
Dopo aver letto la lettera, mi sentivo sollevato. Anzi, potrei dire felice. Con l’immaginazione cancellai quello scenario di tanti anni fa, facendo finta di essere ritornato davanti alla macchina fotografica, trasportando quelle parole inattese sulle labbra di mio padre, nel giorno della partenza per il militare. Adesso sì, che sentivo la sua voce che mi parlava liberamente! Niente più lacrime e attese prima del clic. Spolverai via quella timidezza che era diventata la polvere sopra un vecchio mobile. Non provavo più quei rancori nei suoi riguardi e non m’importo’ se, quelle parole d’amore, erano giunte a me troppo tardi. Era arrivato il momento di finirla con i dubbi. La mia vita stava scorrendo troppo velocemente per perdersi in queste sciocchezze. Sentivo fortemente di essere accanto a lui, come non lo ero mai stato. Mi sentii di colpo un suo coetaneo, un amico…un padre forse perché, stavo per compiere ottant’anni, gli stessi di quando lui morì. Sulla soglia di questo pensiero, aprii la seconda lettera. Era, piegata tre volte su se stessa e per questo non perse il suo candore. Questa volta papà rivolgeva le sue parole sia a me sia a Nana’. Abbandonò quei toni affettuosi della lettera precedente per trascinarci con lui in un mattino di fine maggio del 1944…
Scriveva così: Per via dei bombardamenti in paese, da parte della contraerea tedesca, come tante famiglie anche noi riuscimmo a scappare, rifugiandoci in campagna. Grazie alla generosità dei contadini, fummo ospitati alloggiando dentro le loro stalle e povere case. I distaccamenti dei soldati tedeschi erano ovunque, presidiando con terrore il territorio. Il cibo e tante altre necessità cominciavano a scarseggiare. Pur sapendo che sarebbe stato rischioso, m’inoltravo spesso dentro un bosco, per raccogliere dei rami secchi. Ci sarebbero serviti per accendere del fuoco per scaldarci la sera e cuocere un po’ di minestra. Tornando indietro sarei passato da un contadino che possedeva due mucche. La volta precedente mi riempì una bottiglia di vetro con del latte per voi bambini. In cambio vostra madre con dispiacere rinunciò a delle lenzuola del suo corredo, ricamato minuziosamente da lei.
Quella mattina però, non fu vissuta come avevo stabilito. Mentre raccoglievo i rami, sentivo qualcuno che si stava velocemente avvicinando a me. Andai subito a nascondermi dietro un cespuglio, quando vidi due uomini che correvano come delle prede senza scampo. Erano inseguiti da tre nazisti che gli intimavano di fermarsi. Loro invece spaventati proseguirono, perdendoli di vista. Sentii poco dopo, delle raffiche di mitraglia e a seguire un’alternanza di rumori che si librarono nel cielo: l’eco delle raffiche, il fruscio provocato dalle ali degli uccelli tra le fronde degli alberi. Poi, quei rumori ripiombarono leggeri nel bosco, sottoforma di silenzio. Rimasi dietro il cespuglio ancora un po’ fino a quando uno dei tre soldati, inspiegabilmente si separò dagli altri. Si stava avvicinando verso di me… mi stesi a terra quasi a mangiarla, aspettai… lasciandolo passare oltre. La paura, mi fece alzare di scatto colpendolo violentemente con una grossa pietra dietro la nuca. Cadde… tramortito… forse, era morto…
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Continua
Anche Giorgio Morandi, fu uno sfollato. Fuggì da Bologna per via della guerra rifugiandosi a Grizzano, un paese dell’Appennino. In quell’eremitaggio, in una piccola stanza dipinse oltre le famose nature morte, anche paesaggi poetici e sognanti dai colori delicati che ricordano quelli di Giotto, il suo pittore preferito. In alto, e a fianco pagina due paesaggi raffiguranti la casa atelier.
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