterrente.

Anche nel 2014 c’erano già nel Paese cospicui investimenti stranieri, ma questo non dissuase la Russia dall’annettersi la Crimea e occupare parte del Donbass.

Il terzo cardine della sicurezza ucraina consisterebbe nel consentirle di dotarsi di forze armate in grado da respingere qualsiasi attacco futuro. È il modello “riccio di acciaio” adottato per Taiwan al fine di contrastare le mire di annessione cinesi.

L’Ucraina chiede armamenti moderni, soprattutto sistemi missilistici, e la possibilità di dotarsi di un esercito permanente di almeno 900.000 unità ‒ un numero enorme per un Paese di 35 milioni di abitanti. In cambio offrirebbe all’Europa di fungere come una sorta di “guardia pretoriana” in grado di contribuire in modo efficace alla sua stessa difesa.

È questa la strada giusta per garantire la sicurezza dell’Ucraina?

Nella millenaria storia dei conflitti umani non si è mai dato il caso che il riarmo di un Paese servisse a lungo da deterrente nei confronti di un potenziale aggressore. È il “paradosso della sicurezza”, già descritto da Tucidide: più io mi armo per difendermi, più accresco la mia potenza, più il mio avversario avrà motivo di temere per la propria sicurezza e si armerà a sua volta, in una escalation che inevitabilmente porta alla guerra.

Senza fare ricorso agli esempi dell’antichità, basti ricordare le corse al riarmo degli anni Novanta dell’Ottocento e degli anni Trenta del Novecento che portarono alle due più devastanti guerre della storia dell’umanità.

L’unico esempio positivo è dato dalla Guerra Fredda, un periodo di corsa agli armamenti, sia convenzionali sia nucleari, tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Se non si arrivò allora alla guerra calda fu perché nel corso degli anni Settanta e Ottanta si comprese che la corsa al riarmo aumentava i pericoli di un conflitto, furono conclusi trattati per la limitazione degli armamenti e per creare un clima di fiducia; finché, verso la metà degli anni Ottanta, i due leader dei campi nemici, Ronald Reagan  e Michail Gorbacev, posero fine alla guerra fredda e iniziò un’epoca di distensione, per quanto temporanea.

La strada verso una pace duratura non sta quindi nell’armarsi fino ai denti, ma nel dialogare con il nemico ‒ certo, prima bisogna deporre le armi ‒ nel prudente, reciproco e controllato disarmo. In sostanza, non nella forza delle armi, ma nella diplomazia.

Gli esempi del Novecento soccorrono.

Dopo la Prima guerra mondiale  le potenze vincitrici decisero di “punire” la Germania imponendole durissime riparazioni belliche. Il risultato fu una catena di eventi ‒ crisi economica, instabilità politica, dittatura ‒ che finì col portare al secondo conflitto mondiale.

Dopo quello, al contrario del primo, gli alleati vincitori presero la lungimirante decisione di aiutare gli sconfitti a risollevarsi economicamente riammettendoli nel novero delle nazioni amiche.

Pochi anni dopo gli stessi Paesi europei, che pure si erano combattuti ferocemente e che avevano ogni motivo di risentimento, si unirono nelle prime organizzazioni economiche comuni CECA (ed) EURATOM che negli anni avrebbero dato vita all’Unione Europea.

Per quanto possa apparire oggi irrealistico e anche inaccettabile, a fronte dei bombardamenti russi che continuano a distruggere e a mietere vittime, questa è l’unica strada se si vorrà arrivare ad una pace durevole che garantisca la sicurezza dell’Ucraina e insieme dell’Europa.

Nei rapporti tra gli Stati, diceva quasi due secoli fa Lord Palmerston, non esistono nemici eterni. Si combatte, ci si uccide, ci si odia, e poi si cerca un accordo con il nemico, che potrà un giorno diventare un alleato e forse anche un amico. La storia, anche recente, dell’Europa lo insegna.

 3 febbraio 2026

Immagine: Volodymyr Zelenskij parla a un forum a Kiev, Ucraina (6 giugno 2025). Crediti: paparazzza / Shutterstock.com

Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani – Riproduzione riservata


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ByStefano Rizzo

Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell'Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all'Università di Roma "La Sapienza". E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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