Fine politica del Duce, e quindi del fascismo
di Pierluigi Gemma

LA NOTTE DEL GRAN CONSIGLIO IN UN PAESE STREMATO – Sulla fine politica del Duce, e quindi del fascismo, sono stati scritti fiumi di inchiostro dagli storici più autorevoli.
Su tutti, il Prof. Emilio Gentile il più grande studioso vivente del fascismo che nella sua vastissima produzione saggistica sull’argomento, annovera proprio “25 luglio 1943”.
Forse il tassello definitivo sulla ricostruzione esatta di ciò che avvenne in quella storica seduta del Gran Consiglio e, segnatamente, di come si arrivò al famoso redde rationem dei gerarchi del regime fascista.
La notte del Gran Consiglio in un Paese stremato
L’Italia era allo stremo dopo tre anni di guerra avversata dalla popolazione che faceva la fame e non aveva più tempo per le adunate oceaniche buone solo per galvanizzare l’ego ipertrofico del maestro di Predappio.
Ecco, ma come si era arrivati a quell’afoso sabato pomeriggio del 24 luglio 1943 in cui nemmeno i gelati autarchici riuscivano a mitigare l’arsura e a fornire l’agognato refrigerio? Il Paese era in guerra da otto anni senza soluzione di continuità.
Le guerre del regime, le spacconate del Duce che avevano mandato a morire la nostra meglio gioventù.
L’Etiopia per avere l’Impero da mostrare al mondo, la Spagna per entrare nel club dei fascismi internazionali e delle loro dittature.
La notte del Gran Consiglio in un Paese stremato
Uomini, mezzi, munizioni, soldi che dissanguarono l’Italia ben prima della dichiarazione di guerra, dal balcone di Piazza Venezia, a Francia e Inghilterra il 10 giugno 1940. Lo stesso Mussolini era consapevole che l’Italia avrebbe avuto bisogno di tre quattro anni per poter reggere l’urto di un conflitto mondiale, dopo aver lasciato migliaia di morti nei vari teatri di guerra e aver spolpato larga parte degli armamenti di cui disponeva.
Poi andò che si convinse, contrario l’apparato militare, che la seconda guerra mondiale sarebbe stata un affaruccio di pochi mesi per lo splendore internazionale del fascismo che ne sarebbe derivato.
“Mi servono poche migliaia di morti per sedermi al tavolo della pace”, con questo terrificante cinismo il Duce liquidava la pratica, certo che alla fine del 1940 avrebbe brindato con il Führer, umiliando la perfida Albione, il popolo dei cinque pasti al giorno, e gli odiati cugini transalpini, ridimensionando per sempre la loro nota grandeur.
La notte del Gran Consiglio in un Paese stremato
Sappiamo che andò diversamente. Grecia, Albania, Russia, collezionando figuracce (Grecia) quando non tragiche ritirate (in Russia con l’ARMIR).
Anno cruciale il 1943. Il 5 febbraio Mussolini fece il cosiddetto ‘rimpastone’ cambiando nove ministri su dodici. A farne le spese, per una iniziativa che voleva sembrare un repulisti, ma che invece aveva tutta l’aria di una inutile ammuina, furono i big del regime, i gerarchi più in vista tra i quali Grandi, Bottai e Ciano il genero del Duce.
In aprile alla guida del PNF (Partito Nazionale Fascista) venne messo il duro Carlo Scorza al posto dell’arrendevole e acerbo Aldo Vidussoni. Inoltre in polizia Renzo Chierici prese il posto di Carmine Senise.
La notte del Gran Consiglio in un Paese stremato
Sul piano militare, il generale Vittorio Ambrosio aveva sostituito Ugo Cavallero come Capo di Stato Maggiore Generale. Insomma, sulla carta Mussolini voleva far credere che cambiava tutto….per non cambiare nulla.
In dittatura comanda il Capo, gli altri sono tutti sottoposti con quelli che vogliono fare di testa loro che ogni tanto vengono rimossi. Vuoi durare? Piega la schiena e andrai lontano.
Diciamo che questa filosofia spicciola garantisce carriere anche nelle liberaldemocrazie. I gerarchi fiutavano il voler tirare a campare del Duce e lo costrinsero ad un confronto in una sede, quella del Gran Consiglio dimenticata da tempo.
Il supremo organo del fascismo non si riuniva più dal 7 dicembre 1939 (!) in cui aveva confermato la dichiarazione di non belligeranza deliberata dal Consiglio dei Ministri il 1° settembre 1939, rispetto all’entrata in guerra nel secondo conflitto mondiale.
