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Era mio nonno: storie di ordinario eroismo

2ª Guerra mondiale An air-to-air left side view of four B-24 Liberator aircraft in formation. The B-24 was built for World War II combat.2ª Guerra mondiale

…durante l’occupazione tedesca di Arce

di Pierluigi Gemma

Era mio nonno: storie di ordinario eroismo
Seconda guerra mondiale

ERA MIO NONNO: STORIE DI ORDINARIO EROISMO DURANTE L’OCCUPAZIONE TEDESCA DI ARCE.
La Storia letta con la mente svogliata di chi ha fatto la notte insonne è una fredda alchimia di nomi e date. Se poi la si vuole comprendere, decidendo di gettare il cuore oltre l’ostacolo, allora inizia ad assumere quel fascino irresistibile che ti trasmette sensazioni altre, anche emotive, che possono farti venire i brividi. Come se le pagine, per magia, prendessero vita e gli occhi di chi le studia iniziano a vivere in presa diretta i fatti delle vicende descritte. Càpita ai cultori, agli appassionati, riflessioni che possono naturalmente non fare breccia nel cuore di chi continua a liquidare, del tutto legittimamente, la Storia come una pratica burocratica piena di polvere da memorizzare e buonanotte.

Stavolta, forse, il mio contributo farà ricredere chi ha sempre pensato che il nostro passato storico possa essere riposto in un baule chiuso con un lucchetto…nella migliore delle ipotesi! “La Storia siamo noi, nessuno si senta escluso..” canta il “Principe” De Gregori in uno dei suoi capolavori. Queste parole, che poi racchiudono davvero l’accezione più nobile del senso della Storia, mi sono tornate in mente in un freddo pomeriggio, che pioveva come se non ci fosse un domani, quando ho ricevuto una telefonata particolare.

Un piccolo passo indietro.

Per decenni, forse da sempre, si è andati avanti a ruspa contro l’importanza della cd. “storia locale” massacrata sull’Altare della assoluta ed esclusiva centralità della Storia nazionale o mondiale, categorie linguistiche già abbastanza ridicole solo a pronunciarle. Esiste forse una sorta di Tribunale della Storia competente a validare o meno cosa debba trovare ingresso in un discorso o sui libri e cosa invece possa essere gettato in discarica, con riferimento agli eventi storici?

Il succo del discorso, al fondo, è amaro, ma bisogna prenderne atto per segnare un cambio di passo di prospettiva di orizzonte culturale che possa davvero conferire alla Storia locale la dignità che merita: non la si insegna, e quindi non se ne parla, perché non la si conosce. Il paradosso finale è che si conoscono gli eventi accaduti a migliaia di chilometri di distanza, ma si è ignari di ciò che è successo fuori dal portone di casa. Nulla è perduto, crediamoci tutti, singoli famiglie istituzioni associazioni.

Pistolotto a mo’ di sfogo terminato, ora torniamo a ciò che mi sta a cuore e che voglio rendere di pubblica conoscenza.

Eravamo rimasti al pomeriggio con quel tempaccio illegale, che Dio la mandava giù come ai tempi dell’Arca di Noè. Sul display del mio telefono cellulare compare il numero di telefono della caserma dei Carabinieri di Arce. Penso subito a qualche notifica giudiziaria, vista la mia professione. L’esordio del maresciallo, invece, mi introduce alla prima sorpresa a cui ne seguiranno altre dell’intera vicenda. “Pierluigi Gemma? Sono il maresciallo dei Carabinieri di Arce”, e fin qui nulla di strano.

