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Quando Meloni si trova in ambasce con Trump

Aldo Pirone

ByAldo Pirone

30 Gennaio 2026
Premierato e governo da Il MessaggeroPremierato e governo da Il MessaggeroPremierato e governo da Il Messaggero

Gli equilibrismi imperfetti


di Aldo Pirone

Quando Meloni si trova in ambasce con Trump

QUANDO MELONI SI TROVA IN AMBASCE CON TRUMP – Giorgia Meloni quando si trova in ambasce con Trump preferisce andare sott’acqua, nascondersi e non commentare.

Salvo quando il Tycoon cotonato irride ai nostri soldati mandati in Afghanistan per conto della Nato a combattere i Talebani, tornati, poi, al potere più forti che pria grazie alla fuga disordinata da Kabul degli americani.

Una cosa ideata da Trump che con i Talebani aveva fatto un accordo, lasciata all’esecuzione del povero Biden. Insomma una guerra, durata 20 anni, fallimentare condotta dalla Nato. Per questo la Meloni si è sentita piccata dalla irrisione del Tycoon.

Una guerra un anno prima di quella dell’Irak, altrettanto fallimentare. Ma allora c’era Berlusconi al governo e Giorgia Meloni si apprestava a divenire ministro della gioventù dopo averne coperto tutte le vergogne, compresa quella di Ruby nipote di Mubarak.

Qualche giornalista di destra, autoproclamatosi suo difensore perinde ac cadaver (ce ne sono a bizzeffe, qualcuno anche gratis) ha deciso di difenderla dicendo che Giorgia Meloni tace sui fatti atroci di Minneapolis perché in sostanza sono fatti interni agli Usa.

Il ministro degli esteri Tajani, ha detto: “Le immagini parlano di abusi: tra arrestare una persona armata e ucciderla c’è una bella differenza”, aggiungendo: “Penso ci sia consapevolezza anche alla Casa Bianca”.

Il che, vista l’esaltazione del patriottismo degli squadroni della morte dell’ICE da parte di Trump, appare una balla sesquipedale.

Ma neanche la linea “sono fatti interni” degli Usa funziona.

Erano fatti interni degli Usa anche quando avvenne l’assassinio di Kirk. Eppure lì tutta la destra mondiale ed europea insorse. Alla Camera, chiesta dal capogruppo di FdI Bignami, ci fu anche una commemorazione ad hoc.

Cuperlo del Pd in quella occasione ricordò opportunamente“La violenza politica ha ucciso Kirk e a giugno ha massacrato Melissa Hortman, deputata democratica, senza che noi alzassimo il dito contro qualcuno, senza che voi in quest’aula abbiate pronunciato una sola parola di condanna“.

Perciò è del tutto giustificato chiedere a Giorgia Meloni di dire oggi, di fronte a quel che succede a Minneapolis e agli omicidi a sangue freddo dell’Ice di Renee Good e Alex Pretti, almeno, che non è d’accordo col modo di fare di Trump.

Ma Giorgia Meloni non dirà mai che non è d’accordo con Trump, perché sulla questione immigrati la pensano allo stesso modo basta vedere i provvedimenti del suo governo contro le ong che salvano i migranti dai naufragi in mare.

Nei primi giorni dell’anno se ne contano già circa 350 dispersi in mare che non fanno più notizia.

Semmai la Meloni rimpiange di non poter fare come il Tycoon. Di non possedere squadracce alle sue dipendenze come il suo antenato politico Mussolini con la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (Mvsn).

Del suo servilismo di fronte agli Usa di Trump gli ultimi esempi sono la sua volontà di dare il Nobel a Trump, e quella, per fortuna fermata dall’art. 11 della Costituzione, di far parte del Board trumpiano per Gaza. Una pura speculazione edilizia sulla testa dei palestinesi.

Quelli precedenti e più corposi: il rifiuto di tassare le big tech americane, di accettare il contributo militare per la Nato, i dazi trumpiani senza fiatare ecc..

Giorgia Meloni ha una concezione post fascista della sua funzione ispirata al doppiopesismo: richiama l’ambasciatore in Svizzera, ma non richiama quello a Teheran nel corso della rivolta e dei conseguenti massacri degli iraniani.

Sperando nella promessa del Tycoon “stiamo arrivando” che ha dato un’arma in più al regime degli ayatollah per reprimere la rivolta in corso del proprio popolo.

Un’ultima osservazione per i nostri liberali à la carte. Il premier canadese Mark Carney a Davos ha fatto un discorso che distingue un liberale dalla schiena dritta da quelli nostrani con la schiena ripiegata che dopo tutto quello che succede nell’America di Trump e nell’Italia della Meloni (provvedimenti del governo in tutti i campi) pensano ancora di fare qualche distinguo fra i due uniti da “affinità elettive” assai corpose.

Condizionati solo dalla storia del proprio paese, ma la cui direzione è la stessa.

Come è noto dopo il delitto Matteotti voluto da Mussolini, Benedetto Croce votò la fiducia al “Duce” del fascismo due settimane dopo. Fu un errore. Di cui Don Benedetto si pentì.

Sarebbe il caso per i nostri liberali à la carte di non ripeterlo.


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Aldo Pirone. Giornalista. Vive a Roma. Redattore di Malacoda



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