La notte del Gran Consiglio in un Paese stremato
Tra i venticinqueluglisti e granconsiglieri spiccavano Dino Grandi, Giuseppe Bottai e Luigi Federzoni che provavano a fare il gioco grosso, a far saltare il banco, come ricorda lo stesso Grandi nelle sue memorie.
Il sovrano, sempre titubante e diffidente verso tutti, tranne quando si è trattato di ingoiare una dittatura e tutte le sue nefandezze, reclamava una pezza d’appoggio per mettere definitivamente all’angolo Mussolini.
Lo dice a Grandi, “fornitemi un mezzo costituzionale e io agirò”. Ma dopo oltre venti anni di regime sembra un po’ fuori luogo parlare di procedure costituzionali. Le Camere sono diventate effettivamente quel bivacco di manipoli di cui aveva parlato il Duce, talmente asservite alla sua volontà.
Cosa resta? Solo il Gran Consiglio. I gerarchi ottengono la sua convocazione per sabato 24 luglio alle ore 17.
La notte del Gran Consiglio in un Paese stremato
Intanto una mazzata tremenda si era abbattuta su un regime già allo sbando. Il 10 luglio 1943 gli Alleati erano sbarcati in Sicilia e il 19 luglio gli americani avevano effettuano un bombardamento devastante su San Lorenzo e zone limitrofe a Roma, una strage con migliaia di morti che aumentava l’ostilità della popolazione verso il fascismo.
Nelle stesse ore il Duce veniva umiliato dal Führer nello storico incontro di Feltre. Hitler straparla per circa tre ore. Mussolini si limita a pronunciare poche frasi di circostanza, visibilmente sofferente per la nota ulcera duodenale che lo affligge da tempo.
A ridosso della storica riunione, Grandi incontra il segretario del PNF Scorza e gli mostra l’ordine del giorno che intende presentare al Gran Consiglio. Il testo giunge prontamente in visione al Duce che lo definisce inammissibile e vile.
La notte del Gran Consiglio in un Paese stremato
In soldoni cosa dice l’ordine del giorno Grandi? Vuole restituire la direzione dei poteri militari al Re, ora nelle mani del Duce. Ma il testo appare per certi aspetti oscuro, poco chiaro, ambiguo.
Cosa si prefigge per davvero? La prosecuzione del fascismo senza Mussolini, in una lettura soft? Oppure determinare la caduta del fascismo e di Mussolini, per una radicale svolta istituzionale?
A cosa allude il testo preparato dal gerarca bolognese, quando vuole che sia attribuita al re quella suprema iniziativa di decisione?
I due contendenti si incontrano due giorni prima del redde rationem. Forse Grandi vorrebbe ottenere un passo indietro del Capo senza passare per una drammatica conta in Gran Consiglio.
La notte del Gran Consiglio in un Paese stremato
Ma Mussolini fa il Mussolini anche in questo frangente, mostrandosi sicuro di sé e sfrontato. Dà appuntamento al conte di Mordano per il 24 pomeriggio, con un’aria di sfida. Il Duce ritiene che la seduta del Gran Consiglio seguirà la prassi delle precedenti. Si parlerà, poi lui farà la sintesi e tutti a nanna.
Nessuna votazione, nessuno scontro, anche il Gran Consiglio non sarà altro che un bivacco di manipoli. Nessun gagliardetto del PNF esposto al balcone di Palazzo Venezia, nessuna pubblicità della riunione.
Insomma, sarà un incontro privato e dal tono confidenziale. Invece,”siamo alla più grande svolta della storia”, come poi ammetterà Mussolini alla Petacci in una telefonata notturna intercettata, poco dopo la fine della seduta.
I gerarchi arrivano per le 17 alla spicciolata in sahariana nera, come richiesto dalla convocazione.
Dino Grandi ha due bombe a mano Breda nelle tasche dei pantaloni, se dovesse mettersi male. La seduta dura quasi dieci ore. Terminerà alle due e trenta della notte quando è già domenica 25 luglio.
La notte del Gran Consiglio in un Paese stremato
Nella riunione fiume si consuma l’atto finale, lo psicodramma di un regime in totale agonia. Nel frattempo, oltre a quello di Grandi, sono stati presentati altri due ordini del giorno: uno a firma di Scorza e un altro voluto da Farinacci.
Il primo punta alla continuità nella dittatura, fatta eccezione per qualche riforma di facciata. Del resto, si tratta di una iniziativa apparentemente voluta dal segretario del PNF, ma che sostanzialmente è una mossa del Duce che cerca di scardinare l’unità dei grandiani.