Poi di colpo il militare cala il primo asso che mi disorienta, chiedendomi se avessi un nonno di nome Fioravante. Prima che potessi rispondere in modo affermativo, l’effetto sorpresa ha rallentato i miei tempi di reazione, il maresciallo prosegue nel chiedermi se fosse un macellaio e avesse una macelleria ad Arce. Dopo qualche secondo gli rispondo che effettivamente Fioravante, “gliù macellàre” era mio nonno, padre di mia madre con una prima macelleria nella parte bassa del centro storico, nell’attuale via Corte Vecchia che un tempo era tutto un pullulare di botteghe e artigiani, il cuore pulsante del paese. Quando la conversazione inizia a decollare il maresciallo cala il secondo asso, chiedendomi di raggiungerlo in caserma. Gli rispondo affermativamente, ma inizio subito a riflettere su ciò che sta accadendo e che le mie orecchie hanno appena sentito. Che diavolo avrà combinato nonno, è il mio primo pensiero a cui se ne affastellano prontamente degli altri anche di natura legal-giuridica: quasi tutti i reati “vanno in prescrizione” come si usa dire e, comunque, in ogni caso la morte dell’imputato li estingue. Mai saputo che nonno avesse avuto un procedimento giudiziario, men che meno di una certa rilevanza, zero. E allora cosa volevano significare quelle poche parole condensate dal maresciallo nella scarna comunicazione telefonica? La curiosità era tanta, ma non era solo quello. C’era dell’altro, una inquietudine che si mescolava alla voglia di conoscere al più presto un qualcosa di cui, forse, nessuno della famiglia era mai venuto a conoscenza. Il timore che potesse trattarsi, una volta conosciuta, di una vicenda da non raccontare mi spinse a non dire nulla ai miei dell’incontro che di lì a breve avrei avuto con il maresciallo. I tergicristalli non ce la facevano a spazzare via la cascata d’acqua che scrosciava inesorabilmente sul parabrezza.

Prima di arrivare in caserma un altro pensiero, non bello per la verità, si impadronì dei miei pensieri. Se il maresciallo non aveva parlato direttamente con mia madre, forse era per tutelarla, pensando che un nipote avrebbe retto meglio la botta. Riflessione stupida, forse, ma con pochi dati in possesso è facile incartarsi con la mente. Facile immaginare che entrai nell’edificio già completamente zuppo, con la piacevole sorpresa di trovare i riscaldamenti accesi a manetta che trasmettevano subito un piacevole tepore. Non lo conoscevo, ma capii che era lui perché era nel classico atteggiamento di chi attende qualcuno. Mi invitò subito ad entrare, facendomi cenno di accomodarmi.

Che nome particolare che aveva suo nonno, fu la prima battuta con cui ruppe il ghiaccio vedendomi rigido e contratto. Annuii con una espressione che avrebbe voluto essere un sorriso, ma che si spense sul nascere annegato nell’inquietudine che avvolgeva i miei pensieri. Guardai fuori oltre la finestra un temporale che pareva addirittura aumentare di intensità. Iniziai a sciogliermi quando il maresciallo mi disse di aver chiamato me, dopo aver parlato con il sindaco del paese che gli aveva riferito che ero un grande appassionato di Storia.

Dentro di me tirai un sospiro di sollievo volgendo i pensieri verso l’ottimismo, sperando che si trattasse di qualcosa di bello. Poi fu una frase pronunciata a bruciapelo che mi tolse la lucidità che occorre per comprendere immediatamente ciò che viene detto. “Suo nonno è stato un eroe”, a cui seguì un silenzio assoluto. Il maresciallo, forse vedendomi imbambolato, mi lasciò il tempo per metabolizzare ciò che le mie orecchie avevano ascoltato. Un brivido mi corse lungo la schiena, mi sentii gli occhi lucidi. Non càpita tutti i giorni sentire un’espressione del genere associata ad un parente di sangue.

Tirò fuori da un comodino della scrivania una serie di fogli rilegati che mi porse in visione. In quel momento prevaleva l’impaccio, superato da un gesto caldo del maresciallo che mi invitò alla lettura. Mi trovai di colpo catapultato nella seconda guerra mondiale. La Grande Guerra combattuta lontano era arrivata nelle nostre case con flebili echi a tratti indistinti. Il secondo conflitto mondiale era stato un’altra cosa. Una immane tragedia collettiva di popolo che aveva richiesto un enorme tributo di sangue anche alla popolazione civile, straziando il suo tessuto civile e sociale con morti e devastazioni.