Farinacci, il germanofilo filonazista per eccellenza, vuole anche lui che i poteri militari siano tolti al Duce, ma per darli ai tedeschi. In sostanza il ras di Cremona vuole una sottoposizione gerarchica dell’Italia alla Germania nella conduzione della guerra.
La notte del Gran Consiglio in un Paese stremato
Apre gli interventi la relazione introduttiva del Duce. Noiosa, scialba, priva di mordente, auto assolutoria, senza sussulti.
Uno scaricabarile con cui Mussolini addossa la situazione disastrosa della guerra esclusivamente all’apparato militare. I dittatori si assomigliano tutti. Non possono ammettere errori, responsabilità. Sono gli altri che non hanno eseguito correttamente le direttive strategiche.
L’inutile perorazione del Duce si trascina stancamente per oltre un’ora. Tutte le accuse mosse alle forze armate innescano un moto d’orgoglio nell’anziano quadrumviro e generale Emilio De Bono che interviene, dicendo che non si possono attribuire responsabilità ai soldati che combattono ancora con le armi della battaglia di Adua!
La notte del Gran Consiglio in un Paese stremato
Poi seguono Bottai, Federzoni, Ciano e Grandi che mettono alle corde il capo, sempre adulato quando le cose andavano bene. Grandi attacca a testa bassa, definendosi sbalordito dagli attacchi del Duce alle forze armate, quando Mussolini stesso è titolare da ben diciassette anni dei dicasteri militari! Ciano, nel suo intervento, sottolinea la scorrettezza che i tedeschi hanno sempre riservato agli italiani i quali, pur sganciandosi dall’alleanza con la Germania, verso i tedeschi sarebbero dei traditi e non dei traditori.
Mussolini è sorpreso dal tradimento del genero il quale segue convintamente i frondisti sicuro che se il padre fosse stato vivo sarebbe stato dalla loro parte.
Il Duce vorrebbe prendere tempo, rinviare la discussione ad altra data, considerata anche l’ora tarda.
La notte del Gran Consiglio in un Paese stremato
Grandi reagisce con veemenza, rinfacciandogli che mentre si discute migliaia di giovani italiani stanno morendo in guerra. Si deve uscire da Palazzo Venezia con una decisione. Il Duce accetta e poco prima della mezzanotte c’è una breve pausa per un po’ di ristoro.
Alla ripresa Mussolini passa alla minaccia per incutere timore e cercare di incrinare il fronte dei grandiani. Propone di fondere l’ordine del giorno di Scorza e quello di Grandi per annacquare il secondo e neutralizzare l’attacco dei suoi antagonisti. Per un attimo, i congiurati sembrano vacillare, ma è Bottai a tenere il punto con una frustata d’orgoglio che vuole avere l’intenzione di richiamare i venticinqueluglisti alle loro responsabilità.
Si arriva all’epilogo del dramma shakespeariano in salsa autarchica. Mussolini fa mettere ai voti l’ordine del giorno Grandi. Suardo, il Presidente del Senato del Regno d’Italia, si astiene in lacrime. Poi al sì di De Bono ne seguiranno altri diciotto.
La notte del Gran Consiglio in un Paese stremato
Sette contrari tra i quali Guido Buffarini Guidi, futuro ministro dell’Interno della RSI (Repubblica Sociale Italiana) e Antonino Tringali Casanuova Presidente del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato.
Farinacci dichiara che avrebbe votato solo il suo ordine del giorno che non verrà messo ai voti, come quello presentato da Scorza. Per ordine del Duce gli altri due ordini del giorno vengono infatti dichiarati entrambi decaduti.
“Con questo ordine del giorno, voi avete provocato la crisi del regime” così un Mussolini scuro in volto si rivolge ai frondisti poco prima di lasciare la sala del Pappagallo, dove si era tenuta la storica riunione.
La notte del Gran Consiglio in un Paese stremato
Il prosieguo è storia nota con il re che fa arrestare il Duce a Villa Savoia il pomeriggio dello stesso 25 luglio. Il sovrano incarica il generale Badoglio di formare un nuovo governo.
Siamo ai famosi 45 giorni che iniziano con il famoso proclama “la guerra continua” e terminano con la resa dell’Italia agli Alleati con l’Armistizio firmato il 3 settembre e diffuso l’8.
Il 13 ottobre l’Italia dichiarerà guerra alla Germania e inizieranno i tremendi venti mesi di occupazione nazista con il sostegno del fascismo sotto l’egida della RSI.
L’Italia la libereranno gli Alleati e i partigiani il 25 aprile 1945, ma questa è un’altra storia.
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