Arce non era sfuggita al dramma della Storia. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’occupante nazista aveva iniziato a trattarci con cipiglio da padrone bollandoci inesorabilmente come popolo traditore meritevole soltanto di indicibili violenze e punizioni da attuare con la più brutale violenza repressiva. Il popolo si trovò a vivere in presa diretta gli orrori della guerra, la cancellazione di ogni valore morale nell’abbrutimento complessivo di un popolo che moriva letteralmente di fame, stretto tra i bombardamenti degli Alleati e la persecuzione nazifascista.

Va bene, tutto chiaro, ma nonno Fioravante in tutto questo? Io non avevo mai sentito nessun racconto che avesse visto il suo coinvolgimento durante la guerra e il periodo di occupazione, dall’ottobre ’43 al maggio ’44. I miei mai nulla al riguardo, lui non mi aveva mai rivelato la benché minima circostanza legata a quei mesi tragici di occupazione. Dall’atteggiamento del maresciallo, capii che mi concedeva tutto il tempo necessario per leggere le pagine di cui si componeva lo scritto che cadeva sotto la percezione dei miei occhi.

Era un diario o memoriale con luogo e data della sua scrittura: Lentini, 12 aprile 1968. L’incipit reca la data del 9 settembre 1943, il giorno dopo l’armistizio e le vicende narrate giungono alla Liberazione di Arce avvenuta il 29 maggio 1944, con la descrizione del periodo finale del periodo immediatamente successivo alla fine della guerra. Sebastiano Toscano, l’autore del memoriale, all’epoca era Maresciallo Capo della Caserma dei Carabinieri di Arce. Si trattava di un documento preziosissimo che fotografava la terribile esperienza dell’occupazione tedesca vista dalla prospettiva del militare, testimone privilegiato di quel momento storico.

Era un memoriale analitico, puntuale, che colpiva per la profondità umana del suo autore. Non era solo un bel racconto che descriveva le sequenze militari degli eventi, perché lasciava campo largo ai sentimenti, allo scavo introspettivo vissuto dall’autore. È stato facile quindi immedesimarmi nell’interiorità del maresciallo che, subito, ha impattato sulla mia. Ricordo solo che dopo aver letto le prime righe, il maresciallo, che mi era rimasto seduto di fronte, mi disse che il nome di mio nonno compariva nel corso del racconto.

Non mi ponevo più domande non percepivo più nulla dall’esterno, il flusso della narrazione mi aveva completamente catturato. All’improvviso, ecco spuntare la frase che avrò riletto non so quante volte, per capacitarmi che l’autore volesse dire proprio quello. Sul nome di mio nonno ricordo di essermi soffermato non so quante volte per essere certo che il maresciallo avesse scritto proprio “Fioravante” e non altro. Era proprio lui, subito accostato all’attività che svolgeva, quella di macellaio. “Nello stesso mese di settembre la caserma venne abbandonata. Le armi, le munizioni, le bombe a mano e le buffetterie vennero nascoste, nottetempo, in una grotta annessa alla macelleria di certo Fioravante”.

Chi conosce bene Arce, sa della vicinanza della caserma che era sita in via Lanna e la parte iniziale della via Corte Vecchia dove si trovava la macelleria di nonno Fioravante. Si trattò di un’operazione certamente rischiosa. Non a caso il maresciallo informa che fu compiuta di notte, lontano da occhi indiscreti. Ho i brividi al pensiero dell’adrenalina che deve aver percorso tutto il corpo di Fioravante nel corso di quella operazione molto pericolosa. Mi piace pensare che prima di uscire di casa, di notte, abbia rivolto uno sguardo affettuoso a nonna Ildegonda e dato una carezza sul viso alla piccolissima zia Restituta. Che in questo modo abbia cercato il calore dei sentimenti familiari, prima di effettuare il nascondimento delle armi.

E qui inizia il dramma umano, il conflitto interiore, il dissidio che io penso debba aver vissuto Fioravante, dopo aver nascosto le armi nella sua macelleria. Aveva ventiquattro anni all’epoca dei fatti, sposato con nonna Ildegonda, e con una figlia, zia Restituta, di un anno e mezzo. Mia madre non era ancora nata. Valeva la pena rischiare la vita? Era sensato mettere in conto di poter lasciare sole una giovane madre e una figlia piccolissima? Per nonno Fioravante evidentemente sì. Se il compimento di un’azione può mettere a repentaglio la propria vita, e ciononostante quell’azione si decide di compierla ugualmente, fuor di retorica ci si comporta da eroi.

Mentre sviluppavo questa riflessione mi tornavano alla mente le parole del maresciallo che mi aveva convocato, quando mi aveva detto in modo asciutto e senza giri di parole che mio nonno era stato un eroe. I pensieri che affollano la mia mente mi impediscono di continuare nella lettura. Alzo lo sguardo e trovo quello del maresciallo che comprende la mia emozione senza dire nulla. Mi chiede se fossimo a conoscenza dell’episodio. Gli rispondo frettolosamente che non avevo mai ascoltato nulla di simile raccontato da lui o dai miei genitori. Nemmeno mia zia, purtroppo già morta quando ho scoperto il fatto di nonno, a cui ero legatissimo mi aveva mai detto nulla. Fioravante non aveva mai voluto condividere la testimonianza dell’evento con i suoi familiari.

Come mi sarebbe piaciuto, nonno, che mi raccontassi quell’episodio di cui ti eri reso protagonista, sprezzante del pericolo, noncurante di mettere a repentaglio con quel gesto addirittura la tua stessa vita. Quando in macchina salutavi nonna, passando nelle vicinanze del cimitero, con la voce rotta dalla commozione. Questa scena è come se la vivessi al presente, tanto è viva nella memoria del mio cuore. La vita poi alla fine sono pochi fotogrammi che ti porti dietro per sempre. Prima di riprendere a leggere rifletto su un aspetto specifico: e se qualcuno avesse fatto la spia? Il delatore di turno che per un disonorevole piatto di lenticchie avrebbe potuto condurre i tedeschi alla macelleria di nonno, con le conseguenze per Fioravante che è facile immaginare.

La ripresa del racconto conferma i miei timori e mi fa venire un groppo in gola. Scrive il maresciallo Toscano che “[..] dopo alcuni mesi la grotta dove avevamo nascosto le armi venne perquisita dai tedeschi. Certamente vi fu un delatore. Quali sarebbero state le conseguenze se avessero scoperto ciò che avevamo nascosto? La fucilazione in massa, naturalmente”. Deve essere stato un momento tremendo quello della perquisizione. La vita appesa a un filo e il cuore che forse smette di battere per qualche secondo che pare una vita. Avrà pensato a nonna e a zia, Fioravante, in quel frangente? O è tutto sospeso quando si ha la morte in faccia? Le armi, le munizioni, le bombe rimasero nascoste quindi per parecchi mesi nella macelleria di nonno. Come si può reggere uno stress del genere? Come si può impedire alla paura di impadronirsi della tua vita? Immagino nonno quando tornava a casa dalla macelleria e vedeva zia piccolissima. Si sarà mai pentito per un momento di quel gesto eroico che poteva costargli la vita? Avrà messo al corrente almeno nonna di quel fatto? Lei lo aiutava al lavoro, ma non è detto. Del resto, se nemmeno i tedeschi riuscirono a trovare le armi vuol dire che le avevano nascoste veramente bene e poi il luogo si prestava, con una insospettabile grotta molto profonda oltre il locale dove entrava la gente a comprare la carne.

Bellissimi dei passaggi del memoriale come quando il maresciallo Toscano racconta che “un aereo tedesco un dì si schiantò al suolo. Il pilota, che era rimasto incolume, uscì dalla carlinga in istato d’incoscienza. Abbracciò e baciò gli sfollati che gli si erano fatti da presso. Era anche lui un essere umano in quel momento. Molti avevano perduto troppo di se stessi, e in quell’orrendo spettacolo di morte apparivano come inebetiti. Solo Dio è vero giudice”. Un meraviglioso squarcio di umanità nell’abominio della guerra che sospende ogni barlume di sensatezza, un arcobaleno di speranza che illumina il naufragio della coscienza collettiva, sporcata dal sangue e dalla sete di potere.

Nella parte finale del suo memoriale, il maresciallo Toscano scrive che “i tedeschi fecero cose anche gravi dal lato umano, ma la guerra, la maledetta guerra aveva annullato anche il minimo indispensabile dei buoni sentimenti. Quando sono le armi a decidere l’uomo non è più padrone di se stesso. Diventa esecutore di ordini, anche se esagera. A volte influisce anche la paura della morte o di chi lo controlla. È errore grave giudicare senza gli indispensabili elementi per un giudizio sensato”. Si descrive marito e padre di sei figli durante il periodo di occupazione tedesca ad Arce. Il più piccolo di nove mesi, il maggiore di nove anni. Anche lui a rischiare la vita in prima persona, presentandosi al comando tedesco che gli aveva ordinato di comparire. Fortunatamente lasciato libero.

Un personaggio da libro Cuore questo maresciallo Toscano! Durante i mesi di guerra che la popolazione di Arce visse in prima persona – i più giovani e in salute venivano prelevati dai tedeschi e portati a lavorare come animali al fronte a Cassino per la realizzazione di presidi e fortificazioni -, con le razzie degli animali nella campagna che acuivano le ristrettezze di un paese ridotto allo stremo delle forze e letteralmente alla fame, la macelleria di nonno era un crocevia di uomini coraggiosi. Venivano prelevate armi e munizioni occorrenti e portate nel vicino comune di Rocca d’Arce. “ Una notte del mese di ottobre [..] giungemmo alla grotta del macellaio Fioravante. Prelevammo dieci moschetti e abbondanti munizioni e trasportammo ogni cosa a Roccadarce”.

Termino la lettura e faccio un respiro lungo prima di lasciare dalle mie mani lo scritto e adagiarlo sulla scrivania. Fuori continua a diluviare, ma non ci bado più. Sono troppe le emozioni in circolo. Potrei camminare lentamente per ore sotto quel diluvio, diventare zuppo d’acqua senza nemmeno accorgermene ora che so che Fioravante è stato un eroe. Il maresciallo mi fa dono di una copia del memoriale, lo ringrazio salutandolo affettuosamente. Non rivelo tutto subito ai miei, voglio tenere solo per me ancora per qualche momento ciò che ho scoperto, per puro caso oltretutto. La prima cosa che faccio è andare al cimitero dove “tutti, tutti, dormono sulla collina”. Tocco con le dita le foto di nonno, nonna e zia. Fioravante morto il giorno 22 marzo, il mio compleanno. Non posso più dire a zia di quale gesto eroico ti sei reso protagonista, ma mi piace pensare che tu ora lassù abbia voluto condividere con lei un racconto da pelle d’oca che hai deciso di tenere dentro di te per tutta la vita, senza rivelarlo mai a nessuno. Ma sarà stato così? Su zia non ho dubbi, perché tanta era la confidenza tra di noi che un evento del genere lo avremmo senz’altro conosciuto se lo avesse saputo. Mi resta mamma. Capisce subito che ho qualcosa di importante da dirle, perché vede che mi si illuminano gli occhi mentre inizio a raccontare. Mai saputo nulla anche lei, è un fatto nuovo che la inorgoglisce. Forse rifletterà su tante cose, forse i miei pensieri saranno i suoi, anzi ne farà senz’altro degli altri. Una cosa è certa, scoprire un fatto del genere a distanza di tantissimi anni scuote dentro e provoca un’emozione indescrivibile. Ora non serve più sapere perché e per come Fioravante non abbia detto niente a nessuno per tutta la vita di quel gesto, conta che lo abbia fatto. Era mio nonno.

Fonti: Diario del Maresciallo della Stazione Carabinieri di Arce, al 9 settembre 1943, Sebastiano Toscano (Lentini, 12 aprile 1968)

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